# 433 – Antonio Franchini – SIGNORE DELLE LACRIME (Marsilio/Feltrinelli, 2020, ediz. orig. 2010, pagg. 127)
Appassionato di cultura e pensiero indù, l’Autore racconta un viaggio in India svolto all’età di cinquant’anni assieme a una coppia di amici francesi, alla ricerca del particolare tipo di spiritualità che quella terra sembra serbare tra tutte le sue contraddizioni e le sue brutture. Coronato dall’esperienza del rafting sull’alto corso del Gange, il viaggio diventa anche pretesto per la rievocazione di episodi appartenenti al passato dell’Autore e per riflessioni sulla vita e sulla morte, sulla memoria e sulla natura umana.
Da annoverare, a mio parere, tra le più interessanti voci della narrativa italiana contemporanea, Antonio Franchini propone, con questo piccolo libro autobiografico uscito nel 2010 e ripubblicato da Feltrinelli proprio nell’anno del covid, uno squarcio di riflessione innescato dal viaggio in India, ma capace in realtà di spaziare su argomenti diversi. L’India e la sua particolare spiritualità, la saggezza enigmatica dei Purana, delle Upaniṣad e del Libro tibetano dei Morti, fanno capolino con frequenti citazioni, ma non sono – paradossalmente – l’elemento centrale di un libro solo apparentemente breve e facile, attraversato in realtà da un intento evocativo e rievocativo che, purtroppo, non sempre coglie nel segno.
Infatti, utilizzando il viaggio e le citazioni dai testi sacri della religione induista come ossatura, Franchini approfitta per innestare a mo’ di ramificazioni tutta una serie di ricordi e di pensieri, di riflessioni e di considerazioni che, oggettivamente, col viaggio stesso hanno poco a che vedere, e che paiono persino più interessanti e più importanti rispetto alle parti ambientate in India, sulle sponde del Gange, dove ancor oggi vengono bruciati i corpi dei defunti e si svolgono rituali antichissimi per assistere ai quali gli occidentali interessati sono disposti a pagare cifre non indifferenti. E proprio in questo risiede il principale difetto del libro, al solito ben scritto, ma meno compatto di altre opere dello stesso Autore.

Nonostante la brevità, infatti, la trattazione appare un po’ slegata, come una maionese che non sia riuscita alla perfezione e mostri qualche occhiello di olio sulla superficie vellutata. Saltando costantemente dal racconto del viaggio, con le sue vicissitudini e le sue fatiche, alla rievocazione di episodi personali del passato, Franchini non permette mai al lettore di familiarizzare con nulla: gli episodi, per quanto indubbiamente ben narrati, appaiono poco approfonditi e poco contestualizzati, mentre le parti indiane sono un po’ ripetitive e oggettivamente meno interessanti rispetto al resto, come se il viaggio fosse stato davvero niente più che un pretesto per parlare di sé, dei propri rimpianti e delle proprie ossessioni. Anche la saggezza indù affidata alle tante (forse troppe) citazioni dei testi sacri finisce per stancare un po’, soprattutto il lettore non avvezzo alla complicatissima e multiforme mitologia indiana.
A salvare tutto è, come sempre, la qualità della scrittura, indubbiamente elevata: Franchini sa sempre regalare riflessioni non banali e passaggi che si imprimono nella memoria, perché la sua è una scrittura che fonde perfettamente la tecnica e l’ispirazione, la motivazione personale e l’esigenza di essere pubblicato e farsi capire da un ampio spettro di lettori. Se in questo caso il tono sembra in effetti un po’ più ricercato e sostenuto che in altri libri è dovuto, probabilmente, alla difficoltà di fondo della materia: l’ambizione di raccordare le vicende di Shiva e Vishnu al proprio vissuto personale è forse troppo elevata, soprattutto per un libriccino di poco più di cento pagine, la cui lettura – non a caso – è meno facile di quanto si potrebbe pensare, e richiede più tempo del previsto. Alla fine, non si è certo scontenti del tempo impiegato, ma forse, rispetto ad altre occasioni, rimane qualcosa di meno nell’anima, perché “Signore delle lacrime” è un libro che non trova una forma veramente efficace e rimane sospeso, in bilico tra Agarthi e Shangri La, per restare in tema, tra la voglia – innegabile, e meritoria – di condividere col lettore la passione per il pensiero induista e l’esigenza – altrettanto innegabile – di lavorare su sé stesso, da parte dell’Autore, di ricondurre (anche un po’ forzatamente) determinati episodi della sua vita ai temi emersi durante il viaggio in India coi francesi Luc e Nathalie, coppia un po’ troppo “Rive Gauche” per i miei gusti.
Interessante ma imperfetto, capace di far scorgere la profondità dell’Autore ma non di approfondire veramente i temi toccati, “Signore delle lacrime” è una lettura consigliabile ma lontana dalle riuscite migliori di uno scrittore che continuo a considerare tra i più bravi attualmente in attività nel nostro Paese.

(Recensione scritta ascoltando Eric Clapton, “Tears in Heaven”)
PREGI
La qualità della scrittura, sempre notevole, e l’intensità di alcuni episodi, su tutti il ricordo del padre dell’Autore e la visita all’artista siciliano sui Nebrodi, capitolo che avrebbe meritato, probabilmente, più ampia trattazione
DIFETTI
Breve ma non particolarmente compatto, è un libro sul quale si fatica un po’ più del dovuto per via della difficoltà a trovare i collegamenti tematici tra le vicende raccontate, come se gli ingredienti non andassero poi così bene assieme e a unirli fossero solo ed esclusivamente lo stile e la personalità dell’Autore
CITAZIONE
“Dateci la voragine di una sola suggestiva frase e l’esistenza nostra vi si verserà.” (pag. 73)
GIUDIZIO SINTETICO: **
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana