LECTIO BREVIS / 233

Libri letti, riletti, sfogliati: testi e pretesti

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 233
PARENTI, AMICI E ALTRI (PRESUNTI) AFFETTI
Le relazioni, spesso complicate, con chi ci sta vicino, per scelta o per necessità  

TESTI

Agatha Christie – VERSO L’ORA ZERO (1944)

Di cosa parla: Lady Tressilian vive in una bellissima villa sulla costa della Cornovaglia; vedova da qualche anno, ama circondarsi di parenti e amici. Tra questi non può mancare il nipote e suo erede Nevile Strange, che anche quest’anno ha deciso di venire, insieme alla moglie Kay. Negli stessi giorni, tuttavia, nonostante la cosa sembri sconveniente, sarà presente anche la prima consorte di Nevile, Audrey, ospite abituale di Lady Tressilian. Il clima appare teso fin dall’inizio, ma, quando la padrona di casa verrà trovata morta nel suo letto, le indagini, condotte dal sovrintendente Battle, dovranno appurare chi aveva convenienza a uccidere la donna…

Commento: «Mi piacciono le storie gialle ma, come sapete, cominciano sempre dal punto sbagliato. Cominciano con il delitto. Ma il delitto è la fine. La storia inizia molto prima, a volte anni prima, con tutte le cause e gli eventi che portano certa gente in un certo posto a una certa ora di un certo giorno». È un vecchio e celebre avvocato a sostenere questa tesi; siamo nel prologo del romanzo, e queste parole suonano come una dichiarazione preventiva da parte dell’autrice. Che, infatti, farà attendere a lungo il lettore prima di dargli in pasto un delitto. Il lento avvicinamento alla parte criminale è ben speso: Agatha Christie sa creare la tensione con i dialoghi, ai quali affida la caratterizzazione dei personaggi (la lezione di Jane Austen non è stata vana). In questo specifico caso, tutto serve per ricamare intorno a due temi classici, nel poliziesco e non solo: l’eterno triangolo amoroso da un lato, la questione dell’eredità dall’altro. Va da sé che parenti e amici, naturalmente, sono i sospettati: i gialli che si rispettano insegnano a diffidare dei legami d’affetto. Il sovrintendente Battle, qui alla sua quarta e ultima apparizione, sostiene, a un certo punto durante le indagini, che ci vorrebbe Hercule Poirot, con le sue fenomenali doti di analisi psicologica. Curiosamente, invece, nel 2007 ne è stato tratto un episodio della serie tv britannica Miss Marple.

GIUDIZIO: ***

Daniele Mencarelli – QUATTRO PRESUNTI FAMILIARI (2026)

Di cosa parla: Nei boschi intorno a Norma, in provincia di Latina, viene ritrovato uno scheletro, con pochi brandelli di pelle attaccati. Nell’impossibilità di capire a chi appartenga e da quanto tempo si trovi lì, i carabinieri di Latina, incaricati del caso, decidono di convocare i familiari di persone scomparse in un arco di tempo compatibile con le condizioni dei resti e mai ritrovate. Il compito di occuparsi dei parenti, in attesa che le analisi del DNA diano una risposta, viene affidato dal maresciallo Damasi all’appuntato Circosta. Per quest’ultimo, combattuto tra la volontà di onorare la divisa e i fantasmi di una vita non del tutto soddisfacente, è una sorta di prova di maturità: a complicare le cose sarà anche il rapporto con un collega, il brigadiere Liberati, che lo coinvolgerà in una brutta faccenda…

Commento: Ah, quanta fatica sprecata! Quanto (inconsapevole?) sperpero di potenzialità narrative! Non vorremmo cadere nel peccato critico di sovrainterpretazione, però facciamo fatica a capire come, dopo premesse tanto interessanti, l’autore abbia potuto perdersi sul più bello. Proviamo a fare chiarezza: il romanzo sceglie di presentarsi come un giallo: il ritrovamento dello scheletro nei boschi può non essere la trovata più originale, ma poco importa, perché l’enigma sull’identità di quelle ossa è sufficiente per porre le fondamenta di un mistero da indagare. E non sarebbe priva di interesse l’idea di fondo: convocare i presunti familiari e stare a vedere l’effetto che fa. Ad aggiungere curiosità c’è poi il personaggio principale, nonché narratore della storia, l’appuntato di origini abruzzesi Emanuele Circosta. Trentatré anni, orfano di padre, con la madre rimasta sola nel piccolo paese natale e una sorella anch’essa lontana, Circosta è un carabiniere attraversato da una linea di irrisolutezza che lo rende lontano dagli stereotipi sui carabinieri. Insoddisfatto della sua vita sentimentale e sessuale, ma incapace di rassegnarsi e dunque in preda a un’inquietudine che non sa placarsi, legato al suo superiore, il maresciallo Damasi, nella cui umanità pare cercare il padre che non ha avuto, ma anche succube della prepotente personalità del brigadiere Liberati, prototipo (fin troppo di maniera) della “mela marcia”, Circosta finisce per riversarsi totalmente nel compito che gli è stato affidato: occuparsi dei presunti familiari in attesa degli esiti delle analisi del DNA. Sulla trama principale si innesta, ben presto, una seconda vicenda, nella quale Circosta si ritrova coinvolto nelle vesti di ingenuo complice di Liberati in una delle (a dir poco discutibili) iniziative di quest’ultimo: una serata finita male con due ragazze straniere, che i due, e Liberati in particolare, pagheranno cara, finendo vittime di un agguato.

La carne al fuoco è tanta e diventa anche piuttosto succulenta; gli interrogativi che alimentano la curiosità del lettore non mancano, dagli sviluppi dell’indagine sui resti ritrovati nel bosco a quelli della brutta storia in cui il protagonista finisce per cadere. Gettate queste basi, che fa Mencarelli? Nulla, di fatto, o meglio si compiace di indugiare sul disagio dei quattro presunti familiari, dai signori Martelli, i due anziani coniugi che non hanno accettato la scomparsa della figlia e si rinfacciano le colpe a vicenda, alla signorina Parrino, in preda a una schizofrenia che non si capisce bene se sia legata alla sparizione della sorella, a Lucio Marini, morfinomane che non si sente accettato dalla famiglia adottiva con cui è cresciuto dopo la scomparsa della madre. Ora, capiamo che Circosta si riconosca nelle fragilità dei parenti e capiamo anche che provi dunque a riscattarsi prendendosi cura di loro, ma fatichiamo a comprendere tanta perdita di interesse narrativo per le due vicende davvero potenzialmente stimolanti del romanzo: arrivare alla fine per scoprire semplicemente a chi appartiene lo scheletro (e ora che lo sappiamo, verrebbe da chiedere?) o, peggio, per essere informati, nell’ultimo lapidario capitolo, che il nucleo investigativo interno ai carabinieri «sparì senza farsi più sentire» (non crediamo di rovinare la sorpresa a nessuno, perché, ahinoi, il finale non rivela nulla), lascia qualcosa in più dell’amaro in bocca. Lascia l’impressione che a molti autori interessino troppo i personaggi e troppo poco le storie. Che, in fondo, pensino che una buona capacità di approfondimento sociopsicologica sia sufficiente per fare buona letteratura: Simenon non avrebbe mai fatto tanta fatica per nulla.

GIUDIZIO: **

PRETESTI

UN APPUNTO – Breve variazione sul tema con la collaborazione di:

MARCEL PROUST – All’ombra delle fanciulle in fiore (1918) – traduzione di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri

Gli amici si scelgono, i parenti no. Dal che consegue che dei primi in genere parliamo bene (ne va della nostra capacità di giudizio sugli altri), sui secondi invece siamo più critici. Lo testimonia la letteratura, che pullula di magnifiche storie d’amicizia, fin dall’epica antica (Achille e Patroclo, Eurialo e Niso), e di considerazioni sul suo valore nella vita dell’uomo (Cicerone vi ha dedicato un noto dialogo, in cui l’amicizia è vista niente meno che come la salvezza dello Stato). La colpa più grave, in una relazione d’amicizia, è il tradimento della fiducia: e quando un’amicizia si spezza, l’odio e il desiderio di vendetta sanno essere implacabili. A differenza che con gli amici, con i parenti siamo costretti a valutare caso per caso: e così, se numerose sono le attestazioni d’affetto nei confronti di madri, padri, fratelli, sorelle, ma anche nonni, cugini, zii, nipoti, altrettanto frequenti sono le occasioni in cui proprio i rapporti di parentela sono motivo di una sofferenza, se non causa di vere e proprie sciagure, tanto più angosciosi in quanto viste come inevitabili. I casi limite di Amleto o della famiglia Karamazov possono bastare a dare un’idea in questo senso.

Ma allora cos’è davvero l’amicizia? Una forma di sublimazione dell’amore? La necessità di cercare il simile, per rispecchiarsi? Una spinta a migliorarci o l’esigenza, magari un po’ egoistica, di confermarsi attraverso il confronto con l’altro? La generosità è probabilmente il tratto più nobile dell’amicizia. Per evitare di cadere in facili derive psicologiste, sarà bene però ricorrere alla penna di Marcel Proust per schiarirci le idee a riguardo. Intanto perché l’amicizia tra il Narratore e Robert de Saint-Loup narrata nella Recherche resta una della più belle che siano mai state raccontate. E poi perché Proust ci offre un’analisi critica dell’amicizia che non ci sembra abbia pari nella letteratura di ogni tempo. Sui difetti degli amici, così leggiamo:

«Ciascuno dei nostri amici ha talmente i propri difetti che, per continuare a volergli bene, siamo costretti a uno sforzo per consolarci di essi pensando al suo ingegno, alla sua bontà, al suo affetto o, piuttosto, a ricorrere a tutta la nostra buona volontà per non tenerne conto. Purtroppo, la nostra compiacente ostinazione a non vedere il difetto dell’amico è inferiore a quella con cui egli vi si abbandona, a causa della sua cecità e della cecità che attribuisce agli altri. Perché il suo difetto egli non lo vede o crede che gli altri non lo vedano. Siccome il rischio di dispiacere deriva soprattutto dalla difficoltà di capire che cosa passa o che cosa non passa inosservato, si dovrebbe almeno, per prudenza, non parlare mai di sé perché è un tema sul quale si può essere certi che la vista degli altri e la nostra non concordano mai.»

UNO SPUNTO – Per farla brevissima:

GUSTAVE FLAUBERT – Dizionario dei luoghi comuni (1881) – traduzione di Franco Rella  

Parenti.
Tutti sgradevoli.
Tener nascosti quelli che non sono ricchi.

GUSTAVE FLAUBERT
(1821 – 1880)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
*½
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO