# 407 – Edgar Hilsenrath – IL NAZISTA & IL BARBIERE (Marcos y Marcos, 2006, ediz. orig. 1977, pagg. 388)
Nati lo stesso giorno del 1907 a poca distanza l’uno dall’altro, nella cittadina di Wieshalle, il tedesco Max Schulz (moro, con gli occhi sporgenti e dall’aspetto decisamente ebraico) e l’ebreo Itzig Finkelstein (alto, biondo e con gli occhi azzurri, di aspetto squisitamente ariano, almeno secondo i crismi dell’epoca) crescono assieme, da amici per la pelle, e iniziano persino a svolgere il medesimo lavoro: figli di barbieri, diventano barbieri a loro volta e lavorano nei saloni paterni, fino a quando Hitler prende il potere e la Germania mette gli ebrei nel mirino.
Quasi senza accorgersene, Max e Itzig si ritrovano dalle parti opposte della barricata: Max si arruola nelle SS, più per moda che per reale convinzione, e finisce per prestare servizio nel campo di sterminio di Laubwalde, specializzandosi nell’uccisione di prigionieri ebrei; Itzig, assieme ai suoi genitori, viene deportato e finisce proprio a Laubwalde, da cui nessuno uscirà vivo. Finita la guerra, e salvatosi fortunosamente da un agguato dei partigiani polacchi, Max Schulz – forte del suo aspetto ebraico, più che tedesco – decide di assumere l’identità del suo grande amico morto, Itzig Finkelstein, e di nascondere le atrocità commesse sul fronte orientale e a Laubwalde sotto il rispettabile e, anzi, venerato aspetto di un superstite del genocidio. Il che lo porterà, lui sterminatore nazista, addirittura a sposare la causa sionista e a partecipare alla fondazione dello Stato d’Israele!
Che strano oggetto questo romanzo datato 1977 di Edgar Hilsenrath (1926 – 2018), poco prolifico ma molto stimato Autore tedesco che al tema dell’Olocausto ha dedicato le opere migliori. Strano perché, letta la trama, nonostante gli apparenti tratti comuni con “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, vien da pensare più a un libro comico o satirico che a qualcosa di realmente drammatico.
E, in effetti, “Il nazista & il barbiere” è un’opera profondamente satirica: scardinando fin da subito il luogo comune dell’aspetto fisico, con l’ariano sterminatore Max Schulz che ha tutti i tratti dell’ebreo e l’ebreo Itzig Finkelstein che appare in tutto e per tutto un ariano dominatore, Hilsenrath mescola le carte e inizia a giocare col lettore una partita in cui la posta in gioco, nascosta sotto un’apparenza leggera e grottesca, è terribilmente alta. Com’è possibile, infatti, parteggiare per un protagonista ripugnante come Max Schulz, responsabile della morte di decine di migliaia di persone (e forse persino del suo stesso amico Itzig e dei suoi genitori)? Com’è possibile seguire con partecipazione le disavventure di questo osceno camaleonte che, da carnefice, ha il sangue freddo e la faccia tosta di farsi passare per vittima, e di aggregarsi agli ebrei che forzano il blocco inglese, nel 1947, per occupare la Terra Santa e fondare lo Stato d’Israele? Ma soprattutto: è davvero possibile che un nazista convinto si faccia passare per ebreo e viva da ebreo la maggior parte della propria vita?
Certo, sul piano della verosimiglianza, il libro di Hilsenrath non brilla, e anzi presta il fianco a più d’una critica; ma il punto è un altro. Se si accetta di giocare alle regole dettate dall’Autore, ci si accorge ben presto che il libro scivola sottopelle quasi senza che ce ne si accorga, e improvvisamente il terribile personaggio di Max Schulz diventa non solo credibile, ma addirittura più reale di tante figure storiche, raffigurate nei libri e rappresentate in migliaia di documentari. Perché se c’è una cosa sulla quale Hilsenrath non ha bisogno di insistere, visto che si comprende alla perfezione lasciando semplicemente agire il libro sulla propria coscienza, è che Max Schulz non è un idealista, non è un “nazista convinto”, semplicemente perché di “nazisti convinti” non ce n’era quasi nessuno! La stragrande maggioranza, sembra volerci insegnare Hilsenrath con la sua scrittura un po’ cantilenante e tremendamente astuta, era nazista per opportunismo e per conformismo, per seguire la corrente, per mettersi dalla parte dei vincitori. E, una volta arrivata la sconfitta tanto inattesa quanto bruciante, milioni di tedeschi si sono ritrovati nelle condizioni di Max Schulz, senza coscienza e senza difese, spaesati, “perplessi”, avrebbe detto forse un Alexander Kluge.
E la portata del Male, nonostante le cifre che vengono continuamente snocciolate nel libro (anche a sproposito, visto che nell’agosto del 1945 certo non si sapeva dei sei milioni di morti!), non era chiara a nessuno, le dimensioni dell’abominio non penetravano nelle coscienze addormentate, torpide e impermeabili dei tanti Max Schulz che, dopo la guerra, si sono semplicemente eclissati nel tessuto della società tedesca ed europea. Fenomeno inevitabile, forse, e concomitante al crollo di qualunque regime: come sempre succede, anche i peggiori fanatici si scoprono improvvisamente interessati più alla propria sopravvivenza che a quella dell’ideale in cui pensavano di credere con tutta l’anima.
In questo senso, un libro come “Il nazista & il barbiere”, con il suo stile da fiaba nera, con i suoi versi formulari e le sue scene al limite dell’incredibile e oltre, somiglia a un film monumentale come “Underground” di Emir Kusturica (Palma d’Oro a Cannes nel 1995) che, allo stesso modo, rievocava l’orrore delle guerre balcaniche ricorrendo con maestria a un tono surreale e grottesco, a tocchi di fellinismo e a pennellate oniriche. Tutte caratteristiche condivise con questo romanzo bizzarro e surreale, assurdamente credibile nella sua incredibilità (ma in fondo, come si poteva considerare “credibile” la Shoah, che andava al di là di ogni immaginazione?), capace di smuovere qualcosa anche nel lettore più compassato, a prezzo forse di un po’ di lucidità e di esattezza storica, ma offrendo in cambio un’esperienza di lettura in cui il riso si mescola con le lacrime, il terrore con l’ilarità, l’ironia con il dramma e l’accaduto, nel suo orrore, con tutto l’immenso ventaglio del possibile, e con l’inconsapevole banalità di un Male senza nome, in cui persino Max lo sterminatore e Itzig il barbiere appaiono intercambiabili.

(Recensione scritta ascoltando i Rammstein, “Deutschland”)
PREGI:
l’originalità della trama e l’efficacia dell’arco narrativo, che copre praticamente sessant’anni di storia e fa attraversare al lettore l’ascesa del Nazionalsocialismo, il suo crollo e la nascita dello Stato d’Israele, il tutto attraverso le vicissitudini di un unico personaggio
DIFETTI:
il lato grottesco, un po’ “alla Kusturica”, del romanzo non fa per tutti, e a tratti rischia di far deragliare il racconto verso una dimensione troppo metaforica, troppo astratta. Fortunatamente l’Autore riesce sempre a tenere il treno sui binari!
CITAZIONE:
“Siamo tutti un po’ sbronzi. Le barbe fruscianti, gli ebrei devoti ridono e ballano allegramente in circolo. E mi trascinano in mezzo a loro. Ballo con loro. Mi sento ubriaco. Ogni cosa mi sembra diversa. Me compreso: mi vedo col sacco dei denti d’oro sulle spalle. Mi vedo ballare. Vedo le mie vittime. E loro si uniscono alla mia danza. Una danza mortale. E noi, i vivi, siamo nel mezzo. E la musica suona per noi. […] Se i morti vogliono danzare con me, io non ho niente in contrario.” (pag. 325)
GIUDIZIO SINTETICO: ***
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…




Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana