LECTIO BREVIS / 232

Libri letti, riletti, sfogliati: testi e pretesti

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 232
SCRITTORI CHE FANNO ALTRO
Investigatori e tuttofare: scrivere non basta ma dà gioia?

TESTI

Anthony Berkeley – IL DELITTO DELL’ULTIMO PIANO (1931)

Di cosa parla: L’invito ricevuto dall’ispettore capo Moresby di Scotland Yard è un’occasione imperdibile per Roger Sheringham, scrittore di romanzi gialli: assistere alle prime indagini della polizia sulla scena di un delitto appena scoperto. Si tratta dell’assassinio di un’anziana signora, Miss Barnett, che è stata ritrovata morta, strangolata con un rosario, in casa sua, un appartamento al quarto piano di Monmouth Mansions, a Londra. I sospetti della polizia si appuntano subito in una direzione: si è trattato, a giudizio degli investigatori, di un omicidio a scopo di rapina, visto che l’appartamento è stato svaligiato. Tutti gli indizi sembrano concordare con questo quadro, compresi i fortissimi rumori che, nel cuore della notte, hanno svegliato gli inquilini del piano di sotto. Ma Sheringham nutre fin dall’inizio qualche perplessità e decide di assumere come segretaria l’unica parente della vittima, una giovane nipote, di nome Stella, convinto di potere, in questo modo, avere un aiuto nelle indagini che è intenzionato a svolgere in prima persona…

Commento: Prima di Ellery Queen, ci fu Roger Sheringham. Se alla penna dei due cugini americani, che firmarono i loro gialli con il nome del loro personaggio, dobbiamo il più famoso esempio di scrittore di polizieschi tra gli investigatori dilettanti, l’inglese Anthony Berkeley, che fu anche importantissimo critico della letteratura del genere, è probabilmente il primo a inventare un personaggio di questo tipo. Roger Sheringham è un signore distinto, un londinese elegante e (quasi sempre) squisito nei modi come nell’abbigliamento, pur non essendo eccentrico o bizzarro alla stregua di altri celebri detective come Poirot o Philo Vance. Elegante è anche Berkeley, attento ai dettagli e alla limpidezza tanto della storia quanto della lingua. La materia del romanzo, che la bravura dell’autore maneggia abilmente, è complessa quanto basta, piena di stranezze, interrogativi, dubbi.

Ma, al di là forse di un finale spiazzante (e anche un po’ irregolare?), quello che rende piacevole la lettura è soprattutto il rapporto tra Roger Sheringham e Stella Barnett, la nipote della vittima che lui assume come segretaria e che diventerà di fatto il suo braccio destro nelle indagini (qualcosa di analogo succederà, in alcuni romanzi, anche a Ellery Queen con la sua segretaria, Nikki Porter). I riferimenti metaletterari, che sono una sorta di luogo comune della letteratura poliziesca fin dall’epoca d’oro, non mancano neanche in questo libro: a un certo punto l’autore riporta, ad esempio, l’opinione dell’ispettore capo Moresby secondo cui, di cento casi di omicidi, solo uno trova posto nelle pagine di un romanzo, gli altri risultano troppo noiosi. E, più avanti, Sheringham osserva, in merito alla mancanza di impronte digitali sul luogo del delitto, che secondo la polizia questo indica con la massima certezza l’opera di un professionista, ma “in questi giorni in cui la gente legge un mucchio di gialli, o li vede al cinema, un discorso del genere non ha più senso, perché oramai tutti – uomini, donne o ragazzi – sono diventati degli esperti nel settore”. Se – come lascia intendere Berkeley – l’epoca del dilettantismo era già finita negli anni Trenta del secolo scorso, figurarsi oggi, con tutte le informazioni fornite in materia ad ogni ora del giorno e della notte dalla tv e da internet…        

GIUDIZIO: **½

Franck Courtès – LA MATTINA SCRIVO (2023)

Di cosa parla: L’autore racconta di come, da fotografo di successo, abbia deciso di abbandonare la sua professione per dedicarsi a quella che lui sente come la sua vera vocazione: la scrittura. Con la moglie e i due figli adolescenti che vivono in Canada, egli si ritrova a barcamenarsi a Parigi tra mille lavoretti e a fare i conti con le conseguenze di una povertà non cercata ma subita. Così, offrendosi tramite un’apposita piattaforma digitale come tuttofare, si ricicla di volta in volta come montatore di mobili, manutentore di giardini, traslocatore, cameriere, aiuto cuoco, fattorino, facchino, ecc. Tra la fatica fisica, le misere condizioni salariali, le assurde e vessatorie clausole contrattuali, c’è ancora spazio e tempo per coltivare la letteratura?

Commento: «Gli artisti si distinguono dagli altri poveri per il fatto che nell’immaginario collettivo appartengono a una categoria sociale a parte. In qualche modo hanno scelto la loro povertà […] Gli artisti hanno quel che si meritano». È un memoir, ci dicono. Sarà. Di certo, è un quadretto sociologico del mercato del lavoro. E – occorre per onestà riconoscerlo – sotto questo profilo il libro non dirà cose del tutto nuove ma ha il pregio almeno della chiarezza e, per quel che vale, della sincerità. L’autore evita anche di piangersi addosso e, qua e là, non manca nemmeno uno sforzo di distanziamento rispetto alla materia narrata. Però, c’è un problema di fondo che, ignorando il resto dell’opera dello scrittore (colpa nostra!), ci appare con un’evidenza ancora maggiore: ma Courtès pensa di essere riconosciuto come un artista scrivendo libri come questi? Ossia dei reportage, dei libri-inchiesta, dei saggetti autobiografici su quanto è brutta e cattiva la gig economy? Perché, al di là del valore di denuncia che l’autore affida alle sue pagine, il lettore anche più idealista non può farsi a meno di chiedere se la scelta di Courtès – scelta che, secondo quanto faticosamente abbiamo ricostruito (non aiutano le scarnissime note biografiche della casa editrice Playground), risale a un periodo imprecisato, tra i quindici e i dieci anni fa – non contenga in sé un’ingenuità che, al più, può fare tenerezza.

Courtès, insomma, ha deciso consapevolmente di abbandonare un lavoro che, per quanto anch’esso non estraneo alla crisi indotta dalla digitalizzazione che ha investito il mondo dei giornali e dell’editoria in genere, poteva pur sempre rappresentare una fonte di reddito probabilmente decente, per gettarsi nel vuoto di una professione, quella dello scrittore, che da sempre (ossia da quando esiste il mercato editoriale) ha comportato precarietà, insicurezza e necessità di ingegnarsi. Sarebbe lungo fornire una casistica di scrittori vissuti in miseria o semplicemente misconosciuti in vita per essere magari rivalutati da morti (destino, peraltro, non esclusivo degli scrittori ma di molti artisti in senso lato), eppure, caro Courtès, almeno le pagine di Martin Eden in cui London ci racconta del degradante lavoro nella lavanderia di un grande albergo che il suo protagonista, marinaio che vuol diventare scrittore, è costretto a svolgere per far fronte all’insuccesso delle sue prime prove letterarie, ebbene almeno quelle pagine sarebbe il caso di rileggerle, prima di abbandonare la via vecchia per la via nuova. Ma, si dirà, eravamo agli inizi del Novecento: che le condizioni dei lavoratori fossero quelle descritte da London (e da molti altri prima di lui, da Dickens a Zola), lo sappiamo. Quello che ci deve scandalizzare, ci suggerisce Courtès, è che più di un secolo dopo non sia cambiato nulla e il fatto che la gig economy abbia semplicemente attualizzato le vecchie modalità di sfruttamento è inaccettabile.

Già, eppure – lo ripetiamo per evitare equivoci – qui si parla di letteratura: Courtès fa bene a denunciare, ma è davvero ancora possibile pensare che quello dello scrittore possa o debba essere considerato un mestiere come i tanti lavori o lavoretti che l’autore sperimenta per sbarcare il lunario? Un mestiere cioè con il quale non si può campare perché malpagato, non riconosciuto, svilito? Intendiamoci: di scrittori che vivono del loro lavoro ce ne sono (anche se meno di quanto si creda), ma il problema è proprio nel fatto che la stessa qualifica di scrittore (che Courtès confonde ambiguamente con quella di artista) si è andata contaminando e degradando con il tempo, se è vero che già Baudelaire lamentava per i poeti della sua epoca la perdita dell’aureola. Che poi le case editrici abbiano sempre più abdicato alla loro opera di selezione sulla base di valutazioni di merito per seguire, nelle scelte di pubblicazione, criteri ispirati alle mode del mercato è naturalmente vero, anche se pure questo andazzo è connaturato all’editoria da sempre. Ma se a Courtès possiamo esprimere la nostra solidarietà sul piano esistenziale, ci tocca anche dire che per poter valutare le sue doti letterarie questo memoir ci è parso poca roba. Non che il libro sia scritto male, e anzi qualche squarcio interessante qua e là si apre (specialmente la scena in cui il narratore investe, nella campagna parigina in piena notte, un capriolo e poi lo deve portare a casa nel suo appartamento), ma per la letteratura ci vuol altro. E forse anche, più semplicemente, per diventare uno scrittore che vive del suo lavoro (a proposito: ma la colpa dei modesti successi di vendita di Courtès va data all’involgarimento dei gusti del pubblico, come probabilmente l’autore credeva e crede ancora sperando di vivere di scrittura, o anche le case editrici, che pure hanno qualche libro gliel’hanno pubblicato, hanno qualche responsabilità?).

GIUDIZIO: **

PRETESTI

UNO SPUNTO – Breve variazione sul tema con la collaborazione di:

ELLERY QUEEN – L’origine del male (1951) 

Abbiamo citato Ellery Queen, il più illustre degli scrittori prestati all’investigazione, almeno in ambito letterario; in tv, nonostante il personaggio sia stato protagonista di una serie tv americana negli anni Settanta, il primato spetta senz’altro a Jessica Fletcher (curiosamente, o forse no, gli ideatori di entrambe le serie sono Richard Levinson e William Link, che poi sono anche gli inventori del tenente Colombo). Sul finire degli anni Trenta, con alle spalle già un decennio di successi e una decina di romanzi, i due cugini Dannay e Lee decidono di abbandonare l’ambientazione tradizionale delle avventure del loro eroe, che in precedenza non si era mai allontanato da New York (dove il padre, Richard, è ispettore di polizia) o tutt’al più dalla costa orientale degli Stati Uniti, per farlo approdare dall’altra parte del Paese. La destinazione scelta è coerente con la professione di Ellery: Hollywood, la patria del cinema, dove lo scrittore dovrebbe lavorare come sceneggiatore per una casa cinematografica e si trova, naturalmente, coinvolto, suo malgrado, a indagare su un omicidio. Accade in due libri, pubblicati entrambi nel 1938, Hollywood in subbuglio e Quattro di cuori (il primo brutto, il secondo così così), che vedono anche Ellery doversela cavare da solo, senza il sostegno della Squadra Omicidi guidata del padre Richard (in precedenza era accaduto solo ne Il mistero di Capo Spagna, ambientato in Virginia).

Probabilmente, però, il romanzo di ambientazione hollywoodiana più interessante è il terzo, che viene pubblicato a distanza di più di un decennio dai primi due, nel 1951: il nostro eroe è tornato in California per scrivere il suo nuovo libro, ma la Hollywood scintillante di prima della guerra sembra già evaporata, offuscata dall’astro nascente della televisione (in Italia era ancora in corso la fase sperimentale). Ellery è diventato, nel frattempo, una star, non tanto per le sue abilità di scrittore quanto per le sue capacità investigative, tanto che una ragazza, Laurel Hill, gli chiede di far luce sulla morte di suo padre, Leander, stroncato da un infarto dopo aver ricevuto come macabro regalo un cane morto. Il problema si complica quando anche il socio in affari di Hill diventa destinatario di minacciosi e bizzarri avvertimenti. Il libro è un catalogo di astrusità che non attinge le vette del capolavoro: l’enigma appare piuttosto artificioso ancorché non di difficile risoluzione. Ciononostante, la scioltezza e la curiosità con cui si legge ne fanno un lavoro onesto.

UNO SPUNTO – Per farla brevissima:

WISŁAWA SZYMBORSKA – La gioia di scrivere, in “Uno spasso” (1967) – traduzione di Pietro Marchesani

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

WISŁAWA SZYMBORSKA (1923 – 2012)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
*½
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO