Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 220
TRA SACRO E PROFANO
Vocazioni, conversioni, dubbi sulla strada della vera fede
Nicholas Brady – LE INDAGINI DI EBENEZER (1934)
Di cosa parla: La vendita di beneficenza è un vero evento per il villaggio inglese di Dowerby. Tra le altre iniziative, la più attesa e partecipata è la caccia al tesoro. L’atmosfera gioiosa è però destinata a finire presto: alcuni concorrenti in cerca di indizi, infatti, si imbattono in un cadavere. Si tratta della giovane Constance Bell, che giace riversa in un fosso, con un coltello conficcato nella gola. Per il reverendo locale Ebenezer Buckle, appassionato di indagini, è l’occasione di mettere a frutto le proprie doti investigative collaborando con il commissario capo Kail. Se gli indizi sembrano, inizialmente, generare una grande confusione, una cosa pare certa fin da subito: che l’omicida sia un abitante del villaggio…
Commento: La lezione del giallo classico, di scuola anglosassone, è chiara. È fatta di regole, e di variazioni dello stesso schema. Nicholas Brady, pseudonimo dello scrittore inglese John V. Turner, autore “industriale” (pubblicò più di 45 libri in meno di 15 anni, prima di morire, trentanovenne, forse di tubercolosi), dimostra di conoscere bene i generi. Si cimentò infatti soprattutto nel campo dell’hardboiled, il poliziesco violento all’americana, ma fece alcune incursioni anche nel giallo classico. In special modo con le storie di Ebenezer Buckle, reverendo con la passione dei misteri (niente a che vedere con Padre Brown, però!). Questo è il quarto dei cinque romanzi che vedono all’opera il pastore, i cui interessi – come ammette lui stesso – sono più rivolti alle indagini (e alla coltivazione di fiori) che alla cura delle anime. Non si fa fatica a credergli, considerata la noia che pare avvolgere la vita sonnolenta del villaggio di Dowerby. Ben venga, dunque, un omicidio, tanto più se la vittima è una ragazza e gli indizi appaiono, fin da subito, ben poco decifrabili. Occorre dire, a onor del vero, che il libro è onesto e nulla più: il delitto – come detto – è sufficientemente sconvolgente, l’indagine rigorosa, la soluzione è perfettamente logica e sorprendente il giusto, i personaggi ben delineati ma non indimenticabili. La lezione del giallo classico è chiara e non ammette defezioni. Nicholas Brady la conosce alla perfezione, tanto da rispettarne con ossequio le regole. Non è stato un innovatore, ma un artigiano rispettabile sì.
GIUDIZIO: **

Graham Greene – FINE DI UNA STORIA (1951)
Di cosa parla: A Londra, nel corso della Seconda guerra mondiale, si è dispiegata la relazione clandestina tra Maurice Bendrix, scrittore, e Sarah Miles, moglie di Henry, alto funzionario di stato. L’amore travolgente tra i due si è bruscamente interrotto a seguito di un episodio accaduto durante uno dei loro incontri: in seguito allo scoppio di una bomba nell’edificio nel quale si trovavano, Sarah, temendo per la vita di Maurice, ha fatto voto di rinunciare a lui nel caso in cui si fosse salvato. Al risveglio dell’uomo, rimasto solo stordito, lei decide di troncare la relazione. A distanza di pochi anni, a guerra finita, però, Bendrix, che non ha capito e non ha accettato la fine della storia, viene contattato da Henry che gli rivela il sospetto che la moglie lo tradisca. Maurice, in preda alla gelosia, decide, senza informare il marito, di ingaggiare un investigatore privato per andare a fondo della questione, ma la verità che lo attende è più amara di quanto egli immagini…
Commento: Dedicato a C. (è Catherine Walston, la donna con cui Graham Greene intrecciò una lunga relazione), il romanzo – ultimo della cosiddetta tetralogia dei “romanzi cattolici” – è una delle variazioni più originali sul tema eterno del triangolo amoroso. Il punto di vista della storia è sostanzialmente quello di Bendrix, che ne è il narratore, ma la parte centrale (il terzo dei cinque libri in cui il romanzo è suddiviso) è occupata per intero dal diario di Sarah, offrendo così un cambio di prospettiva utile a fare emergere tutta l’ambiguità della voce principale, quella di Maurice. Quest’ultimo, infatti, dichiara fin dall’inizio di voler raccontare una storia di odio, e non d’amore: un odio che, almeno inizialmente, coincide con la gelosia che lo ossessiona nei confronti della donna con la quale ha instaurato per alcuni anni una relazione segnata da un forte coinvolgimento passionale (le allusioni, esplicite anche se accennate, al sesso scandalizzarono le gerarchie cattoliche all’epoca dell’uscita del libro). L’amore, tra Maurice e Sarah, è come rimasto sullo sfondo, un non-detto motivato da reticenze di diversa origine (lui ha avvicinato Sarah col pretesto di ricavare informazioni sulla vita di un funzionario statale; lei, da sposata, vive la relazione con un senso di colpa, anche perché il matrimonio si è rivelato sessualmente insoddisfacente). Ma, con il passare delle pagine, Greene fa capire come, tra i due amanti, finisca per interporsi qualcosa di più profondo e, al contempo, più angosciante: l’incomprensione all’origine della fine della loro storia, legata inizialmente al voto fatto da lei, assume dimensioni propriamente tragiche quando si scontra con la ricerca della fede da parte di Sarah.
A un certo punto – e non possiamo dire di più per non rivelare troppo di una trama che, nella sua destrutturazione, è uno dei punti di forza del romanzo – si arriva a capire che il vero triangolo con cui fare i conti non è quello consueto (marito-moglie-amante): il terzo intruso è niente meno che Dio ed è con lui che Bendrix dovrà fare i conti, a Lui non potrà che finire per rivolgere il suo odio. Greene riesce così a tenere insieme una storia scandalosa (per la morale corrente, e per la morale cattolica in particolare) come lo è ciascuna storia di adulterio e una storia di redenzione, quale quella che si delinea nel finale, ma il pessimismo dello scrittore non risolve banalmente l’una nell’altra e si guarda bene da ogni tentazione predicatoria: gli uomini sono portatori di una contraddittoria varietà di punti di vista sulla realtà (esemplificati, nel romanzo, anche dai personaggi di Smythe e di Padre Crompton), ma lo scandalo vero, nel senso evangelico, è rappresentato da Sarah, non da Bendrix o da Henry. È lei, attraverso la radicalità delle sue scelte, a partire dalla condizione di peccato a cui si dà, a far deflagrare il paradosso rivelandolo come l’essenza stessa della fede cattolica: ma la salvezza resta un mistero inaccessibile ai più, soprattutto se si pensa di farne una questione da discutere, un problema intellettuale da affrontare come quello di uno scrittore alle prese con il libro che sta scrivendo. Bendrix è escluso da questo orizzonte, e la sua condizione lo obbliga a iterare il suo odio, modificando tutt’al più il destinatario. Greene, che di sé amava dire: “Mi considero un autore che si dà il caso sia cattolico” (dobbiamo la citazione alla postfazione, al solito ricchissima di spunti, di Domenico Scarpa nell’edizione Sellerio), non consola nessuno, nemmeno i suoi personaggi, ma è generosissimo, al solito, della sola qualità che è giusto chiedere a uno scrittore: riuscire a non annoiare i propri lettori.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Misteri (e dubbi) della fede. Quelli di John Donne, ad esempio, poeta inglese la cui parabola, umana e letteraria, esprime tutte le contraddizioni di un’epoca, a cavallo tra Cinquecento e Seicento, in cui le guerre di religione, i conflitti per la difesa della vera fede furono questioni drammaticamente serie in quasi tutta l’Europa. Nato in una famiglia cattolica sotto il regno di Elisabetta I, che affermò l’anglicanesimo portando avanti con decisione la rivoluzione voluta, pochi decenni prima, dal padre Enrico VIII, Donne approdò, dopo lunghi anni tormentosi contrappuntati da episodi dolorosi e momenti di grave difficoltà, alla nuova confessione, arrivando a ricoprire ruoli di prestigio nella Chiesa anglicana. Tracce profonde di questo travagliato percorso di fede sono testimoniate nella sua poesia, ad esempio nei diciannove Sonetti sacri (che portano, in alcuni manoscritti, il sottotitolo Divine meditazioni). Il diciottesimo è incentrato proprio sul dissidio tra le due chiese, la cattolica e l’anglicana, “confessione – sono parole di Cristina Campo – del grande smarrimento teologico che, anziché ricomporsi con gli anni, sembra farsi più insoffribile via via che la figura pubblica di Donne tocca il monumentale”:
Mostrami, dolce Cristo, la tua sposa lucente.
È quella dunque che sull’altra sponda
va, riccamente adorna? O quella che deserta
e lacera si strugge in Germania e da noi?
Mille anni dorme e in un anno si desta?
È Verità e può errare? Ora nuova, ora spenta?
Appare, apparve mai, riapparirà
mai più su uno, sette o nessun colle?
Ha dimora tra noi o, erranti cavalieri,
senza una dura cerca non avremo l’Amore?
Svela, dolce marito, ai nostri occhi la Sposa
e l’anima corteggi la tua tenera
colomba, a te più cara e più devota
allorché più abbracciata e aperta a molti uomini.
Senza dubbio più profana, più corrosiva e molto meno metafisica la prospettiva con cui al “sacro” guardò, due secoli più tardi e da tutt’altra prospettiva, Giuseppe Gioachino Belli. Anche nei suoi sonetti riecheggiano i temi religiosi, impastati spesso con le questioni assai più materiali dell’antico Stato pontificio, in via di liquidazione certo (Belli morì però prima della presa di Roma) ma ancora saldamente centro di un potere terreno diventato, nei secoli, tanto solido da fondersi con la millenaria sacralità della figura stessa del suo detentore unico, il Papa. Anche Belli si interroga su quale sia la “religione vera”, ma con i toni sbrigativi, perentori e concretissimi di chi, estraneo ai misteri più profondi della fede, vede in essa soltanto gli aspetti più esteriori, tanto da fare anche dell’Eucarestia, fondamento stesso del Cristianesimo, motivo di paradossale vanto; perché la dissacrazione è, nei versi di Belli, sempre prima di tutto una questione di linguaggio:
Cuante mai riliggione sce sò state
Da sí cche mmonno è mmonno, e cce ponn’èsse,
Cristiani mii, sò ttutte bbuggiarate
Da nun dajje un cuadrin de callalesse.
Tutte ste freggne, com’ha ddetto er frate,
S’annaveno a ffà fotte da se stesse,
Cuann’anche Iddio nu l’avessi fregate
Co ’na radisce che sse chiama Ajjesse.
Noi soli semo li credenti veri,
Perché ccredemo ar Papa, e ’r Papa poi
Sce spiega tutto chiaro in du’ misteri.
L’avvanti er Turco, l’avvanti er Giudio
Un’altra riliggione com’è nnoi,
Da potesse maggnà Ddomminiddio!

Testi citati
John Donne – MOSTRAMI, DOLCE CRISTO, LA TUA SPOSA LUCENTE, in “Sonetti sacri (Divine meditazioni)” – traduzione di Cristina Campo (1633)
Giuseppe Gioachino Belli – LA RILIGGIONE VERA (1833)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana