LECTIO BREVIS / 219

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 219
IL SUDAMERICA TRA STORIA E LETTERATURA
Come gli scrittori sudamericani hanno raccontato, con un punto di vista laterale, le vicende del loro paese

Antonio Skármeta – IL POSTINO DI NERUDA (1985)

Di cosa parla: 1969. Nel piccolo villaggio di pescatori di Isla Negra, sulla costa cilena, il giovane Mario Jiménez ottiene l’incarico di postino. Il suo compito è semplice: consegnare la corrispondenza all’unico abitante del luogo che ne riceva, niente meno che l’illustre poeta Pablo Neruda. La frequentazione pressoché quotidiana fa nascere tra i due un legame di amicizia: Mario, che nutre per Neruda una profonda ammirazione, ne approfitta per ricavarne lezioni di poesia. Il legame si rivelerà prezioso anche per avvicinare Beatriz González, figlia della barista del posto, della quale si è invaghito, ma che, almeno inizialmente, non pare corrispondere le sue attenzioni, complice anche la decisa ostilità della madre Rosa, che considera Mario, scansafatiche e senza un soldo, un pessimo partito…

Commento: «Dietro le parole non c’è niente. Sono fuochi d’artificio che si disfano nell’aria». Lo scetticismo di Rosa González nei confronti di Mario, pretendente alla mano di sua figlia, si estende persino all’amicizia del ragazzo con Pablo Neruda. È una diffidenza che, dunque, riflette la contrapposizione tra materia e spirito, su cui, in qualche modo, è impostato il romanzo stesso: nel piccolo villaggio cileno di pescatori analfabeti la presenza del poeta nazionale più importante, destinato di lì a poco (e nel libro viene raccontato) a vincere il premio Nobel, è un contrasto che proprio Mario Jiménez, il quale di continuare a fare il pescatore non ha nessuna voglia, prova a ricucire. Il suo incarico di postino è anche l’occasione di una elevazione, che si gioca però su due piani: quello propriamente culturale e quello politico.

Sono, questi, d’altronde, i due piani della vita stessa di Neruda: l’essere assurto a simbolo della sua nazione è frutto non solo dell’importanza della sua opera, ma anche delle tragiche vicende che agitarono il Cile negli anni Settanta, segnati dall’elezione di Salvador Allende, primo presidente marxista del Sudamerica, e poi dalla sua deposizione per effetto del golpe di Pinochet, appoggiato dagli Stati Uniti, e dalla sua morte in circostanze oscure. Skármeta, che a seguito del golpe lasciò il Cile per trasferirsi in Argentina, fa delle vicende storiche lo sfondo per una storia che, dopo le pagine iniziali, finisce per concentrarsi sulla figura di Mario Jiménez, vero eroe del romanzo: la sua neghittosità (non ha tutti i torti la suocera!), compensata dalla vitalità sessuale, si fa quasi filosofia di vita dopo la partenza di Neruda, trasferitosi a Parigi in seguito alla nomina ad ambasciatore da parte di Allende, per assumere sfumature malinconiche ma anche cupe dopo la morte del poeta, con l’instaurarsi del regime di Pinochet la cui ombra si allunga anche su Mario nelle ultime pagine del romanzo.

Il libro ha due pregi non secondari: la brevità e la vivacità della narrazione. E invita, senza cedere al didascalismo, a meditare sul rapporto che le parole intrattengono con la vita, ossia con quel tanto di libertà con cui ciascuno di noi identifica la possibilità di dirsi felici, sia pure per una breve stagione. Perché, come dice Mario alla suocera, rimproverandola per la sua lettura frettolosa della lettera che Neruda gli ha scritto dalla Francia (la prima lettera mai ricevuta nella sua vita!): «Ma lei non legge le parole, se le inghiotte, signora mia. Le parole bisogna assaporarle. Bisogna lasciare che si sciolgano in bocca». Come la vita, come la felicità, appunto.

GIUDIZIO: ***

Mario Vargas Llosa – CROCEVIA (2016)

Di cosa parla: Lima, anni Novanta. La situazione politica del Perù è a dir poco turbolenta, tra gli attentati terroristici di movimenti rivoluzionari come Sendero Luminoso e Túpac Amaru e la repressione durissima del regime autoritario di Fujimori. La cosa non sembra turbare però Marisa e Chabela, che, amiche da sempre, diventano, quasi per caso, amanti. Tutt’altra inquietudine agita invece Enrique Cárdenas, marito di Marisa, noto e ricco imprenditore, quando riceve la visita di Rolando Garro, direttore di una rivista scandalistica, il quale lo minaccia di pubblicare le foto di un’orgia a cui, tempo prima, egli ha partecipato. All’uomo non resta che affidarsi al suo amico Luciano, avvocato e marito di Chabela…

Commento: Il segreto di un bravo romanziere consiste nell’annodare i fili. E che Vargas Llosa appartenga a pieno titolo alla categoria lo dimostra anche questo libro, tra gli ultimi pubblicati dallo scrittore peruviano. L’autore intreccia, infatti, più trame: a quella principale si unisce innanzitutto la vicenda di Juan Peineta, recitatore di versi che, sedotto in passato dall’offerta, allettante sul piano economico, di entrare a far parte del cast di un programma assai popolare, ha conosciuto poi un rapido declino a seguito della campagna diffamatoria ordita contro di lui da Rolando Garro. Prendono poi corpo, con l’incalzare degli eventi, le peripezie che vedono coinvolti il braccio destro di quest’ultimo, la sua più fedele redattrice, detta la Retaquita, e del fotografo Ceferino Argüello. Sullo sfondo, infine, ma in realtà a fare da architrave all’impalcatura stessa del romanzo, ci sono le figure ambigue e inquietanti del misterioso Doctor, capo dei servizi di sicurezza, e di Alberto Fujimori, il cui governo, con l’intento di riportare l’ordine nel Paese, ha assunto tratti repressivi.

È anzi proprio partendo da quest’ultimo aspetto che si può forse leggere nel profondo il romanzo, intanto ricordando che Vargas Llosa fu avversario politico di Fujimori alle elezioni presidenziali del 1990: lo scrittore perse al secondo turno e abbandonò in fretta il suo Paese, che di lì a due anni sarebbe diventato una dittatura. Il pregio maggiore del romanzo è proprio quello di saper tratteggiare gli aspetti più inquietanti del regime di Fujimori sotto le mentite spoglie di una storia apparentemente leggera, quale lo scandalo che travolge l’imprenditore minerario Enrique Cárdenas. Ancor più interessante è che il vero Leitmotiv del libro è l’erotismo: non solo quello, abietto, dell’orgia in cui si è fatto coinvolgere Enrique, ma quello della relazione, di cui vengono raccontati l’inizio e gli sviluppi, a loro volta sorprendenti, tra Marisa e Chabela. Vargas Llosa sembra così anestetizzare i torbidi scandali di un Paese retto da autocrati illiberali concentrandosi sugli scandali sessuali della rivista “Destapes” diretta dallo spregiudicato (ma quanto ingenuo!) Rolando Garro.

Ma è un gioco sottile, perché il lettore, capitolo dopo capitolo, sarà guidato a capire che, in realtà, questi ultimi non sono che un riflesso dei primi e che tutto si tiene. Quello che convince meno è il finale del romanzo: piuttosto ripetitivo, didascalico e attraversato da un’ombra appena di inverosimiglianza, nel momento in cui decide di fare della Retaquita, che abbiamo conosciuto come l’alter ego di Rolando Garro, votata tanto quanto costui solo al pettegolezzo cinico, un’eroina civile. Ma i molti personaggi azzeccati (più dei protagonisti, forse, i comprimari, come Juan Peineta) e l’armonizzazione delle varie trame (molto bello il capitolo “Turbinio” che intreccia, prima del finale, le diverse voci del romanzo) rendono indubbio il divertimento della lettura, accompagnato da più di una punta di malizia per le scene erotiche.

GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

«Eravamo partiti molto presto da Neuquén, con un autobus decisamente sgangherato, indegno dell’azione patriottica che il generale Perón ci aveva affidato. Andavamo a giocare una partita di pallone con gli inglesi delle Falkland, i quali si erano impegnati, nel caso avessimo vinto, ad accettare che le isole si sarebbero chiamate Malvinas per sempre e su tutte le carte del mondo». È ancora una volta un punto di vista laterale quello che Osvaldo Soriano propone nel racconto, di cui abbiamo riportato l’incipit, intitolato L’autunno del ’53 e compreso nella raccolta Fútbol. La rivalità tra Argentina e Inghilterra per le isole Malvinas o Falkland, territorio britannico, sfocerà, com’è noto, nella guerra del 1982, provocata dall’occupazione dell’arcipelago da parte dell’Argentina, cui fece seguito la riconquista inglese. Una guerra che, trent’anni prima – suggerisce Soriano nel suo racconto – si sarebbe forse potuta evitare se solo la spedizione di argentini partiti per volere niente meno che del presidente Perón fosse riuscita ad attraversare il deserto nel lungo viaggio verso sud e a imbarcarsi infine per l’arcipelago.

Utile precisare che i componenti della squadra sono i bambini di una scuola e il loro merito consiste nell’aver vinto la Copa Infantil Evita: a guidarli nell’avventuroso viaggio una variegata e improbabile scorta di adulti, dal professor Seghetti, preside della scuola, ai due autisti, un cileno che crede di orientarsi con una carta del 1910 che nessuno riesce a capire tranne lui, e Luigi, un italiano che fa miracoli al volante dell’autobus, un Ford vecchissimo caricato all’inverosimile e con la ruota di scorta sgonfia. Ma a bordo i viaggiatori scopriranno, a un certo punto, anche un intruso: William Jones, delle Malvinas, apostolo di nostro signore Gesù Cristo in quei luoghi, un inglese. Quando la spedizione si sarà del tutto perduta in Patagonia e dovrà essere salvata dagli elicotteri mandati dal generale Perón, verrà suggerito ai partecipanti alla spedizione di dimenticare tutto “perché se gli inglesi avessero saputo della nostra inettitudine non ci avrebbero mai restituito le Malvinas”. Jones rimarrà in Patagonia a fare il predicatore; sarà la storia, anni dopo, a tornare a occuparsi di quell’arcipelago.  

La storia (come anche la geografia) del Sudamerica subisce invece un processo di trasformazione straniante nell’opera di Gabriel García Márquez. L’universo di Macondo, il paese immaginario al centro del capolavoro dello scrittore colombiano Cent’anni di solitudine (1967), si affaccia già in alcuni racconti scritti in precedenza, tra il 1956 e il 1962, e raccolti nel volume I funerali della Mamá Grande.
In La vedova Montiel (la dinastia tornerà nel romanzo), si piange la morte di José Montiel, l’uomo più ricco e potente del paese, le cui fortune si sono costruite grazie all’acquisto dei beni degli oppositori della dittatura. I suoi figli, grazie alle ricchezze accumulate, sono andati tutti in Europa e a studiare e, alla notizia della morte del padre, ormai cresciuti, decidono di non tornare a casa ma si limitano a telegrafare e a mandare lettere alla madre: «“Questa è la civiltà”, dicevano. “Lì da te, invece non ci troveremmo in un buon ambiente. È impossibile vivere in un paese primitivo dove si assassina la gente per questioni politiche”». E dire che il vecchio José era persino morto di morte naturale, circostanza che era parsa a tutti incredibile, al punto che ci erano volute ore prima che tutti si convincessero che era morto davvero.Il fatto è, che con i suoi trascorsi, «tutti si aspettavano che lo impallinassero alla schiena in un’imboscata». Tutti, tranne la moglie che ora però si ritrova a piangere il marito confortata solo dalla compagnia del domestico nero Carmichael.    

Testi citati
Osvaldo Soriano – L’AUTUNNO DEL ’53, in “Fútbol” – traduzione di Glauco Felici (1998)
Gabriel García Márquez – LA VEDOVA MONTIEL, in “I funerali della Mamá Grande” – traduzione di Enrico Cicogna (1962)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO