ROMANZO CRIMINALE – Giancarlo De Cataldo

# 120 – Giancarlo De Cataldo – ROMANZO CRIMINALE (Einaudi, 2002, pagg. 628)

Dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Novanta, ascesa e caduta della famigerata Banda della Magliana che, tra sequestri, violenze e intrecci con la politica, arrivò a dominare su Roma, in diverse fasi, incarnate dai suoi principali capi e uomini carismatici: il Libanese, il Freddo e Dandi. A fronteggiarli, il giovane e idealista commissario Nicola Scialoja che però, a dispetto del suo senso di giustizia, finirà per innamorarsi dell’ex-prostituta Patrizia, al secolo Cinzia Vallesi, la donna del Dandi, stringendo così, ancora di più, questo osceno intreccio tra politica, criminalità e forze dell’ordine.

Uno spaccato di storia criminale d’Italia raccontato, documenti alla mano, da un magistrato-scrittore: ecco come si potrebbe sintetizzare il libro che ha dato a Giancarlo De Cataldo notorietà e successo, anche grazie alle successive, fortunatissime trasposizioni cinematografica (per la regia di Michele Placido) e televisiva. Insomma, “Romanzo criminale” è stato uno di quei casi letterari che tanto spesso mi risultano enigmatici: perché un libro (spesso, poi, neanche il più bello uscito nel corso di quel particolare anno) debba “fare il botto” e magari altri libri ben migliori debbano passare quasi inosservati? Tecniche di marketing? Sicuri che non ci sia sotto dell’altro?

Nel caso di De Cataldo, va detto che il libro ha un indubbio merito: si fa leggere che è un piacere. Lo stile scelto dall’Autore, infatti, è semplice quasi all’estremo, tanto da somigliare già, a tratti, a una sceneggiatura cinematografica. Uno stile, indubbiamente, molto “americano”, quello di tanti best seller d’oltreoceano: perfetti nella struttura del racconto, un po’ poveri sotto l’aspetto evocativo. Se la prendiamo in sé, la scrittura di De Cataldo non dice nulla: piatta, priva di sottigliezze, spesso scialba, disperatamente ancorata ai dialoghi e ai tanti snodi di trama, come un naufrago alla sua zattera; eppure, capace di costruire personaggi tutto sommato convincenti (non solo i tre “boss” della banda, ma anche una lunga serie di comprimari tratteggiati abilmente con pochi tocchi) e, soprattutto, capace di non “mollare” mai il lettore, incalzandolo con una ritmica e con una semplicità di fondo oggettivamente apprezzabili, soprattutto in quello che è a tutti gli effetti un “noir”.

Variopinto e furbetto, scatenato nel dipanare sotto gli occhi del lettore una feroce “sarabanda” di anni e di eventi criminali e politici (ammesso che, in Italia, non siano la stessa cosa), caratterizzato da un piglio quasi giornalistico (ma senza tutti i grilli per la testa che ha un Saviano!), questo romanzo ha avuto forse un successo eccessivo rispetto al suo valore, ma di certo non è una lettura troppo “italiota” (per quanto ambientazione e personaggi siano italici che più italici non si può!) e, una volta iniziato, nonostante le 600 pagine e più, non si riesce a smettere di leggere – pregio, se permettete, non da poco per un’opera di narrativa. Certo, se nella scrittura di De Cataldo qualcuno avesse l’ardire di cercare un nuovo “Pasticciaccio brutto de via Merulana”, rimarrebbe tremendamente deluso: se Gadda è il Genio narrativo, De Cataldo può essere al massimo l’onesto mestierante, lo scrittore moderatamente “tecnico” perfettamente in grado di padroneggiare la sua materia e di giocare col lettore in modo da tenerlo avvinto, ma non certo capace, con la sua opera, di cambiare il mondo, o la letteratura.

Quello che salva De Cataldo è proprio il fatto che le sue ambizioni non vadano mai oltre la costruzione di un buon meccanismo narrativo (cosa di per sé non banale); Autore lontano anni luce dalla supponenza di molti altri (soprattutto italiani!), non brillerà né per originalità né per magnificenza dello stile, ma di certo saprà intrattenere schiere di lettori con trame – piaccia o no – avvincenti ed efficaci.

(Recensione scritta ascoltando Ivano Fossati, “La mia banda suona il rock”)

PREGI:
ritmo indiavolato, personaggi efficaci e trama avvincente: praticamente, i pregi di tutti i best-seller americani degli ultimi trent’anni (almeno)!  

DIFETTI:
scrittura ridotta all’osso, per anteporre i criteri di trama a qualunque ricerca stilistica ed espressiva. Alla lunga, purtroppo, questo comporta una certa monodimensionalità di personaggi e situazioni, che infatti nell’ultimo quarto del libro inizia a intravedersi

CITAZIONE:
“Sarebbe stato da saggi ripiegare, a questo punto. Ma quando mai lui era stato saggio? Quando mai tutti loro erano stati saggi? Poi, la paura del piccoletto… l’odore della strada… non era per momenti come questo che tutti loro avevano sempre vissuto? Si chinò sul piccoletto e gli sussurrò all’orecchio il suo nome. Quello prese a tremare. – Hai sentito parlare di me? – gli chiese, in tono dolce. Il piccoletto annuì. Lui sorrise. Posò delicatamente la canna sulla fronte e sparò in mezzo agli occhi. Indifferente ai pianti, al rumore di passi, alle sirene che s’avvicinavano, gli volse le spalle, e puntata l’arma contro la luna bastarda urlò, con quanto fiato aveva in corpo: – Io stavo col Libanese!” (pag. 7)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO