SAPER PERDERE – David Trueba

# 421 – David Trueba – SAPER PERDERE (Feltrinelli, 2011, ediz. orig. 2008, pagg. 468)

Il nonno, Leandro, pianista di nessun successo che ha vissuto insegnando al conservatorio e impartendo lezioni private, deve fare i conti col fatto che sua moglie Aurora sta morendo; il figlio, Lorenzo, uomo di mezz’età fresco di divorzio, senza lavoro e con qualcosa sulla coscienza, nonché padre di una ragazza di quindici anni che vive con lui, deve cercare di rimettere assieme i cocci della sua vita e crede di poterlo fare corteggiando l’immigrata ecuadoriana irregolare Daniela, di parecchi anni più giovane; la nipote, Sylvia, figlia di Lorenzo, vive male la propria verginità e sta attraversando quella fase della vita nella quale si vorrebbe essere più grandi, e avere già fatto determinate esperienze. Investita, una sera, dall’auto del celebre calciatore argentino Ariel Burano, che gioca per un’importante squadra di Madrid, Sylvia se ne innamora perdutamente, ricambiata, e vive una storia dai contorni di favola, ancorché segreta e a tratti persino imbarazzante. Riusciranno queste tre vite, queste tre generazioni della medesima famiglia, a trovare una quadra e andare avanti nonostante tutte le stranezze, i dolori e le ironie della vita?   

Terzo romanzo di David Trueba, dopo “Aperto tutta la notte e “Quattro amici”, questo “Saper perdere” rinuncia ai tratti salienti dei primi due libri (la comicità scatenata e le concessioni al grottesco) e tenta di calare il lettore in un racconto dal sapore realistico e – sia detto senza offesa – dal tono e dall’andatura pedissequi. Trueba racconta la vicenda, fitta di sottotrame e di storie laterali, ricorrendo a un classico montaggio alternato e a una terza persona equidistante e osservativa, che si tiene prudentemente fuori da qualunque considerazione di ordine morale e si limita a raccontare, con precisione a tratti eccessiva, le vicende dei personaggi. Occorrono, infatti, un po’ di tempo e un discreto numero di pagine per “entrare” in questo libro ricchissimo di personaggi e di storie, che sembra allargarsi a macchia d’olio e non voler prendere alcuna direzione, come se l’Autore volesse comporre un mosaico sulla Spagna del primo decennio del XXI secolo più che raccontare la storia di una famiglia.

Fortunatamente, Trueba è un bravo scrittore e, alla lunga, la sua perizia di narratore viene fuori e si impone su altre, più pericolose, ambizioni. Se questo non basta a fare di “Saper perdere” un grande libro, è però più che sufficiente a costruire una narrazione godibile, a tratti incalzante, in altri punti dispersiva, ma mai futile, mai priva di senso e mai supponente. Al terzo romanzo, insomma, Trueba ha decisamente alzato il tiro, rinunciando all’espressività un po’ picaresca dei suoi primi lavori in favore di una complessità ben maggiore, di una posatezza e di un gusto per l’intreccio che danno i loro frutti migliori nella storia d’amore tra Sylvia e Ariel e nella triste parabola discendente del vecchio Leandro, pianista senza ambizioni e senza successo, oscurato dal suo amico e compagno di studi Joaquin, che invece è diventato una star del pianoforte a livello mondiale, e rassegnato a perdere sua moglie Aurora per una terribile malattia che non lascia scampo.

L’impulso di Leandro di recarsi in una casa d’appuntamenti per controbattere con qualcosa di vitale – il sesso – alla morte cui Aurora sembra condannata si trasforma in una discesa agli inferi che Trueba racconta senza pietà ma con la giusta partecipazione, portando il lettore in un’ossessione così terribilmente comprensibile da risultare – quando giunge all’epilogo – addirittura lancinante.
Di tono opposto, la frizzante storia d’amore tra la liceale Sylvia  e il calciatore professionista Ariel funge benissimo da contraltare e da alleggerimento per il lettore, mentre la storia “mediana”, quella del padre di famiglia Lorenzo abbandonato dalla moglie, è forse la meno originale e la meno interessante, anche se Trueba la vivacizza con un tocco giallo che, pur non raggiungendo grandi vette, è sufficiente a tenere in piedi il racconto, a dargli una sorta di spina dorsale attorno alla quale tessere la storia d’amore (un po’ sciapa) con l’ecuadoriana Daniela.

Complesso e ambizioso, “Saper perdere” si impernia attorno al racconto di quelle che sono, fondamentalmente, delle scelte di vita, e al modo in cui queste scelte si intrecciano coi casi e con le fatalità (si pensi all’investimento di Sylvia), con le fortune e le sfortune, le ossessioni e le paure. Nessuno vince nel gioco della vita, sembra dire Trueba, perché alla lunga vince sempre la vita, ed è solo l’arte del compromesso a permettere a uomini e donne di salvare il salvabile, e di andare avanti, nonostante tutto.

Coerentemente con l’impianto narrativo che ha scelto, l’Autore non porta a conclusione tutte le linee narrative, ma si limita ad abbozzarne parecchie e a lasciarle andare (a lasciarle “perdere”, appunto) nel mare magnum di ciò che non è raccontabile, di ciò che deborda dalla materia di per sé ampia del libro. E non si fa problemi a sacrificare addentellati gialli e sviluppi sentimentali sull’altare di una narrativa che si allarga fino a raccontare tanto, ma che sa benissimo di non poter raccontare tutto, di dover rinunciare alla maggior parte dei dettagli e degli snodi, perché alla fine la vita è fuori dal libro, la vita è quella di chi legge più ancora che quella di chi scrive, o dei personaggi stessi, che non possono che essere – seppur ben descritti – dei simulacri, dei simboli, degli agenti sul campo sapientemente mossi da un Autore che, grazie a Dio, non si monta troppo la testa.

Con tutto ciò, “Saper perdere” non è un capolavoro: troppi fili lasciati pendere, una scrittura densa e rallentata, un’attenzione al dettaglio che, a volte, finisce per smorzare il dramma anziché esaltarlo. Il risultato è un libro bello ma freddo, calcolato e un po’ tematico, per quanto, fortunatamente, privo degli insopportabili segni del politicamente corretto oggi imperante ma, nel 2008, ancora là da venire.              

(Recensione scritta ascoltando i Green Car Motel, “Debestar”)


PREGI
Dopo un inizio un po’ faticoso, per i tanti personaggi che si affastellano e la sensazione di “girandola” di nomi e volti, il libro, se lasciato agire e seguito con attenzione, acquista statura e riesce a far familiarizzare il lettore coi protagonisti. Alla fine, si palpita non poco per i destini di questa “gente comune” madrilena le cui vicende l’autore ha saputo intrecciare con efficacia


DIFETTI
In linea col titolo, molte sottotrame e anche alcune trame principali si perdono nel nulla e, se la scelta è indubbiamente sensata e consapevole, non sempre è apprezzabile. Un po’ pedissequo lo stile, che fa rimpiangere quello assai più incisivo dei romanzi precedenti, e non sempre efficace la traduzione di Pino Cacucci, che sdogana termini assurdi come “filmazione” 


CITAZIONE
“Se potessimo svelare alla luce del giorno le miserie delle persone, gli errori, le bassezze, i crimini, ci ritroveremmo con un panorama desolante, l’assoluta indegnità. Per fortuna, pensa Lorenzo, ciascuno si porta dentro la propria sconfitta segreta, il più lontano possibile dagli sguardi altrui.” (pag. 390)


GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO