SABATO – Ian McEwan

# 164 – Ian McEwan – SABATO (Einaudi, 2005, pagg. 292)

Il neurochirurgo londinese quarantottenne Henry Perowne ha davanti un sabato libero dagli impegni di lavoro. Al mattino, dopo aver salutato la moglie Rosalind, avvocatessa alle dipendenze dell’ufficio legale di un quotidiano, gioca una partita a squash con il suo anestesista di fiducia, l’americano Jay Strauss; poi dovrà andare a trovare sua madre, ricoverata in una clinica per lunga degenza e affetta da un devastante Alzheimer; quindi dovrà recarsi alle prove di un concerto del figlio Theo, musicista blues, e alla fine, dopo aver comprato il necessario, Henry dovrà mettersi a cucinare la zuppa di pesce per una cena di famiglia cui interverranno anche la figlia Daisy (che vive a Parigi) e il suocero John Grammaticus, poeta di grande fama (col vizietto della bottiglia) che da anni si è trasferito in uno château nel Sud della Francia. Ma la giornata si apre in modo strano, inquietante, con un aereo in fiamme che, all’alba, solca il cielo di Londra: terrorismo o semplice guasto? E il banale incidente d’auto che coinvolge Perowne mentre si reca al campo da squash rischierà di avere conseguenze ben più gravi sulla vita del chirurgo e della sua famiglia…

Leggendo “Sabato”, perlomeno le prime 100 pagine, una rivelazione al contrario: finalmente – pensavo – ho trovato un libro di Ian McEwan che non mi piace! Dai capolavori come “Espiazione” ai grandi romanzi come “Lettera a Berlino” o “Miele”, passando per lavori più che dignitosi come “Solar”, “L’inventore di sogni”, “Il giardino di cemento” e via dicendo, McEwan era sempre – e ribadisco sempre – una lettura affascinante e non era mai – e sottolineo mai – deludente. Possibile?

Da anni ero in cerca di un McEwan deludente, ed ero certo di averlo trovato, finalmente, con questo “Sabato”, storia iperrealistica e minuziosamente cesellata di un’unica giornata nella vita di un neurochirurgo londinese di successo, ricco, con una bella famiglia, una potente automobile e una robusta dose di autostima (pessimo termine ormai sdoganato dalla psicologia, che adopero solo perché rende l’idea della vita levigata e tranquilla, persino banale, di Henry Perowne). Tutto bene, fin qui? No, perché onestamente le prime 100 pagine di “Sabato” mi hanno annoiato come mai mi era successo con McEwan! Preziose e infiorettate, supponenti e compiaciute, queste prime fatidiche 100 pagine sono quanto di peggio mi sia capitato di leggere di questo grande scrittore britannico, capace altrove di ammaliare con la precisione dello stile e del lessico, precisione che però, in “Sabato”, risultava – chissà perché – stucchevole e autocompiaciuta, capziosa e fine a sé stessa.

Di per sé, la sfida di raccontare in un intero romanzo di quasi trecento pagine un’unica giornata, per quanto movimentata, appariva piuttosto ostica, ma non certo insuperabile, soprattutto da una penna esperta come quella di McEwan. Certo, i tempi fatalmente si dilatano in una narrazione di questo tipo, e così la sola partita a squash finisce per prendere venti pagine, per non parlare dell’attacco, con l’aereo dall’ala in fiamme che sorvola Londra nelle prime luci dell’alba e l’interminabile incontro in cucina tra Henry e suo figlio Theo, che commentano l’accadimento e fanno ipotesi sul terrorismo (il romanzo è del 2005, e l’11 settembre è ancora molto vicino). Il problema però, perlomeno nella prima metà del romanzo, è che si fatica molto a capire dove l’Autore voglia andare a parare e, per sovrappiù, si intuisce invece benissimo che il romanzo è ambiziosissimo, e punta a raccontare semplici fatti quotidiani caricandoli di un valore abissale, trasformandoli – come solo pochissimi grandi scrittori hanno saputo fare, nella Storia – in riflessioni di grande respiro sul senso dell’esistenza e sul Fato, sul tempo che non si arresta e sull’incessante cambiamento con cui tutti dobbiamo fare i conti. Insomma, ambizioni smisurate che francamente, di tanto in tanto, mi sono parse eccessive anche per la penna di McEwan, mai così autocompiaciuta (persino la straordinaria perizia con cui vengono descritte le pratiche mediche del protagonista, indubbio punto di pregio della scrittura, mi è apparsa stranamente un po’ calligrafica, financo fastidiosa!).

La bocciatura si profilava, dunque, all’orizzonte, fino a quando – ed è la miglior prova che i libri bisogna leggerli per intero, sempre! – sono arrivato alla sequenza, che occupa praticamente l’ultimo terzo del romanzo, della tanto sospirata cena a casa Perowne: ed ecco che, come un calciatore che fin lì abbia sonnecchiato e poi, improvvisamente, infili negli ultimi minuti di partita una strepitosa doppietta, McEwan regala alcune scene semplicemente memorabili, sospese fra il thriller propriamente detto (l’intero libro è attraversato da una sottile inquietudine, che esplode proprio nel sottofinale) e un velato ma palpabilissimo erotismo, e il libro stesso assume una consistenza che non si sarebbe sospettata, sulla scorta delle pagine precedenti, più ineffabili e indecise. Non che questo sia sufficiente a farmi parlare di capolavoro, ma l’appuntamento col primo McEwan davvero deludente deve essere rimandato, perché “Sabato”, alla fine, si rivela un romanzo freddo, distaccato e autocompiaciuto – è vero – ma anche tremendamente lucido e intelligente, di un’intelligenza forse più chirurgica che letteraria, più scientifica che poetica, ma comunque capace di produrre un libro che, ancora una volta, e a patto che gliene si dia il tempo, non lascia indifferenti.

(Recensione scritta ascoltando i Pink Floyd, “Time”)

PREGI:
precisissimo in tutte le sue disamine, soprattutto nelle incursioni in ambito neurochirurgico, McEwan è sempre uno scrittore eccezionale per la padronanza perfetta dei mezzi espressivi e del racconto, tanto da potersi permettere di dilatare ventiquattr’ore su quasi 300 pagine 

DIFETTI:
volendo paragonare il libro alla zuppa di pesce che il protagonista deve cucinare per la cena di famiglia, possiamo dire che non tutti gli ingredienti di “Sabato” sono egualmente azzeccati, e la narrazione non è priva di momenti di stanca e di eccessive capziosità, un po’ come una decorazione barocca troppo infiorettata. In particolare, a non convincere del tutto è il tono abissale di fondo, come se anziché una storia tra tante l’Autore stesse raccontando qualcosa di unico e assoluto    

CITAZIONE:
“Era comodo un tempo pensarla in termini biblici, crederci circondati da automi commestibili diffusi per terre e per mari a nostro beneficio. E adesso si scopre che anche i pesci provano dolore. Ecco da dove deriva la problematicità crescente della condizione moderna: dal progressivo espandersi del cerchio di compassione morale. Non basta che popoli lontani siano nostri fratelli e sorelle, ma pure le volpi, e i topi di laboratorio, e adesso anche i pesci.” (pag. 133)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO