E ADESSO, POVER’UOMO? – Hans Fallada

# 37 – Hans Fallada – E ADESSO, POVER’UOMO? (Sellerio, 2008, ed. orig. 1932 – pagg. 577)

La vita di una coppia piccoloborghese, Johannes Pinneberg e sua moglie Emma detta “Lämmchen” (Agnellino), nella Berlino dei primi anni Trenta: Hitler non è ancora al potere, ma le bande naziste delle SA imperversano già per la Germania, e lo scontro sociale e politico è a livelli di guardia, complice una crisi economica che – dopo la grande svalutazione del Marco – ora tocca i posti di lavoro, e raddoppia in un solo anno – fra il 1931 e il 1932 – il numero dei disoccupati. Come sopravvivere in un mondo così lacerato, senza compromettersi moralmente?

Fulgido esempio di “Neue Sachlichkeit” (Nuova Oggettività), corrente artistica sorta in Germania nei primi anni Venti del XX secolo, “E adesso, pover’uomo?” è anzitutto un documento d’epoca, un puro spaccato sociale duro e crudo, mitigato solo dalla vena ingenuamente romantica che lo attraversa. Hans Fallada (pseudonimo di Rudolf Ditzen), messo davanti alle condizioni socio-economiche di una Germania allo stremo, eppure briosa e a suo modo “democratica”, volle raccontare una sincera e a suo modo dolcissima storia d’amore – quella tra Johannes e la sua “Lämmchen”, due ragazzi che credono nella vita assieme e nella famiglia e nel futuro – che si staglia, però, sullo sfondo di una Nazione e di una città egualmente crudeli: la Germania di Weimar, e Berlino, la grande città per antonomasia, il calderone ribollente da cui, di lì a poco, sarebbero sorti gli spettri nazisti della Notte di Valpurga.

Mentre si legge Fallada (come anche il Döblin di “Berlin Alexanderplatz” o il Kästner di “Fabian”) è impossibile non pensare alla veridicità della scrittura, al suo estremo realismo, controbilanciato dall’ingenuo e a tratti un po’ stucchevole trasporto dei due protagonisti: “E adesso, pover’uomo?” è un libro che esce direttamente dalla Germania pre-nazista, dal marasma della Repubblica di Weimar, quella breve parentesi di democrazia e parlamentarismo che si incuneò tra le due guerre, in Germania, creando più illusioni che altro, prima della ricaduta nel peggiore dei totalitarismi. Weimar non fu solo cinema e arti, scrittura e teatro; fu anche svalutazione monetaria, pressione fiscale, proletarizzazione del ceto medio, disoccupazione e sperequazione sociale. Weimar fu l’humus nel quale crebbe il quadrifarmaco del Nazionalsocialismo, con la sua promessa di egualitarismo e patriottismo fusi assieme, di riscatto sociale e nazionale, individuale e collettivo. La Nuova Oggettività ha prodotto testi di valore diseguale, e forse nessun vero capolavoro, nulla che convinca dalla prima all’ultima parola. Anche questo romanzo di Fallada non sfugge alla definizione, alternando pagine struggenti ad altre un po’ facilmente melodrammatiche, un po’ come nel gusto – anche teatrale e cinematografico – dell’epoca. “E adesso, pover’uomo?” è anche, però, un libro importante, in particolare per chi ama la storia tedesca del XX secolo, ma non solo: è un libro importante perché ci racconta la nascita di un mondo oscuro come diretta conseguenza del collasso di un altro mondo, e ci parla di temi come la dignità dell’individuo nella società contemporanea, ancora attualissimi, anzi, per certi aspetti persino più attuali rispetto al lontano 1932!

Se anche grandi registi come Murnau, col magistrale “L’ultima risata”, e Chaplin, col geniale “Tempi moderni”, si erano interrogati sull’alienazione dell’uomo nel mondo industriale e post-industriale, il merito è anche di romanzi come questo di Fallada, capaci di interrogarsi in tempo reale sugli orrori della vita aziendale, con le sue terrificanti quote-vendite o quote-produzione, il mancato raggiungimento delle quali sanciva l’immediato licenziamento. Oggi i termini sono un po’ diversi, ma non poi tanto: è di ieri l’altro la notizia di un’azienda di Marnate, in Provincia di Varese, che, dopo aver omaggiato i suoi quaranta dipendenti con un cesto natalizio, li ha altresì licenziati tutti, forse come omaggio per l’anno nuovo. Il motivo? La proprietà è passata a un gruppo canadese, che ha fatto tabula rasa. Ecco che le disavventure lavorative del povero Pinneberg tornano improvvisamente d’attualità, con la loro carica di disperazione sociale e di umana aspirazione al benessere. La domanda (di per sé inquietante) se i coniugi Pinneberg siano i futuri nazisti passa persino in secondo piano: il Nazionalsocialismo esce da questa classe media bistrattata e umiliata, da questi lavoratori vilipesi e sfruttati. Nomi e cognomi (e anni…) importano davvero così tanto?            

(Recensione scritta ascoltando Vangelis, “Ask The Mountains”)

PREGI:
nonostante non sia propriamente un romanzo breve, si legge con una certa facilità, complice la suddivisione in capitoli brevi che riflette l’originaria pubblicazione, a puntate, su un quotidiano berlinese   

DIFETTI:
la Nuova Oggettività predilige narrazioni al presente, scarne e persino un po’ scostanti, venate da una melodrammaticità non sempre appropriata, e a volte un po’ di maniera

CITAZIONE:
“E ad un tratto Pinneberg capisce tutto, al cospetto di questo poliziotto, di questa gente perbene, di questa vetrina luccicante lui capisce che è tagliato fuori, che non appartiene più a quel tipo di mondo, che lo si caccia via a ragione: è scivolato giù, è finito a fondo, è spacciato. Ordine e pulizia: roba di una volta. Pane e lavoro sicuri: roba di una volta. Farsi avanti e sperare: roba di una volta. La povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta.” (pag. 545)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO