RIFLUSSO – Ian Watson

# 409 – Ian Watson – RIFLUSSO (Editrice Nord, 1999, ediz. orig. 1973, pagg. 251)

Nella clinica inglese di Haddon, il dottor Chris Sole sta conducendo un azzardato esperimento su alcuni bambini orfani di guerra: stimola, attraverso l’uso di una droga sintetica, i loro cervelli all’apprendimento e all’utilizzo di una nuova lingua basata sul concetto di “incastro” mutuato dai poemi del curioso Autore francese surrealista Raymond Roussel. Contemporaneamente, il suo amico antropologo Pierre Darriand, in Amazzonia, sta studiando la tribù Xemahoa che, sotto l’influsso di un determinato fungo allucinogeno, sembra utilizzare un’altra lingua (che Pierre chiama “Xemahoa B” per distinguerla da quella normalmente parlata dai membri della tribù) basata, a sua volta, sull’incastro linguistico. Il tutto è complicato dal progetto congiunto tra Brasile e Stati Uniti volto a costruire un’immensa diga per allagare gran parte dell’Amazzonia, comprese le terre degli Xemahoa, e soprattutto dall’arrivo di una nave spaziale con a bordo i “Mercanti di Lingue” Sp’thra, un popolo alieno che sembra a caccia di linguaggi di cui si serve per oltrepassare i confini della realtà e ristabilire un contatto con delle antiche divinità. E così, quando gli Sp’thra chiederanno, in cambio della tecnologia per il viaggio interstellare, sei cervelli umani separati dai loro corpi, sia il dottor Sole che l’antropologo Darriand verranno coinvolti nell’impresa. Ma attenzione: può essere pericoloso giocare con le lingue e coi cervelli!

Tutto si può dire di questo romanzo di Ian Watson tranne che non sia ambizioso. Puro esempio di fantascienza ballardiana anni ’70, “Riflusso” (pessimo titolo italiano: l’originale è “The Embedding”, che si potrebbe tradurre con “l’incastro”, ma che è anche un vocabolo dalle sfumature tecniche non indifferenti, come ben sa chi si occupa di audiovisivi) è un romanzo troppo denso di cose, troppo ricco di suggestioni per essere veramente bello e riuscito, anche perché quella del pur bravo Watson non è la penna di Ballard.

In duecentocinquanta paginette era impossibile sviluppare appieno tutte le sottotrame e gli addentellati che una vicenda come quella narrata porta con sé, a partire dal primo incontro tra l’Uomo e una specie aliena, i bizzarri Sp’thra, che trafficano in linguaggi per arrivare a conoscere tutte le forme d’espressione dell’Universo e riconnettersi ai loro Dei perduti. Ora, se il discorso sul potere della lingua e della comunicazione verbale è tutt’altro che scontato e tocca vette insospettabili di profondità, al punto che a tratti occorre andare a documentarsi per non perdere completamente il filo del racconto, e se la parte ambientata tra gli immaginari Xemahoa, tribù amazzonica isolata e portatrice di un antico e misterioso linguaggio, è molto efficace e fascinosa, tutto il resto è un po’ troppo (oggi si direbbe: un po’ “too much”!) per il lettore medio.

Watson, che lavorò, negli anni ’70, assieme a Stanley Kubrick allo sviluppo di un film sull’intelligenza artificiale che poi Stanley non girò e che fu ereditato da Spielberg (“A.I”, 2001), è indubbiamente uno scrittore abile e ambizioso, e la fantascienza che propone non è per nulla banale, offrendo peraltro la conferma di quanto questo genere possa essere propositivo e stimolante, se ben praticato. Certo, i debiti nei confronti di Ballard e del suo “Inner Space” ci sono tutti, e si sentono anche nello stile, ma siamo pur sempre, all’epoca della prima pubblicazione, nel 1973, quindi Ian Watson, più che un epigono, è stato un collega contemporaneo del grande James Ballard, interessato a una fantascienza “adulta” che apra porte, anche senza preoccuparsi, poi, di richiuderle.

E infatti è proprio questo il principale difetto del libro: non tutta la carne che viene messa al fuoco cuoce a puntino, e anzi, molta resta cruda, al puro livello di suggestione inesplicata, e ampie parti – quelle dedicate ai linguaggi a incastro e al surrealismo – sono oggettivamente troppo complesse per il lettore medio, che indubbiamente è peggiorato, dagli anni ‘70 a oggi, sia per livello di attenzione e concentrazione che per pazienza e ambizione, ma che forse anche nel 1973 a un romanzo di fantascienza avrebbe chiesto un po’ meno di quanto Watson sembra intenzionato a tutti i costi a offrire con questo viaggio nella produzione linguistica umana e aliena e nel linguaggio come elemento in grado di informare il mondo, se non, addirittura, di fabbricare realtà.

Accurato ma a tratti respingente, coraggioso, ma ai limiti dell’incoscienza, profondo ma anche difficile da comprendere nei suoi tratti più tecnici, “Riflusso” (gastro-esofageo? Ma come avranno fatto a pensare, in italiano, a un titolo tanto brutto?) è un’opera a suo modo germinale ma anche goffa, capace di passare da sofisticate considerazioni di linguistica comparata a vieti stilemi di genere, ed è soprattutto un contenitore ribollente di un po’ troppe cose, dagli studi di linguistica alla costruzione di improbabili dighe amazzoniche, dalla guerriglia marxista in Brasile all’atterraggio di navi aliene nel deserto del Nevada, fino al triangolo amoroso (appena accennato ma sinceramente dimenticabile) tra Pierre, Chris e sua moglie Elaine.

(Recensione scritta ascoltando i Ladytron, “Destroy Everything You Touch”)

PREGI:
l’ambizione di proporre, pur nell’ambito di un genere ben definito, un’opera a tutto tondo, capace di scomodare tematiche importanti e assolute, e certi tocchi di stile, veramente notevoli

DIFETTI:
troppo denso e compresso, il romanzo cade in trappole come l’eccessiva semplificazione dell’incontro tra umani e alieni, descritto come una sorta di convegno di linguisti (!), e nella necessità di passaggi narrativi confusi e un po’ velleitari  

CITAZIONE:
“Tutte quelle creature erano gli strumenti del pensiero Xemahoa e la giungla in quel momento sembrava a Pierre un unico cervello pulsante.” (pag. 109)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO