A VOLTE RITORNO – John Niven

# 432 – John Niven – A VOLTE RITORNO (Einaudi, 2012, pagg. 381)

Dopo una breve vacanza, Dio torna al suo posto in Paradiso e – complice il fatto che un giorno Lassù sono cinquantasette anni sulla Terra – scopre che negli ultimi quattro-cinque secoli il mondo è andato in vacca: guerre e liti in Suo nome, fazioni che si combattono anche all’interno della stessa religione, convincimenti assurdi (come quello secondo il quale Lui, Dio, condanni l’omosessualità, quando lo sanno tutti che “Dio adora i froci”!). Sconvolto dall’orrore delle guerre novecentesche e dall’idiozia che impera sovrana (e pensare che il woke era ancora là da venire!), Dio prende una drastica decisione: rimanderà suo figlio in Terra a cercare, per la seconda volta, di dare il buon esempio e di insegnare l’unico comandamento cui Egli tiene davvero: “Fate i bravi”.  E così Gesù, che avrebbe preferito starsene in Paradiso a suonare la chitarra e a fumare spinelli con Jimi Hendrix, si ritrova nuovamente tra gli uomini, stavolta però nella New York d’inizio XXI secolo. Fedele alla sua linea, anche stavolta si unisce agli ultimi e tenta di aiutarli: un veterano del Vietnam traumatizzato che sa dire solo “Bang”, una coppia di vecchi alcolizzati, un batterista nero, una ragazza-madre con problemi di alcolismo, un gay quasi linciato dalla folla in un paesino del Midwest e un ragazzo che per disperazione stava per uccidere suo padre sono i moderni apostoli di questo Gesù rockettaro e sciallato, incommensurabilmente buono ma destinato, ahilui, a un nuovo calvario.

Il libro che ha dato la fama e la notorietà a John Niven è una sarabanda di episodi tra il comico e il tragico che culmina in una terribile carneficina e in un finale fondamentalmente leggero e consolante ma, per fortuna, non zuccheroso. Di per sé piuttosto coraggiosa, quella di raccontare il secondo avvento di Cristo in un mondo devastato dalle guerre di religione e dal terrorismo, dalla corsa al guadagno e dalla pretesa che essere buoni cristiani voglia dire credere nel Creazionismo e osservare in modo letterale i precetti biblici, è indubbiamente un’idea “forte”, sulla quale non è difficile costruire un libro di successo. Che poi sia anche un grande libro, è un altro paio di maniche.

Perché, diciamolo subito, “A volte ritorno” non è un grande libro, tutt’altro. È un libro furbo, che fa leva su una quantità di considerazioni ovvie (i fanatici religiosi si annidano in ogni grande religione rivelata, la Bibbia non dev’essere interpretata alla lettera, la carità cristiana è un concetto obsoleto e via almanaccando) per edificare una predicazione fatta di musica indie e atteggiamenti bonari, come se Gesù non potesse essere che una sorta di hippie fuori tempo massimo.

Non perderò neppure un minuto a spiegare quanto il Gesù di Niven non c’entri nulla con quello storico, e con quello dei Vangeli: ma non è certo questo il problema del libro. Certo, l’Autore ci propone un Gesù “facile”, immediato, trasparente e cristallino, un figlio dei fiori più che un figlio di Dio, e non si avventura in grandi questioni storiche o filosofiche, che non saprebbe padroneggiare. Si limita, al contrario, a sostenere che – come diceva Robert Musil – “Cristo è semplice”, e così riconduce tutti i comandamenti religiosi, tutti i precetti e le angosce dei fedeli al fondamentale “fate i bravi”, il comandamento unico del 2000, epoca nella quale – complice la semplificazione del linguaggio dovuta ai social network e a whatsapp – anche i comandamenti debbono adeguarsi e ridursi da dieci a uno, immediato e comprensibile a tutti.

social-media

Onestamente, va ammesso che si ride parecchio in questa scatenata parodia del Vangelo, in questa commedia in salsa divina nella quale Dio fuma marijuana e s’incazza coi Santi del suo Stato Maggiore, e nella quale Gesù si attornia di rottami e casi umani perché, in fondo, è sempre ai più bisognosi che occorre tenere la mano. Pur semplificando all’estremo, il libro di Niven passa messaggi condivisibili, e mette alla berlina personaggi realmente ributtanti, come i terribili predicatori evangelici americani, convinti di detenere la Verità suprema quando sono solo dei piazzisti della Fede. Il problema è che il giochino mostra troppo presto la corda e il libro risulta, fatalmente, e per assurdo, un po’ manicheo nel suo facile etichettare la bontà e la cattiveria, il giusto e lo sbagliato.

Se i siparietti in Paradiso tra Dio e i Santi, nonché tra Dio e il suo contraltare Satana, se presi per il verso giusto, divertono e insegnano anche qualcosa (notevoli le pagine in cui Niven snocciola tutte le scissioni interne alle grandi religioni, con decine e decine di sette una più becera e assurda dell’altra), le invettive alle quali l’Autore a volte si abbandona suonano stonate e fuori luogo, eccessive e sgradevoli (su tutte, quella contro Papa Ratzinger, bollato come protettore di pedofili e nazista!). Eccessivo e sboccato, travolgentemente comico ma anche terribilmente superficiale, è un libro nato per il successo (che infatti ha ottenuto), non malvagio nello stile, semplice e ghignante, capace di regalare anche una strana sensazione di serenità, grazie a questo Gesù chitarrista rock, rilassato e cannaiolo, tollerante e – ovviamente – non creduto e disprezzato dalle autorità ma, allo stesso tempo, è anche un libro facilone e semplicistico, che se fa bene a ricordarci che la Fede si deve dimostrare con le azioni e non professare semplicemente nei luoghi di culto, commette un grosso errore nel sottovalutare tutta l’importanza della Storia e del pensiero nell’evoluzione del sentimento religioso.

E alla fine, tra Santi che bestemmiano e Dio che si ubriaca come un Bukowski qualunque, cosa resta? La sensazione che due millenni di Storia si riducano a un festino in Paradiso tra rutti e scoregge, e che il messaggio sia che la vita sarebbe più bella se nessuno si ammazzasse e nessuno volesse il male degli altri. Bella forza!  

(Recensione scritta ascoltando Bruce Springsteen, “Born to Run”)


PREGI
Niven è essenzialmente un Autore satirico, e come tale va letto. Scrive bene, sceglie vie semplici, non intorbida troppo le acque (e lo stile) e regala qualche sano momento di divertimento. Se le scene paradisiache affondano direttamente nella blasfemia (e non fanno per tutti), quelle relative al talent show cui partecipano Gesù e i suoi amici sono oggettivamente ben riuscite e, seppur non innovative, capaci di restituire un’immagine fosca e veritiera dello “show biz” americano (e non solo) 


DIFETTI
Spesso inutilmente sboccato, sembra un regolamento di conti con la religione in quanto tale, senza però proporre reali alternative o un’immagine convincente di Dio (immaginarlo come un vecchio burbero che fuma canne e beve whisky è una facile scorciatoia). Esecrabili le parole su Papa Benedetto XVI, e lo dico da anticlericale vecchio stampo! 


CITAZIONE
«Ti ho sentito nella trasmissione di quel coglione di Lomax: tu sei quello che se la prende con i gay, che incita alla violenza contro i medici abortisti, che vorrebbe vietare l’aborto anche in caso di stupro… Tutta quella roba da ritardati mentali. Ma che ti passa per la testa, amico? Hai fuso il cervello? Non lo sai che Dio ama i froci? La devi smettere di diffondere odio e paura, perché andrai dritto all’inferno, vecchio mio. Finirai a pedalare per l’eternità sopra un dildo di ghisa lungo tre metri e avvolto nel filo spinato che ti s’infilerà dritto su per il culo.»  (pag. 303)


GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
*½
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO