SEMPLICI STORIE – Ingo Schulze

# 31 – Ingo Schulze – SEMPLICI STORIE (Feltrinelli, 2008 – ed.orig. 1998 – pagg. 257)

Ventinove capitoli, ventinove racconti di gente comune della Ex-DDR, all’indomani della caduta del Muro di Berlino: dalle prime gite libere fuori dalla Germania Est agli intrecci sentimentali e di potere che hanno legato, e legano, alcuni personaggi; storie marginali e minimali, a volte prive di senso, altre volte fin troppo cariche di significato, anche storico. E, a fare da minimo comun denominatore, l’esperienza della DDR, la trasformazione improvvisa, il crollo, liberatorio per alcuni, brutale per altri, di un intero mondo di valori.

Una magnifica occasione perduta: ecco come definirei, in estrema sintesi, questo libro di Ingo Schulze. Sono notoriamente appassionato di storia della DDR, perciò tendo a non lasciarmi sfuggire i libri che ne parlano, le testimonianze di chi in quella Nazione sconfitta dalla Storia (e dall’ottusità dei suoi governanti) ci ha vissuto. Gli scrittori della ex-DDR, ormai l’ho imparato, possono essere notevoli (è il caso di un Eugen Ruge, ad esempio, o di un Thomas Brussig) come anche involuti e inutilmente complicati. Tra questi due estremi si colloca il lavoro di Ingo Schulze, classe 1962. “Semplici storie”, del resto, è proprio un libro “sospeso nel mezzo”: non è propriamente una raccolta di racconti, perché nei ventinove capitoli i personaggi ricorrono spesso e le loro storie si incrociano e si sovrappongono, ma non è neppure un romanzo, perché manca di organicità e uniformità. Come definirlo, allora? Romanzo frammentario? Raccolta di racconti indipendenti l’uno dall’altro ma allo stesso tempo saldamente intrecciati?

Schulze è un Autore che viene proprio dal racconto, visto che il suo libro più famoso è “33 attimi di felicità”, raccolta di 33 storie brevi. “Semplici storie” però è allo stesso tempo qualcosa di più e qualcosa di meno di una raccolta di racconti, e in questa sua “sospensione” sta tutto il fondamentale fallimento del libro, che non cattura mai né col ritmo (sincopato e a strappi), né coi personaggi, spesso troppo freddi, distaccati e programmatici per entrare veramente nel cuore di chi legge. La costruzione intellettuale non è in discussione, beninteso: l’idea è quella di raccontare la fine della DDR senza squilli di tromba e grandi eventi, ma con attenzione alle vicende minimali, al sostrato di realtà più che alla sovrastruttura di comunicazione, fatta di immagini divenute celeberrime, iconiche, dal crollo del Muro alla lunga teoria di automobili in attesa di passare ad Ovest attraverso quegli stessi varchi che, nella Berlino divisa, erano, sino a poche ore prima, inavvicinabili. Nulla di tutto questo: nel disadorno, spesso gelido ma a tratti anche turgido libro di Ingo Schulze, troviamo solo – e per scelta – una sequela di volti comuni, dall’ex-funzionario riciclatosi in qualche modo alla cameriera di un piccolo locale, dalla casalinga alla psicologa tormentata, dall’imprenditore al tassista.

L’idea sarebbe anche interessante, raccontare la DDR (o quel che ne resta) attraverso storie che non portano da nessuna parte, perché nella vita delle persone ciò che accade non deve per forza avere un senso, né una direzione ben definita. Il problema è che non si “entra” mai del tutto nel racconto, troppo spezzato e frammentato, a tratti francamente anche un po’ difficile da seguire, con il continuo intreccio, anche incongruo, di personaggi, nomi, volti e vicende. Non mancano i passaggi interessanti, i lucidi squarci di realtà, più che di realismo, ma il prezzo da pagare è una lettura sin troppo faticosa, che costringe spesso a tornare indietro per rinfrescarsi la storia di un personaggio, o la sua parentela con un altro personaggio, e spiegarsi così il motivo di certe decisioni, o di certe svolte nella trama. Non se ne abbia a male Ingo Schulze, ma a chi volesse leggere sulla DDR, oggettivamente, consiglierei altro.

(Recensione scritta ascoltando Isaac Albéniz, “Asturias”, alternativamente nelle esecuzioni per chitarra di Ana Vidovic e John Williams)

PREGI:
Cerebrale e calcolato, può anche essere letto, prendendosi tutto il tempo necessario, come una sequela di racconti più o meno a sé stanti, a patto di rinunciare alla ricerca (e all’esigenza) di un senso complessivo   

DIFETTI:
Storie difficili da seguire e stile un po’ involuto, nel complesso “molto tedesco”, quando per “tedesco” si intenda: pretenzioso!

CITAZIONE:
“Sei lì sdraiata, fissi il soffitto, il tempo non passa o passa così lentamente che non vale la pena di parlarne, eppure il tempo è l’unica distinzione che ancora ti viene in mente, l’unica cosa che separa ancora la vita dalla morte.” (pag. 154)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO