# 297 – Chuck Palahniuk – DIARY (Mondadori, 2010, ediz. orig. 2003, pagg. 287)
Dopo il matrimonio con Peter Wilmot, suo compagno di studi alla scuola d’arte, Misty Kleinman si è trasferita sulla paradisiaca Waytansea Island, piccola, insulare comunità nella quale si conoscono un po’ tutti, come fosse l’ambientazione di una sit-com o di un telefilm anni ’90. Ma l’idillio è interrotto dal misterioso, inesplicabile tentativo di suicidio di Peter, che lo riduce in coma, e dalla quantità di stranezze e piccoli enigmi che sembrano costellare la vita di Misty, stretta tra il lavoro come cameriera, le frequentazioni obbligatorie (su tutte quella con la suocera Grace) e il rapporto non sempre facile con l’irrequieta figlia dodicenne Tabitha. Cosa succede in realtà a Waytansea Island? Il luogo è veramente paradisiaco, o cela inquietanti segreti? E perché in alcune case della cui ristrutturazione si era occupato Peter sembrano essere scomparse delle stanze? Misty, pittrice fallita e madre in difficoltà, affida a un diario le proprie riflessioni e le progressive scoperte su un ambiente, quello in cui vive, che non è quello che sembra…
Curiosa, non perfettamente riuscita ma tutto sommato interessante questa incursione di Chuck Palahniuk in un genere ben definito come l’horror d’ambientazione provinciale, quell’horror – per intenderci – in cui attorno a un personaggio inconsapevole viene intessuta una ragnatela di eventi ben definiti che puntano a uno scopo, scopo del quale il protagonista (in questo caso la ex-pittrice Misty) è del tutto all’oscuro.
La critica sociale e la corrosiva sfida alla morale comune che caratterizzano da sempre l’opera di Palahniuk in questo romanzo sono messe in secondo piano, in favore di una vicenda più personale, più intimista, il cui racconto, non a caso, è affidato a un diario, ovvero alla forma letteraria più privata e intima che possa esistere. D’altronde, Misty scrive il diario quasi in terza persona, guardandosi il più possibile dall’esterno e rivolgendosi, con astio, al marito Peter che giace in coma: perché continuano a telefonare persone che lamentano la sparizione di intere stanze dalle proprie case, case che Peter Wilmot ha ristrutturato con la sua azienda? E perché in queste stesse case sembrano celati dei misteriosi messaggi? A chi intendeva mandare un messaggio il quasi defunto Peter? E perché Grace, madre di Peter e suocera di Misty, è così invadente e impositiva? Perché insiste che Misty riprenda a dipingere, pur non avendo raccolto, in passato, alcun successo coi suoi quadri?
Tante belle domande che sembrano promettere un racconto scoppiettante e avvincente, e in effetti si segue con un certo interesse il dipanarsi di una trama forse più tipica e meno innovativa di altre dello stesso Autore, ma proprio per questo anche meno ossessionata dalla ricerca spasmodica dell’originalità e dello scandalo, che troppe volte, a mio parere, ha rovinato i libri di Palahniuk.

Edward Hopper, “Casa lungo la ferrovia” (Olio su tela, 1925) 
René Magritte, “La firma in bianco” (Olio su tela, 1965)
Il problema è che, non avendo questo genere nelle corde come può averlo, giusto per fare un esempio, uno Stephen King, Palahniuk procede in maniera un po’ troppo ondivaga e inconcludente, seminando inquietudine ma non sempre riuscendo a raccoglierne i frutti, e perdendosi via troppo spesso in sottotrame e note rancorose che rimandano piuttosto ai suoi libri più noti, quelli in cui i protagonisti sono brutti sporchi e cattivi, per intenderci.
E così, pur nascendo da una bella idea e presentandosi come un libro “d’atmosfera”, alla fine questo “Diary” è tirato fin troppo per le lunghe, e il bizzarro stile diaristico in terza persona (Misty parla di sé un po’ come Giulio Cesare nelle sue opere!), se all’inizio colpisce, finisce poi per risultare un po’ stucchevole. Certo, non tutto è da buttare, anzi, alcune belle svolte di trama e un paio di personaggi decisamente riusciti tengono a galla il libro e regalano al lettore qualche sano brividino; ma nel complesso, ci si accorge facilmente che “Diary” non è il libro di uno specialista dell’horror d’atmosfera, e le cadute di stile, purtroppo, non mancano.

(Recensione scritta ascoltando David & Romany Gilmour, “Yes, I Have Ghosts”)
PREGI:
una buona idea di partenza, per quanto certo non nuovissima, e una struttura narrativa interessante, un diario curiosamente impersonale rivolto a un uomo in coma
DIFETTI:
Palahniuk non riesce mai a non essere, seppur in questo caso solo a tratti, eccessivo e sopra le righe, con uno stile denso e abissale, vagamente liturgico nella sua passione per le ripetizioni, che tende alla ricerca di un’assolutezza non necessaria
CITAZIONE:
“Misty ti ha regalato gli anni migliori della sua vita. Misty non ti deve nient’altro che un bel divorzio come si deve. Da bravo spilorcio testa di cazzo quale eri, volevi lasciarle il serbatoio a secco come hai sempre fatto. E come se non bastasse, hai lasciato messaggi minatori nelle case di tutti. Avevi promesso di amare, onorare e rispettare. Dicevi che avresti fatto diventare Misty Marie Kleinman un’artista famosa, e invece l’hai lasciata povera, odiata e sola.” (pag. 51)
GIUDIZIO SINTETICO: **
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana