SEZIONE PI-QUADRO – Giovanni De Matteo

# 132 – Giovanni De Matteo – SEZIONE PI-QUADRO (Mondadori, 2007, pagg. 295)

Napoli, 2059: la tecnologia ha compiuto il grande balzo ed è penetrata in profondità nel tessuto sociale, mentre la città è circondata da una enigmatica fascia di inarrestabile entropia, chiamata “Kipple”, che minaccia di estendersi a tutto l’ambiente, distruggendolo. La Polizia dispone di un corpo specializzato nell’estrarre i ricordi dei morti, la Sezione Pi-Quadro appunto, e se ne serve per risolvere i casi più difficili. I poliziotti appartenenti a questo originale reparto vengono chiamati “necromanti”. A uno di loro, Vincenzo Briganti, viene affidato il caso più difficile, dal quale potrebbe dipendere l’esistenza stessa della Sezione Pi-Quadro: l’indagine sulla morte del Commissario Salvatore Di Cesare, capo della Sezione e luminare nell’ambito della “necromanzia” tecnologicamente intesa.

Ho sempre amato la fantascienza, ma purtroppo non posso dire di conoscerla approfonditamente, soprattutto quella contemporanea, e men che meno italiana. La fantascienza che leggevo io, da ragazzo, era legata a nomi come Frederic Brown, Arthur Clarke, Ray Bradbury, Isaac Asimov, Richard Matheson, Philip Dick e vivaddio James Ballard: cosucce così! Poco o nulla so di letteratura fantascientifica italiana contemporanea, e devo all’impareggiabile Giovanni Ficetola la segnalazione di questo curioso libro di De Matteo, Autore dalla solida preparazione scientifica (è ingegnere elettronico) ma dalle dubbie doti letterarie.

Eh già, perché se ci fate caso, tutti gli Autori che ho citato poche righe sopra, accanto alla preparazione scientifica o alla capacità di documentarsi, possono vantare anche un talento letterario fuori del comune. De Matteo, ahilui, no. Nel suo libro, chiunque abbia un buon bagaglio di letture sulle spalle non può evitare di rintracciare ingenuità e goffaggini. E qui arriviamo al nocciolo della questione: che tipo di fantascienza è “Sezione Pi-Quadro”? Riesce a portare il lettore in un mondo “altro”, in un’ipotesi credibile di futuro? Sì e no, perché se la Napoli del 2059 ha indubbiamente dei tratti interessanti e l’immaginazione dell’Autore riesce qui e là a piazzare qualche bel colpo (soprattutto sulle nanotecnologie e sugli impianti neurali), non lo stesso si può dire della trama (più che banale, addirittura risaputa) e dell’impianto narrativo, che si sfilaccia e si sgretola senza appello, finendo per puntellarsi ai luoghi comuni più vieti del genere noir-poliziesco (le foto compromettenti ritrovate nello sciacquone del gabinetto: suvvia, De Matteo, ma neanche in un noir anni ’40! Howard Hawks avrebbe commentato come banale la trovata, e l’avrebbe fatta togliere dalla sceneggiatura!).

Anche perché, nel mondo futuro di De Matteo nuovo e vecchio convivono a stretto contatto, Napoli è allo stesso tempo futuribile e fatiscente, come se volesse somigliare alla Los Angeles di “Blade Runner” ma senza rinunciare ai vicoli di Spaccanapoli (non a caso citati in più punti del libro). Ripeto: l’idea di un romanzo di fantascienza in una Napoli del futuro è interessante e originale, e non è del tutto fallita; questo però implica che non sia neanche del tutto riuscita! Incerto dei propri mezzi espressivi e soprattutto ideativi, De Matteo si aggrappa disperatamente a tanta fantascienza “storica”, sia letteraria che cinematografica, e si lancia in un citazionismo sfrenato (dal già menzionato “Blade Runner” a Philip Dick, visto che il “kipple” viene da un suo celebre racconto, fino al Gibson di “Neuromante”, ovviamente, e a Burroughs – visto che a un certo punto fa capolino un certo dottor Benway – per culminare col fondamentale “Strange Days” di Katryn Bigelow) che dovrebbe dare spessore al suo libro e invece finisce per togliergliene, facendolo prigioniero di formule preconfezionate e immagini ampiamente sdoganate.

Insomma, non c’è niente di veramente originale in questa fantascienza debitrice di mille influenze, e non basta – caro De Matteo – inserire ovunque l’aggettivo “quantistico” o inventarsi un telefono cellulare a proiezione olografica per poter vantare la creazione di un mondo futuro. Tutto è “quantistico” nella Napoli di De Matteo e Vincenzo Briganti, eroe hard boiled un po’ Mike Hammer e un po’ Sam Spade che non rinnova neanche di una virgola le regole del genere: passato torbido, un lutto col quale fare i conti, propensione a droghe e alcool, nonché a menare le mani, insomma tutti ma proprio tutti i cliché, che indubbiamente funzionano e regalano una lettura anche divertente, a tratti, ma fondamentalmente deludente: il libro parte da elevate premesse ma collassa presto, come una funzione d’onda schrödingeriana, e rivela poco talento per la narrazione (molte le incongruenze, anche logiche, e la trama gialla riesce ad essere allo stesso tempo banale e confusa) e idee poco chiare su dove voglia andare a parare. Premio Urania 2006: davvero non c’è di meglio, nel panorama italiano?!               

(Recensione scritta ascoltando i Cranberries, “No need to Argue”)

PREGI:
come romanzo di fantascienza italiano, il lavoro di De Matteo si difende anche; in chiave internazionale, però, basta un minimo paragone a devastarlo. Resta una lettura tutto sommato abbastanza gradevole, soprattutto quando riesce a staccarsi un minimo dai canoni del genere (o dei generi) di riferimento

DIFETTI:
il discorso sulla “curva dello sviluppo tecnologico schizzata verso l’alto, come impazzita” è uno spunto interessante, ma viene mal sviluppato, sacrificato sull’altare di una trama tra giallo e noir francamente dimenticabile. Insomma, il libro ha l’aspetto e la consistenza della bella occasione purtroppo sciupata, e non riesce a dire – sulla tecnologia, sulla fantascienza – nulla di veramente nuovo

CITAZIONE:
“L’inizio è un salto a occhi chiusi nel buio per scavalcare l’orlo delle nostre incertezze e delle nostre paure. […] Il termine del viaggio è solo un nuovo punto di vista, ma sappiamo di essere ormai su un sentiero tracciato da altri, prima di noi. È un filo oscuro che striscia nella notte della storia, connettendo le verità segrete, gli angoli bui, le stanze in ombra popolate di eventi e figure rimosse dalla nostra coscienza collettiva. Eventi e figure inghiottite dal nostro comune inconscio.” (pag. 197)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO