LECTIO BREVIS / 222

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 222
STORIE DELLA STORIA D’ITALIA
Dalla Spedizione dei Mille alla Resistenza, da Villa Glori alla Prima Guerra mondiale: come scrittori e poeti hanno raccontato episodi della storia patria

Giuseppe Tomasi di Lampedusa – IL GATTOPARDO (1958)

Di cosa parla: Maggio 1860. Mentre i Mille al seguito di Garibaldi, sbarcati a Marsala, avanzano in Sicilia, il principe Fabrizio di Salina con la sua famiglia, la moglie Stella e i sette figli, attende il corso degli eventi nel loro palazzo. Le sue preferenze vanno al nipote, Tancredi Falconeri, che si è arruolato con i garibaldini; nel corso con i suoi colloqui con lo zio, che appare titubante sui risultati cui porteranno i cambiamenti che interessano la Sicilia, egli si dice convinto che “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Tancredi sembra destinato a sposare la cugina Concetta, ma quando, qualche mese più tardi, la famiglia si sposterà nella tenuta estiva di Donnafugata, l’incontro con la bella Angelica, figlia di don Calogero Sedara, ricco parvenu del luogo, farà nascere tra i due giovani un amore travolgente che Don Fabrizio incoraggerà…


Commento: Facendo grazia delle vicende editoriali che portarono alla pubblicazione postuma dell’unico romanzo di un autore tanto raffinato quanto appartato nella scena letteraria del primo Novecento italiano, c’è solo l’imbarazzo della scelta per tessere le lodi di un libro il cui successo fu immediato, come ebbero a sancire il Premio Strega assegnato nel 1959 e il celeberrimo film di Luchino Visconti con Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale uscito nel 1963 e Palma d’oro a Cannes nello stesso anno. Diviso in otto parti, che coprono un cinquantennio (dal 1860 al 1910; la settima parte racconta la morte di Don Fabrizio, nel 1883), il romanzo deve la sua fama all’analisi cui viene sottoposta l’annessione della Sicilia al nascente Regno di Italia in seguito alla Spedizione dei Mille. La figura centrale, il Principe, il Gattopardo, è un uomo colto e disincantato: si interessa di astronomia, ma legge la storia della sua terra con un distacco che sconfina col cinismo, com’è chiaro nella scena in cui rifiuta la proposta di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley, di essere nominato senatore dell’ormai nato Regno di Italia («In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”»). E se nel nipote Tancredi e nell’amore di lui con Angelica egli vede quasi incarnata la necessità di cambiamento che pure l’avanzare della storia sta portando, è vero però che a muovere a simpatia lo “zione” (così lo chiamano affettuosamente i due giovani) è la vita che in loro si esprime con tutto il fulgore dell’età.

Ad aleggiare, infatti, su Don Fabrizio, e di riflesso sui suoi possedimenti, è fin dall’inizio un’aura di morte che – specialmente nella prima parte – investe il palazzo dei Salina: il Principe, insomma, è semplicemente l’unico, nel romanzo, che mostri una lucida, realista e perciò stesso anche rassegnata consapevolezza del trascorrere del Tempo e dell’inutilità di opporvisi. Alla sua passione per l’astronomia, sorta di fuga dalla dimensione rapace del tempo terrestre per proiettarsi in una dimensione altra (e un altro riflesso dello stesso sentimento di eternità si ha nelle immagini mitologiche con cui è decorato il palazzo), fa da contraltare l’immutabilità irredimibile di quanto di umano egli osserva intorno a sé, nel breve e ciclico svolgersi della storia, come si diceva, e anche nel paesaggio siciliano, anch’esso gravido di morte nelle sue manifestazioni naturali e climatiche. I Siciliani – sostiene Don Fabrizio – sono animati da un desiderio di morte in ogni cosa, anche nel cibo (al celebre timballo di maccheroncini con cui si festeggia la riapertura della tenuta di Donnafugata, fa seguito l’elenco dei dolci che viene bandito durante un ricevimento in una casa palermitana: e chi conosce, anche di sfuggita, la pasticceria siciliana, sa che è una lista appena abbozzata).

Da ultimo – ma naturalmente è il dato fondamentale – bisognerebbe almeno aggiungere che la grandezza del romanzo sta nella magnifica lingua di Tomasi di Lampedusa, barocca senza essere stucchevole, grondante un’ironia non esibita ma sorniona, capace di trattenere il pathos ma non di riuscire fredda: specchio perfetto dell’essenza stessa del romanzo, uno dei pochi scritti nella nostra lingua che abbia saputo diventare popolare, al punto di riuscire a imporre una fraseologia, a partire dall’aggettivo “gattopardesco”, adatta ancora, a distanza di quasi settant’anni, a dipingere con rara efficacia ed eleganza la condizione, il modo di essere non di una sola regione, ma di un’intera nazione. 

GIUDIZIO: ****

Renata Viganò – L’AGNESE VA A MORIRE (1949)

Di cosa parla: 1943. Anche nella zona del delta del Po (ma il luogo non è indicato esplicitamente) arriva la notizia dell’armistizio. “La guerra è finita” si dice, ma in realtà l’occupazione nazista segna l’inizio della Resistenza. La lavandaia Agnese vive con il marito Palita: è lei a sobbarcarsi le fatiche del lavoro per mantenersi, considerato che Palita, invalido, non può fare sforzi. Comunista e in contatto con i partigiani locali, un giorno, a causa probabilmente di una soffiata dei vicini, egli viene catturato dai tedeschi e portato via sotto gli occhi della moglie: non tornerà più. Per l’Agnese, rimasta sola con la gatta di casa, le cose cambieranno dopo che, una sera, ammazzerà un soldato nazista che, ubriaco, aveva sparato alla sua gatta. La donna fuggirà unendosi a un gruppo di partigiani, mettendosi al loro servizio come “staffetta” e diventando per tutti “mamma Agnese”…

Commento: La Resistenza è stata, senz’altro, nell’immediato dopoguerra, il tema portante del romanzo italiano: collante innanzitutto sul piano delle biografie degli autori, ma anche motivo unificatore della nazione che rinasceva dopo gli anni più bui della sua giovane storia, essa, almeno nelle opere più riuscite e sempre fatte salve le differenze specifiche, si sottrae ai rischi della retorica – quella che, per certi versi, inquina ancora buona parte del dibattito odierno – grazie a un’asciuttezza stilistica perlopiù estranea alla tradizione della letteratura italiana. È la felice stagione del Neorealismo, destinato a diventare una sorta di feticcio, spesso più ideologico che artistico, per lunghi decenni a venire. Il punto, però, è che le principali opere ricondotte di volta in volta a questo movimento presentano una tale varietà di soluzioni, sul piano narrativo in primis, che rischia di mettere in forse la stessa validità della categoria.

Renata Viganò, bolognese e partigiana, trasferisce certo nel suo romanzo più celebre buona parte della sua esperienza diretta nella lotta di Resistenza, ma il pregio maggiore del libro sta nell’aver scelto come protagonista una donna diversa da sé stessa: l’Agnese è una contadina, grossa, semplice, estranea all’ideologia (è il marito quello impegnato), una donna che si ritrova coinvolta nella lotta partigiana per una “questione privata”, diversa da quella del Milton di Fenoglio ma altrettanto urgente. Anche in virtù della sua età matura, l’Agnese sembra non potersi sottrarre al destino di diventare, per i giovani partigiani a cui si unisce, una “mamma”, lei che di figli non ne ha. Allo stesso modo, però, tutto il suo agire, dall’assassinio del soldato nazista all’attività di “staffetta”, è segnato dall’adesione a un ideale di sacrificio di sé che segnava già la sua vita precedente: è la fatica, che marchia il corpo di Agnese, a partire dai suoi piedi, il vero sigillo del suo instancabile operare. L’Agnese fa: parla poco, e il suo pensiero è limpido ma semplice (ad avere le idee ci pensa il Comandante dei partigiani). Lei sa, perché lo ha provato sulla sua pelle, che è giusto combattere contro i nazisti e i fascisti; e tanto basta.

La forza del romanzo sta nella scelta di un punto di vista per così dire ribassato: l’Agnese (che pure, come ebbe a spiegare l’autrice, si ispira a una donna realmente esistita e da lei conosciuta direttamente), al pari del già citato Milton di Fenoglio o di Pin, il ragazzino de Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, si sottrae, per la sua stessa consistenza materiale, ossia romanzesca, a ogni magniloquenza, a qualunque ridondanza, a tutte le possibili gonfiature della retorica. Perché, come ebbe a dire lo stesso Calvino, se in fondo c’è qualcosa che accomuna i narratori della Resistenza, è il fatto che ciascuno ambiva non a documentare o a informare, ma a esprimersi. Il contributo di Renata Viganò, a distanza di quasi ottant’anni, resta tra i più validi: L’Agnese va a morire è ancora – sono parole di Sebastiano Vassalli – “una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall’esperienza storica e umana della Resistenza”. Sarebbe bene ricordarsene, per sottrarsi alla tentazione, sempre perniciosa, di fare della letteratura solo un documento, da leggere, magari stancamente, come testimonianza di parte o da impugnare, con spirito civile, per dimostrare il proprio impegno nelle giuste cause. C’è vita, c’è anima, c’è una scrittura precisa e curata nelle pagine di Renata Viganò, e dovremmo sempre sforzarci di capire che la forza dei libri o sta in questo o soccombe, a dispetto di tutto, alla prova del tempo.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Nell’infinita serie di testimonianze letterarie sulla storia di Italia, colpiscono i versi che Cesare Pascarella dedicò a un episodio minore del Risorgimento, lo scontro di Villa Glori: si tratta del fallito tentativo da parte di un manipolo di una settantina di volontari di mettersi in contatto con i rivoluzionari romani che, seguendo le direttive di Garibaldi, avrebbero dovuto far insorgere Roma. Era il 23 ottobre del 1867 e i volontari, guidati dai fratelli Enrico e Giovanni Cairoli si scontrarono con i carabinieri svizzeri dell’esercito pontificio ed ebbero la peggio: Enrico morì (aveva 27 anni) e il fratello fu gravemente ferito. Per rievocare l’episodio e celebrare i perdenti, Pascarella, poeta romano che scrisse nel dialetto della sua città, scrisse, a distanza di quasi vent’anni dagli eventi, ben venticinque sonetti, che formano una sorta di pometto epico, molto lodato da Giosue Carducci, che ricostruisce la vicenda, dal raduno dei volontari a Terni fino alla tragica conclusione. La cosa curiosa, tra le tante, è che anche i lombardissimi fratelli Cairoli (erano di Pavia, anzi di Gropello che, in loro onore, oggi si chiama appunto Gropello Cairoli) diventano, nei versi di Pascarella, Righetto (Enrico) e Ninetto (Giovanni) e parlano in romanesco. Ecco come, nel penultimo sonetto, vengono rievocati gli ultimi momenti della vita di Righetto:

E da lontano se sentì un sussuro
D’antre voci. – M’è morto mi’ fratello! –
Strillò Ninetto, e dopo fece: – Io puro
Sento che moro e vado a rivedello. –

E intanto ch’antre voci lì a l’oscuro
Je parlaveno senza de vedello,
Strillò: – Si camperete, ve scongiuro,
Dice, de facce seppellì’ a Groppello. –

E quanno che le forze j’amancorno,
Che lui se crese a l’urtimi momenti,
Strillò: – Viva l’Italia! – Intorno intorno

J’arisposero, e fu l’urtimo strillo:
Poi s’intesero ancora antri lamenti
E dopo… tutto ritornò tranquillo.

Sono state, però, soprattutto le due guerre mondiali gli eventi che hanno maggiormente avuto eco nelle parole degli scrittori. Prendiamo in esame la Grande Guerra: se ci sono autori, come Ungaretti, Rebora, Gadda, che hanno dedicato opere intere alla loro partecipazione alla Grande Guerra, non mancano testi analoghi anche in altri poeti che pure hanno parlato solo occasionalmente di questa esperienza bellica. Eugenio Montale, ad esempio, che combatté ventenne in Trentino, inserì, nella sua raccolta d’esordio Ossi di seppia, pubblicata nel 1925, una sola poesia, scritta peraltro a conflitto finito, sugli anni passati in fanteria al fronte: è una poesia che, a differenza dei più noti componimenti di Ungaretti, traccia un quadro non di distruzione e di morte, ma un ideale di tranquillità che, complice la natura, si fa largo tra i soldati come occasione di momentanea dimenticanza della guerra:

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.

Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.

Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora scialba
memoria, terra dove non annotta.

Testi citati
Cesare Pascarella – da VILLA GLORIA (1886)
Eugenio Montale – VALMORBIA, DISCORREVANO IL TUO FONDO, in “Ossi di seppia” (1925)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**½
***
***½
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO