Libri letti, riletti, sfogliati: testi e pretesti
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 234
LA CRISI COME MALATTIA DELL’UOMO MODERNO
Il Novecento e gli scrittori: quando l’esistenza è segnata dalla difficoltà di essere
TESTI
André Gide – L’IMMORALISTA (1902)
Di cosa parla: Il giovane erudito parigino Michel, appassionato studioso di storia antica, parte insieme alla moglie Marceline per il viaggio di nozze. Arrivato in Tunisia, si ammala di tubercolosi e rischia di morire. Guarisce, anche grazie alle cure e alle preghiere della moglie, e, una volta tornato in Francia, decide di cambiare vita abbandonando lo studio per vivere totalmente nel presente. In preda a un tormento insopprimibile tra il desiderio di soddisfare i sensi e il rifiuto della morale comune, Michel finirà però per scendere a compromessi trasferendosi in una fattoria in Normandia per amministrarla. L’incapacità di adattarsi alla nuova vita e alcuni spiacevoli eventi lo condurranno però presto di nuovo verso sud…
Commento: È un piccolo condensato del Novecento ai suoi albori il romanzo che, accolto troppo tiepidamente alla sua uscita secondo l’autore, avrebbe contribuito, anni dopo, a consacrarne la fama letteraria, coronata dal Premio Nobel del 1947. La crisi dell’uomo moderno (e di un intellettuale, in particolare), che passa attraverso l’esperienza della malattia, si configura, al contempo, come male di vivere e desiderio di autenticità. È una crisi esistenziale quella che, grazie alla tubercolosi, porta il protagonista a rendersi conto, durante il viaggio di nozze (i riferimenti autobiografici abbondano: Gide il viaggio con la prima moglie, la cugina Madeleine, lo fece però in Algeria), di quanto la sua vita pecchi di freddezza, tutta chiusa in una dimensione intellettuale e toccata da un amore appena tiepido per la moglie che, invece, mostra nei suoi confronti una premura e una dedizione assolute. È questa, a dire il vero, la parte più riuscita e interessante del romanzo: con il ritorno in Francia, Michel finirà per combattere con il desiderio di immergersi nella realtà, di cui però intende rifiutare le convenzioni, sottraendosi alle soffocanti imposizioni di un mondo (rappresentato dalla tenuta agricola da amministrare) che gli è del tutto estraneo e le cui regole egli rifiuta di far sue (altro Leitmotiv di tanta letteratura di inizio Novecento: l’alienazione dell’individuo in una società dominata dal fattore economico).
Ebbene, qui le cose cominciano a diventare stucchevoli e la scrittura di Gide mostra la corda: talmente accurato da risultare lezioso, tra squarci liricheggianti e una certa indolenza sul piano propriamente narrativo, lo stile finisce per specchiarsi un po’ troppo nella perfezione delle sue frasi, nella levigatezza con cui vorrebbe cesellare i tentennamenti, le esitazioni che, per contro, dilaniano il protagonista e lo portano, lentamente ma inesorabilmente, verso la tragica conclusione. Qui di nuovo, attraverso la vicenda che riguarda la moglie Marceline, il romanzo riprende parzialmente quota e se, alla fine, la storia ha un finale che, a livello narrativo, appare inevitabile, resta l’impressione di una certa dissonanza, come se le parole scelte dall’autore facessero un po’ a pugni con la storia che ha voluto raccontarci. È come se ci fosse un quid di programmatico, di compiaciuto anche nella decadenza, con il risultato che quell’eccesso di “effetto estenuato” finisce per annacquare il dramma, per scolorirlo, per farcelo apparire troppo bello, anzi troppo ben scritto per essere fonte di angoscia, motivo di vera inquietudine.
GIUDIZIO: **½

Jean-Paul Sartre – LA NAUSEA (1938)
Di cosa parla: Dopo aver viaggiato a lungo, Antoine Roquentin si è stabilito a Bouville, in un albergo per commessi viaggiatori, e scrive una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo. Il lavoro lo porta spesso alla Biblioteca municipale dove il suo amico Autodidatta, un umanista, s’istruisce leggendo i libri in ordine rigorosamente alfabetico. La sera va a sedersi a un tavolino del “Ritrovo dei ferrovieri” ad ascoltare un disco – sempre lo stesso: Some of these days. E, a volte, sale in camera al primo piano con la padrona del bistrot. Da quatto anni, Anny, la donna amata, è scomparsa. Roquentin si sente in preda a una metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione: la Nausea…
Commento: La sintesi che abbiamo riportato è modellata sul soffietto per la prima edizione redatto dall’autore stesso. Ma che cos’è la Nausea? Lo accenna, nello stesso testo, sempre Sartre: «la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi l’Esistenza». È la scoperta che fa Roquentin, nella solitudine che è diventata la sua condizione dopo l’allontanamento di Anny, della natura profonda dell’esistere: la percezione del male di vivere che costringe all’inazione, l’impossibilità di non vedere che la realtà che esiste è fonte di un’angoscia ineliminabile e insuperabile, anche se, nel finale, il protagonista lascia affiorare una possibilità di accettazione attraverso la scrittura. Il romanzo (ma romanzo forse è una definizione imprecisa o riduttiva), il primo di Sartre, si dipana sotto forma di diario e, come tale, alterna il racconto di episodi spesso di spicciola quotidianità (le giornate in biblioteca o le serate al “Ritrovo dei ferrovieri”, la bellissima descrizione di una domenica a passeggio in mezzo alla folla o l’incontro, a quattro anni di distanza, con Anny che si rifà viva di colpo) ad articolate riflessioni in cui Roquentin cerca di mettere a fuoco il senso di quanto gli accade e di studiare strategie di sopravvivenza.
Se la prima impressione che il libro trasmette può essere, dunque, quella di una certa frammentarietà, che disorienta il lettore alla ricerca di punti fermi, una buona compattezza si fa strada con il passare delle pagine, quando quelli che sembrano sparse tessere di un mosaico cominciano a incastrarsi e a restituire un quadro assai più chiaro. Perché, in fondo, a Sartre preme dare conto, attraverso il suo personaggio, del tentativo dell’uomo moderno di illuminare una crisi sentita, percepita confusamente ma la cui sensazione è impossibile da ignorare. E così, la scelta del diario, che lo stesso protagonista spiega nell’incipit, viene ad assumere innanzitutto il valore di un’autoterapia (la suggeriva già il dottor S. a Zeno Cosini nel romanzo di Svevo): «La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenete un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come vedo io questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento».
Ma, poiché siamo in presenza di un romanzo, ossia di un testo letterario (figlio peraltro di una lunga lavorazione: lo dimostra la serie di revisioni tra la prima stesura e la pubblicazione), quel che interessa ancora è la lucidità, linguistica o stilistica prima di tutto, con cui il libro sa dare forma a un tema che, in un’Europa sull’orlo della catastrofe della Seconda guerra mondiale, attraversa la coscienza del Novecento fin dai suoi esordi. Sotto questo punto di vista, a dispetto delle molte controversie (quasi tutte giustificate) sorte intorno alla figura di Sartre, che ha dominato come pochi il dibattito intellettuale del secolo scorso, il libro si segnala per una passione filosofica che non si fa mai intellettualismo ma, al contrario, sa, nella sua radicalità, plasmarsi in forme anche liriche, dense di un’umanità dolente e persino aperta alla speranza in nome dell’arte. Roquentin non è una proiezione astratta di un pensiero, ma un personaggio vivo: e alla letteratura non è lecito chiedere di meno o di più di questo.
GIUDIZIO: ***½

PRETESTI
UN APPUNTO – Breve variazione sul tema con la collaborazione di:
FERNANDO PESSOA – Sapere? Che so io?, in “Poesie” (data di composizione incerta)
Se è vero che “crisi” vuol dire etimologicamente “scelta”, “decisione” (dal verbo greco krino, che significava “giudicare”), è perché ogni giudizio è, dovrebbe essere l’esito di un’analisi, il frutto di una attenta raccolta di elementi di valutazione. “Crisi” è il metodo che, all’inizio della sua opera, Tucidide indica come quello da lui seguito: esso si fonda sul vaglio e sull’interpretazione delle prove e dei segni raccolti. “Crisi” è, dunque, anche la diagnosi che spetta al medico sulla base dei sintomi e della conoscenza della malattia. La “crisi” richiede attenzione, ma costa fatica ed esprime una capacità di giudizio che non si improvvisa. La banalizzazione cui le parole vanno incontro con l’usura ha fatto della crisi una categoria interpretativa della difficoltà dell’uomo di fare qualcosa, privilegiando l’aspetto più negativo (complicato, pericoloso, critico appunto) che caratterizza le situazioni che la complessità della vita ci presenta. Non è, dunque, incomprensibile che, nonostante la sua antichità, il termine abbia conosciuto (e conosca ancora) la sua stagione di massimo vigore nell’epoca che identifichiamo con la modernità. La crisi dell’uomo moderno è effetto dello spaesamento con cui egli si trova ad affrontare i processi di accelerazione imposti alla società dallo sviluppo scientifico tecnologico. La solitudine è la condizione favorevole allo sviluppo della malattia: i sintomi sono molteplici ma tutti, in qualche modo, riconducibili a concetti come l’inettitudine, l’angoscia, la mediocrità. La perdita di stabilità, la confusione sull’identità sono uno dei motivi conduttori della letteratura (e non solo) novecentesca, diventando la cifra stessa di opere e autori di rilievo.
Un caso paradigmatico è quello di Fernando Pessoa, il cui ampio corpus mette in crisi perfino l’unicità dello scrittore, frammentando l’io poetico in una pluralità di nomi e di stili che negano ogni certezza positiva nel nome della impossibilità (già montaliana) di sapere, di conoscere, di comprendere alcunché:
Sapere? Che so io?
Pensare è discredere.
– Lieve e azzurro è il cielo –
tutto è così difficile
da capire!…
La scienza, una fata
nel racconto di un folle…
– La luce è pulita –
come ciò che vediamo
è nitido e poco!
Che cosa so io che lenisca
il mio anelito profondo?
O cielo reale e grande,
non sapere il modo
di pensare il mondo!

UNO SPUNTO – Per farla brevissima:
GIUSEPPE PONTIGGIA – da “Le sabbie immobili” (1991)
CRISI DI IDENTITÀ Esibita come carta di identità da cantautori, casalinghe in diretta, scrittori in deliquio.

(1934 – 2003)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana