CROCEVIA – Mario Vargas Llosa

# 80 – Mario Vargas Llosa – CROCEVIA (Einaudi, 2016, pag. 231)

Siamo nel Perù degli anni Novanta: in una Lima funestata da attentati e rapimenti, tra Sendero Luminoso, Mrta e altre fazioni in lotta per il potere o per la rivoluzione, si incrociano le vicende dell’ingegner Enrique Cárdenas, alla guida di un’industria mineraria tra le più importanti del Paese, e del suo migliore amico, Luciano, avvocato di successo. Quello che questi due ricchissimi e rispettabili membri della bella società peruviana non sanno è che le rispettive mogli, Marisa e Chabela, sono amanti. E che, sotto la coltre apparentemente rassicurante e protetta di una vita agiata, covano tensioni e scandali pronti a deflagrare.

Il tema sembrerebbe scottante: il Perù del decennio 1990-2000, dominato dal regime di quello strano personaggio che risponde al nome di Alberto Fujimori, coadiuvato dal misterioso “Doctor”, crudele e disonesto capo dei servizi di sicurezza. Il tocco, però, è leggero: Vargas Llosa – che non può non essere considerato parte in causa, avendo perso alle elezioni presidenziali del Perù, nel 1990, proprio contro l’ambiguo Fujimori – dedica un romanzo agli anni più bui della storia recente peruviana, ma non sembra particolarmente interessato a regolare i conti col suo antico avversario, quanto piuttosto a far esplodere tutte le contraddizioni e le durezze di un regime strisciante e pericoloso in una storia a suo modo ariosa, birichina, attraversata da un soffio di vita e di erotismo che pare insopprimibile e che, sembra dirci l’Autore, è, dopotutto, l’unico vero antidoto alle oppressioni del Potere.

Solo in apparenza scanzonato e leggero, “Crocevia” è in realtà un quadro piuttosto fosco della vita in Perù sotto Fujimori, “caudillo” giappo-peruviano (era soprannominato “El Chino”) che, con la scusa della lotta alle organizzazioni terroristiche, ridusse il Paese al coprifuoco e avallò misure palesemente anti-libertarie. Peggio di lui in Sudamerica ce ne sono stati molti, non c’è dubbio, e la rivalità anche personale tra l’ex-statista e Vargas Llosa, suo avversario politico, non consente di vedere nel libro una serena e imparziale valutazione di quegli anni. Ma, tralasciando per un attimo il sottotesto squisitamente politico, “Crocevia” appare un oggetto letterario intrigante e malizioso, venato di femminilità, ironico e vitale, che si legge con indubbio piacere e che è in grado – come del resto quasi tutti i libri di Vargas Llosa – di dire qualcosa di non banale sul mondo e sulla società, nella fattispecie peruviana.

Certo, si potrebbe obiettare che i protagonisti siano fin troppo belli, giovani, ricchi e affascinanti, e che guardino al mondo circostante da una posizione un po’ troppo comoda per criticare il Potere e le sue oscure macchinazioni. In fondo, Enrique e Luciano sono due privilegiati (come lo è stato Vargas Llosa, peruviano bianco di famiglia ricca): hanno mogli bellissime, soldi a palate, case al mare (persino a Miami), e il loro unico problema è decidere se acquistare o meno uno yacht. La loro vita dorata – pur se attraversata da uno scandalo non indifferente, che rischia di abbattere Enrique – non può certo essere presa a paradigma della vita in Perù nel corso dei contrastati anni Novanta.

 Vargas Llosa, però, inserisce comprimari interessanti, a partire dagli sgradevoli ma a loro modo integerrimi redattori di una rivista scandalistica, “Destapes”, per finire con un vecchio attore in pensione un po’ partito di testa, Juan Peineta: dei “freaks” le cui vite diseredate e disastrate finiscono, inopinatamente, per incrociare quelle lussuose e aristocratiche di avvocati, politici e capi d’industria, in un crocevia, appunto, di tensioni e passioni, di segreti e inconfessabili verità. La vita sessuale libertina delle due coppie di amici, allora, si fa quasi metafora di una vita sociale – quella peruviana – che tiene ben coperte le sue magagne, quando non le sdogana sin troppo facilmente. E se c’è indubbiamente un certo coraggio da parte dell’Autore nel mettere in scena la vita politica reale del Paese, con tanto di nomi e cognomi (Fujimori è citato più volte, come anche il suo braccio destro, detto “il Doctor”), va altresì rimarcato che alla fine questo agile romanzo non rinuncia a divertire, con una scrittura vivace fatta di dialoghi scoppiettanti e scene di sesso tra le più “calienti”, e spensierate, dell’intera bibliografia di Vargas Llosa.        

(Recensione scritta ascoltando Carter Burwell, “Miller’s Crossing Theme”)

PREGI:
improntato a uno stile leggero e scanzonato, il romanzo è ben congegnato su una trama semplice, che non riserva grandi colpi di scena ma si legge velocemente e con piacere. Giustamente un po’ maliziose le scene erotiche, e molto interessante il terzultimo capitolo, “Turbinio”, intreccio polifonico tipico dello stile di Vargas Llosa  

DIFETTI:
chi ha in mente il Vargas Llosa dei grandi romanzi, “La città e i cani” su tutti, potrebbe restare un po’ deluso dalla semplicità del tono e dell’impianto, come anche dall’apparente “leggerezza” di alcune caratterizzazioni

CITAZIONE:
“Essere odiato significava essere temuto, era un riconoscimento. Una cosa che i peruviani sapevano fare benissimo: leccare le scarpe che li prendevano a calci. La prova? Fujimori e il Doctor.” (pag. 35)

IUDIZIO SINTETICO

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO