Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 221
MISTERI E INTRIGHI DAL PASSATO
Tra complotti nella Spagna del Seicento e casi irrisolti nell’Inghilterra dell’Ottocento, quando gli scrittori riesumano crimini e segreti sepolti dal tempo
Arturo Pérez-Reverte – IL MAESTRO DI SCHERMA (1988)
Di cosa parla: Madrid 1868. Mentre la Spagna è in subbuglio per le voci, che si fanno sempre più insistenti, di un complotto contro la regina Isabella II ordito da un gruppo di esuli intenzionati ad alimentare una rivoluzione nel paese, Jaime Astarloa pare immune da quello che accade intorno a lui: il suo unico interesse è impartire lezioni di scherma ai suoi allievi. Convinto sostenitore dei valori del passato, l’uomo vedrà a poco a poco messe in discussione le sue certezze dalla comparsa della bella e misteriosa Adela de Otero, che un giorno si presenta alla sua porta e gli chiede di insegnarle il segreto di una stoccata speciale che don Jaime ha messo a punto. Inizialmente il maestro di scherma è perplesso, ma, dopo averla messa alla prova e averne saggiato le eccezionali capacità, cede al fascino la giovane. Ma chi è davvero doña Adela e c’è qualche relazione tra il suo improvviso arrivo e gli eventi che stanno sconvolgendo la Spagna?
Commento: «Il progresso, don Jaime. Parola magica! I tempi moderni, le nuove abitudini, stanno coinvolgendo tutti. Nemmeno voi potete evirarlo». Le parole che il marchese Luis de Ayala, amico e allievo di Jaime Astarloa, suonano come un monito al lettore avvertito: siamo ancora nella prima parte del romanzo, nella quale Pérez-Reverte si diverte, con l’abilità di un cuoco, a presentarci gli ingredienti della sua ricetta: memore della lezione di Cechov secondo cui se sulla scena compare una pistola prima o poi bisogna che spari, lo scrittore spagnolo ci presenta con tutta la bravura di cui è capace gli elementi di cui farà uso nella seconda metà (o anche meno) del romanzo. L’attesa – sia chiaro – non è solo ampiamente ripagata, ma del tutto necessaria a inquadrare bene l’atmosfera e i caratteri dei personaggi. E così, per quasi duecento pagine, l’autore da un lato ci introduce nella Spagna dell’epoca, efficacemente rappresentata dalle discussioni di alcuni avventori del Caffè Progreso: una nazione in cui “tutti cospiravano, in quell’estate del 1868”.
Al contempo, l’attenzione si focalizza sul protagonista del romanzo, don Jaime Astarloa, un uomo fuori dal tempo, indifferente a tutto, concentrato esclusivamente sulla scherma e dispiaciuto anzi per la decadenza cui essa è andata incontro, da quando da nobile arte alla quale affidare le sorti individuali e collettive dell’onore pare divenuta ormai soltanto uno sport, un’attività ricreativa. L’improvvisa comparsa della conturbante e misteriosa Adela de Otero finirà per mettere definitivamente in crisi il mondo di don Jaime, che accetterà persino – cosa inaudita! – di fare da insegnante a una donna: le variabili impreviste (e imprevedibili?) che il suo comportamento determinerà si faranno chiare, a poco a poco, nel finale, movimentatissimo e denso di terribili eventi. Come don Chisciotte (i riferimenti nel libro sono più che espliciti), anche don Jaime sembra vittima innanzitutto di sé stesso, della sua incapacità di leggere il presente, della sua ostinata volontà di chiudersi in un passato tanto romantico quanto illusorio. La realtà, che prende le forme di doña Adela, si incaricherà con la sua brutalità di far gradualmente rinsavire don Jaime (il cui universo di valori rimane, in ogni caso, l’unico moralmente accettabile), ma il prezzo pagato sarà già altissimo e il protagonista dovrà capire quanto la vita consista innanzitutto nel saper rinunciare a un ideale di perfezione (il maestro di scherma ha vissuto a lungo nell’ossessione della ricerca di una stoccata perfetta). Così, quando la pistola esce di scena per lasciare il posto al fioretto, abbiamo capito – e con noi don Jaime – che ogni storia funziona se l’autore sa fare bene il suo mestiere: cucinare al meglio gli ingredienti che ha deciso di usare.
GIUDIZIO: ***

Colin Dexter – LA FANCIULLA È MORTA (1989)
Di cosa parla: L’ispettore Morse è stato ricoverato al John Radcliffe Hospital di Oxford per un problema allo stomaco. Per alleviare la degenza, che si prospetta lunga, niente di meglio che qualche lettura. E così, tra i vari libri che gli vengono a tiro, a colpire la sua attenzione è un curioso opuscolo, opera di un anziano colonnello vicino di letto. S’intitola Assassinio sul canale di Oxford ed è la ricostruzione di un fatto di cronaca nera risalente addirittura al 1859, allorché una donna fu prima stuprata e poi fatta annegare durante un viaggio a bordo di una chiatta da trasporto. Accusati e condannati furono i tre membri dell’equipaggio, due dei quali finirono giustiziati e il terzo deportato in Australia. Appassionandosi alla storia, Morse nota una serie di particolari che non quadrano e, con l’aiuto del fidato sergente Lewis e non solo, comincia a farsi un’idea diversa del caso…
Commento: «I colleghi di Morse non mancavano mai di riconoscergli un’intelligenza eccezionale, una di quelle che raramente affiorano nelle maree delle vicende umane e che quasi sempre gli dava un enorme vantaggio di partenza in qualsiasi inchiesta criminale». Un’intelligenza eccezionale dimostra anche Colin Dexter che, all’ottavo romanzo della serie, ricorre a un escamotage ingegnoso per far brillare le doti del suo investigatore anche quando le condizioni sembrano le meno propizie per un’indagine. Bravissimo come sempre, lo scrittore inglese sfrutta a dovere l’ambientazione ospedaliera per intrecciare i toni da commedia connessi alla situazione (riuscitissimi i personaggi delle infermiere e i duetti che si creano con Morse, ad esempio sulla rinuncia forzata all’alcol) e quelli polizieschi legati al cold case narrato nel libro che cattura l’ispettore. La vicenda criminale, pur rispettando appieno tutti i parametri per essere accattivante, finisce però, confinata in un passato troppo lontano per avere lo stesso tragico spessore di sempre: Dexter esplicita il carattere tipico del giallo classico all’inglese, che è appunto un gioco d’intelligenza. La sfida deduttiva che il detective (ossia lo scrittore) lancia al lettore è in fondo una gara che si disputa interamente nelle pagine del romanzo.
Ed è per questo che il libro nel libro, Assassinio sul canale di Oxford, è innanzitutto un intrattenimento utile per accompagnare le giornate in ospedale, scandite da una routine rassicurante ma anche alienante. L’autore accentua dunque volutamente il carattere ludico dell’indagine: il caso è un vero rompicapo enigmistico, come i gialli illustrati dei settimanali specializzati. E d’altronde, l’enigmistica non è forse un’antica passione di Morse, insieme all’ortografia e alla musica di Wagner? Se, insomma, la vicenda – nerissima – del 1859 può risultare meno interessante rispetto a un crimine “in presa diretta”, quel che rende piacevolissima la lettura è proprio la capacità dell’autore di fare della cornice l’elemento centrale del libro, che diventa un romanzo d’ambiente che proprio di questo distacco si giova. Anche a non voler scomodare la grande tradizione inglese, Dexter si rivela così, nello specifico, provvisto di quella particolare forma d’intelligenza eccezionale che è l’ironia.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Prima che l’analfabetismo che ci affligge ci costringesse a usare l’inglese credendo di darci un tocco internazionale, i cold case erano semplicemente casi irrisolti. E se nessuno aveva pensato di chiamarli “freddi”, probabilmente è perché la tendenza alla metafora conosce talvolta anche sane forme di autocensura. Prima che il crime diventasse un genere nuovo (bisognoso, come tale, anche di un nuovo battesimo, giacché giallo ci sembrava evidentemente troppo comodo), e prima che colonizzasse i palinsesti televisivi, che di casi irrisolti si cibano con voluttà e sprezzo del garantismo nonché della pietà umana a ogni ora del giorno, i misteri del passato sono da sempre stati uno degli artifici più tipici della letteratura poliziesca.
Non si contano i racconti e i romanzi che ricorrono all’escamotage
delle indagini sui crimini del passato: citiamo qui, per la celebrità, il
contributo, in realtà non indimenticabile, che negli anni Sessanta Ellery
Queen vollero dare alla soluzione del più celebre dei delitti irrisolti,
quello di Jack lo Squartatore, nel romanzo A Study in Terror (in
italiano Uno studio in nero), a sua volta omaggio a Sherlock Holmes,
anche perché – circostanza piuttosto curiosa – derivato da un film omonimo (titolo italiano: Sherlock
Holmes: notti di terrore) basato su un soggetto scritto da un nipote di
Arthur Conan Doyle. Nonostante i due cugini Dannay-Lee, gli inventori di Ellery
Queen, siano autori solo di una parte del libro (la parte che mette in scena
Sherlock Holmes si deve alla penna di Paul W. Fairman) e malgrado le differenze
introdotte rispetto al film, confessiamo che, a dispetto dell’interessante vena
sperimentale, il libro non ci ha mai entusiasmato. L’espedientedi
partenza è comunque notevole, con Ellery Queen che riceve un manoscritto
firmato addirittura dal dottor Watson e datato 1888, in cui si racconta di come
Sherlock Holmes in persona abbia indagato, a suo tempo, sui delitti di Jack lo
Squartatore, arrivando però a conclusioni tali da suggerire l’inopportunità di rivelarle.
A testimonianza della vivacità del sottogenere “casi irrisolti”,
menzioniamo anche un esempio più recente, frutto della fantasia di Paul
Halter. Nel romanzo La fonte delle lacrime si racconta di come a un
tratto, in un piccolo villaggio costiero della Cornovaglia, faccia la sua
comparsa uno strano viaggiatore; si chiama Patrick Markale e dice di essere un
sensitivo. Munito di un pendolo, comincia ad attirare l’attenzione della
popolazione locale, e in particolare dell’ispettore di polizia Oliver Kendall,
che decide di metterlo alla prova sottoponendogli alcuni casi irrisolti. Il
veggente sembra davvero infallibile, tanto da incuriosire pure Archibald Hurst
di Scotland Yard e il criminologo Alan Twist. Anche perché c’è un’oscura
leggenda su una magica fonte capace di infondere doti divinatorie. L’ambientazione
è forse l’aspetto più riuscito di un romanzo che, secondo lo stile dell’autore,
ruota intorno ad alcuni misteri apparentemente inspiegabili. Il problema è che
proprio questi ultimi appaiono un po’ fragili per reggere una storia nella
quale il culmine, sul piano criminoso, arriva troppo avanti. La spiegazione è
perfettamente logica, anche se la vera trovata è un po’ sacrificata. L’epilogo
lascia più di una perplessità.

Testi citati
Ellery Queen – UNO STUDIO IN NERO (1966)
Paul Halter – LA FONTE DELLE LACRIME (2005)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana