LECTIO BREVIS / 218

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 218
BIOGRAFIE VERE O VEROSIMILI, MA TUTTE INVENTATE
Come raccontare vite, immaginarie o illustri, rimanendo scrittori

Marcel Schwob – VITE IMMAGINARIE (1896)

Di cosa parla: C’è Empedocle, il filosofo agrigentino del V secolo a.C. che sarebbe morto gettandosi nell’Etna, e c’è Erostrato, il poco più che leggendario personaggio che diede fuoco al tempio di Artemide a Efeso. Ci sono Lucrezio e Petronio, noti scrittori latini, e c’è Frate Dolcino, il predicatore medievale processato per eresia e bruciato sul rogo. C’è Cecco Angiolieri, poeta maledetto coevo di Dante, e c’è Paolo Uccello, pittore quattrocentesco ossessionato dalla prospettiva. Ci sono Katherine la Merlettaia, “venditrice d’amore” del XV secolo, e Pocahontas, che da principessa di una tribù di nativi americani finì per sposare un esploratore inglese e trasferirsi con lui in Inghilterra. Ci sono tre pirati (il capitano Kid, Walter Kennedy e il maggiore Stede Bonnet) ma anche i signori Burke e Hare, assassini che “vissero insieme, lavorarono insieme e furono anche arrestati insieme”…

Commento: Il genere è ormai ben definito: è quello della biografia romanzata (in francese, sulla scia del critico Alain Buisine, si dice “biofiction”, crasi di “fiction biographique”). L’invenzione deve essere fatta risalire a questo piacevolissimo libro di Marcel Schwob, raffinatissimo scrittore francese di fine Ottocento, contemporaneo di gente come Zola, Maupassant, Verlaine, Mallarmé. Sono ventidue le biografie scritte e raccolte nel volume (ma in origine furono pubblicate a puntate su un quotidiano parigino). A illuminare il senso dell’operazione è lo stesso autore nella prefazione, laddove, in polemica con le tendenze naturaliste, rivendica il primato dell’arte nel dare sostanza alle vite: “i biografi di solito hanno creduto di essere degli storici”, privando così i lettori “di mirabili ritratti”. Ed è per questo che Schwob predilige le biografie nebulose, laddove la nebulosità deriva o dalla circostanza che, pur essendo i personaggi noti o notissimi, le informazioni sulle loro vite sono assai scarse e più leggendarie che storicamente accertate, o dal fatto che oscuri sono gli stessi personaggi su cui egli decide di esercitarsi.

Ne nascono esercizi di stile ricercati che, a dispetto talora di una certa freddezza, riescono, in virtù della loro brevità, a risultare incisivi, specie laddove, scavando nelle scarne notizie riferite dalle fonti ma evitando il rischio di una compilazione libresca, l’autore riesca a far emergere la personalità dei suoi protagonisti. È paradossale la sfida di Schwob: l’invenzione romanzesca, per quanto concentrata nello spazio di poche pagine, sa riscattare, nei casi più riusciti (e la nostra preferenza va alle biografie di personaggi sconosciuti), le vite dalla pagina. Al tempo stesso, però, questo sforzo finisce a sua volta per diventare letteratura, in una sorta di cortocircuito tra realtà e finzione che anticipa molti sviluppi della letteratura novecentesca (da Borges a Wilcock fino a Tabucchi e Pontiggia: una disamina accurata del successo del genere si deve a Riccardo Castellana nel saggio presente nell’edizione Feltrinelli). In fondo, Schwob aggiorna per certi versi Aristotele quando sosteneva la superiorità del poeta sullo storico perché quest’ultimo narra i fatti accaduti (e dunque deve restare ai meri particolari), il primo i fatti quali potrebbero accadere (e dunque attinge all’universalità). L’artista, insomma, batte il biografo, perché, a differenza di quest’ultimo, inventa. A patto, si intende, che inventi bene. Il che è comunque un atto di fede nella letteratura non così scontato, ancora ai giorni nostri quando la realtà è in crisi e la finzione che prova a sostituirla è spesso di una mediocrità sconfortante. 

GIUDIZIO: ***

Giuseppe Pontiggia – VITE DI UOMINI NON ILLUSTRI (1993)

Di cosa parla: Si comincia da Vitali Antonio, nato il 2 luglio 1932 a Trento per parto podalico, il quale “solo a cinquantun anni capirà quanto quella anomalia abbia influito sulla sua crescita”. Si prosegue poi con Bertelli Claudia, nata il 3 giugno 1949 a Torino, figlia di genitori che “si sentono fluidi, aerei, volatili e soprattutto moderni” e che “dichiarano unanimi, ma autonomi, di odiare una sola cosa: il conformismo”: Claudia con le sue scelte di vita li metterà a dura prova. E ancora c’è, ad esempio, Premoli Giovanna, nata il 20 febbraio 1931 a Varese “da famiglia facoltosa, come l’ha definita La Prealpina in una nota di cronaca”: l’educazione religiosa che le viene impartita sarà messa in crisi quando, una mattina, all’età di otto anni, svegliata dalla madre per andare a scuola, inizierà a bestemmiare senza riuscire a fermarsi; verrà chiamato il medico per capire che cosa abbia e come curarla…

Commento: Sono diciotto le biografie immaginarie di uomini (e donne) non illustri di questo delizioso libro di Giuseppe Pontiggia. Ogni vita è raccontata dalla nascita alla morte per flash, episodi significativi, momenti salienti. Tutti, però, presentati con il rigore della cronologia, scrupolosamente scandita dal riferimento continuo alle date in cui si situano gli avvenimenti degni di essere tramandati. È facile capire come l’autore giochi su un doppio registro. Da un lato c’è quello, notevolissimo, dell’invenzione narrativa: sotto questo profilo, il libro è un portento di fantasia, tanto più eccezionale, in quanto, di fatto, le diciotto biografie sono diciotto romanzi in miniatura. Dall’altro, c’è soprattutto il tono di fondo adottato da Pontiggia, che non è stato solo uno dei più raffinati, colti, eleganti scrittori del Novecento italiano, ma anche uno dei pochi che abbia davvero saputo coltivare l’ironia come cifra stilistica.

A questo proposito, è bene sgombrare il campo da equivoci: il libro non ha intenti esplicitamente umoristici, come capita a certi autori che non resistono alla tentazione di disseminare battute a ogni riga, eppure è divertentissimo. Pontiggia costruisce le sue vite immaginarie come vere biografie, senza forzature, rifuggendo dall’esagerazione, dal grottesco cercato a ogni costo: i suoi uomini non illustri sono trattati con tutto il realismo che meritano, ma proprio il ricorso a un tono ribassato, da cronista più che da storico, lascia spazio a un’ironia di fondo che si fa largo, di volta in volta, nella pleonastica precisione dei dettagli, nella scansione esatta degli episodi, ma anche nella diligente scelta di un aggettivo, di un giro di frase, di un’allusione o di un riferimento apparentemente superfluo.

Così – e ci limitiamo a uno dei tanti esempi possibili – non può sfuggire la perfezione con cui è costruita la vita di Cuomo Ferdinando, le cui “erezioni precoci che sorprendono il padre” ne fanno, a giudizio del pediatra, un bambino sessualmente precoce; cresce, dopo il trasferimento della famiglia da Salerno a Trieste, seducendo “sguattere, cameriere in uscita domenicale, turiste nordiche”, prima di innamorarsi di una svizzera, cui rinuncia perché già fidanzata; sentenzia allora che esiste un solo amore ed è sublime: l’amore per la madre, che considera la sua unica famiglia (il padre, che si è fatto l’amante più giovane, è stato scacciato di casa al grido di “Va’ con la tua troia”); alla fine però si sposa con una commessa dell’Upim, da cui si separa (ha scoperto che è sterile e anche “che simula l’orgasmo”); muore di infarto a 53 anni: “sua madre ne annuncia sul Piccolo la morte, definendola, dopo breve riflessione, ‘precoce’”. C’è poco da aggiungere, crediamo, per chiarire quanto sia abilmente sottile la scrittura di Pontiggia nel tessere i fili delle biografie dei suoi personaggi, a dimostrazione del fatto che le vite sono niente senza la letteratura.

GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

È da sempre il cruccio degli scrittori: inventare per essere credibili. Anzi, rovesciando i termini della questione, essere credibili per poter inventare. E così, che si tratti di personaggi storici o di personaggi di invenzione, resta valida la lezione di Manzoni: il “vero” è niente senza l’“interessante”. E se – per restare a Manzoni – compito dello scrittore è, al contempo, attenersi al “vero storico” per poter dare espressione al “vero poetico”, ossia restituire la realtà dal punto di vista dei pensieri e dei sentimenti dei personaggi, è però indubbio che lo spazio che si apre all’immaginazione è fatalmente superiore rispetto a quello che lo stesso autore de I promessi sposi riteneva lecito. Non stupisce dunque che le biografie abbiano offerto materia utile anche ai poeti, almeno a quelli interessati a porre in luce, attraverso le vite degli altri, quanto di universale si può cogliere nei gesti, nei comportamenti, nelle parole di uomini e donne di ogni epoca o condizione.

Per Costantino Kavafis, ad esempio, i personaggi storici (dai più illustri ai più oscuri) della storia antica (greca, romana e bizantina) sono motivo di ispirazione di numerose liriche, come, ad esempio, questa, incentrata sulla figura di Anna Comnena (1083-1153). Figlia dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno, Anna tentò, con l’appoggio della madre Irene, di favorire l’ascesa al trono del marito, Niceforo, contro il fratello ed erede legittimo, Giovanni, ma senza successo e, quando quest’ultimo diventò imperatore, si fece promotrice tra l’altro di una congiura per deporlo, non sostenuta neppure dal marito; in seguito al fallimento della congiura, cadde in rovina ma, per sua fortuna, il fratello, che lei per tutta la vita aveva avversato, le risparmiò la vita. Abbandonata, finì i suoi giorni in un convento, dedicandosi all’Alessiade, un’opera storiografica celebrativa del padre: 

Nell’Alessiade effonde un gran pena
per la sua vedovanza Anna Comnena.

È presa da vertigine. “E con rivi
di lacrime”, ci dice, “inondo i miei
occhi… Ahimè flutti” della sua
vita, “sconvolgimenti”. La brucia l’angoscia
“fino alle ossa, alle midolla, e fa l’anima a brani”.

La verità sembra diversa: un solo cruccio
sentì, mortale, l’ambiziosa donna;
un unico dolore ebbe, profondo
(e inconfessato), quell’altera Greca:
di non aver potuto, pur con la sua destrezza,
conquistare l’impero. Glielo prese
quasi di mano quello sfacciato di Giovanni.

La verità storica lascia il posto alla verosimiglianza nelle biografie poetiche dell’Antologia di Spoon River, gli epitaffi con cui Edgar Lee Masters, dando vita alla comunità immaginaria di una cittadina rurale inventata ma ispirata alla Lewistown dove lo scrittore visse, dà voce alle virtù (poche) e ai vizi (molti) celati sotto il perbenismo degli abitanti, ormai liberi, dopo la morte, di abbattere ogni barriera di ipocrisia. Così, ad esempio, viene mirabilmente condensata la biografia (immaginaria ma tutt’altro che falsa!) di Lois Spears:

Qui giace il corpo di Lois Spears,
nata Lois Fluke, figlia di Willard Fluke,
moglie di Cyrus Spears,
madre di Myrtle e Virgil Spears,
bimbi dagli occhi limpidi e corpi sani –
(Io nacqui cieca).
Fui la più felice delle donne
come moglie, madre e donna di casa,
curando coloro che amavo,
e facendo della mia casa
un luogo d’ordine e abbondante ospitalità:
perché giravo per le stanze
e per il giardino
con un istinto sicuro come la vista,
quasi avessi gli occhi sulla punta delle dita. –
Gloria sia a Dio nel più alto dei cieli. 

Testi citati
Costantino Kavafis – ANNNA COMNENA – traduzione di Filippo Maria Pontani (1920)
Edgar Lee Masters – LOIS SPEARS, in “Antologia di Spoon River” – traduzione di Letizia Ciotti Miller (1915)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO