LA FRECCIA DEL TEMPO – Martin Amis

# 295 – Martin Amis – LA FRECCIA DEL TEMPO (Einaudi, 2023, ediz. orig. 1991, pagg. 164)

Non appena muore, il dottor Tod Friendly ricomincia incredibilmente a vivere, ma la freccia del tempo è invertita e, da anziano che è, egli comincia a ringiovanire, ripercorrendo l’intera sua vita a ritroso. In questo modo, Tod lascia le sue molteplici amanti prima ancora di conoscerle e di mettersi con loro; da medico stimato, “retrocede” pian piano e ripercorre la gavetta fino a svelarci come è arrivato negli Stati Uniti e come ha cambiato nome, grazie all’interessamento di un oscuro personaggio chiamato Reverendo. E ancora più indietro, Tod – che ora si fa chiamare John Young – ci racconta del suo soggiorno in Portogallo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e della separazione dalla moglie Herta, lasciata per fuggire dalla Germania dove, quando ancora si chiamava Odilo Unverdorben, aveva prestato servizio in un luogo stranissimo nel quale ci si occupava di ricreare persone a partire dal fumo nero che entrava nei camini, anime condensate che Odilo e i suoi colleghi medici, tra cui “Zio Pepi” Mengele, restituivano alla vita con procedure incredibili. E prima ancora di quel luogo, prima della guerra e prima di Herta, Odilo aveva già sperimentato l’inebriante sensazione di ridare la vita a partire dalle ceneri, quando era in servizio presso Hartheim, clinica in cui le urne cinerarie tornano ad essere persone, magari non proprio sane, ma pur sempre vive… E indietro, indietro prima di conoscere Herta, prima di studiare medicina, chi era Odilo Unverdorben? E cosa succederà quando dovrà rientrare nel corpo di sua madre?

Quante sensazioni discordanti, leggendo questo libro datato 1991 del compianto Martin Amis (1949-2023). Inizialmente, una sana curiosità: che idea, quella di raccontare la vita di un uomo al contrario, invertendo l’entropia e ipotizzando una freccia del tempo che non riavvolge solo gli anni (sarebbe troppo comodo) bensì tutte le procedure e i fenomeni dell’esistenza. Infatti, nel mondo in cui Tod Friendly “nasce” da vecchio (un po’ come Benjamin Button o, meglio ancora, il suo archetipo letterario, Max Tivoli), le lettere appallottolate nella pattumiera vengono dispiegate e lette, il cibo viene estratto dal corpo, e non ingerito, e gli stipendi vengono versati nei luoghi di lavoro, e non incassati. Anche le conversazioni vanno al contrario, dalle conclusioni fino agli inizi del discorso, e le amanti prima si lasciano con furiose litigate e poi si conoscono e si amano… Se vi sorge il dubbio che questo modo di scrivere abbia un che di cervellotico, tranquilli: in effetti lo ha! Non c’è dubbio che occorra un po’ di tempo (e di pagine) per familiarizzare con uno stile narrativo tanto particolare, e non è infrequente che si debba rileggere qualche passaggio, per il sospetto di non aver ben capito, o interpretato, la sequenza degli eventi.

Perché quando va al gabinetto, il dottor Friendly trova già il water sporco, e l’operazione che compie lo porta… non a vuotarsi, ma a riempirsi! Ecco, l’idea di Amis – che ricorda un po’, e anticipa nettamente, il kolossal “Tenet” di Christopher Nolan – è che l’entropia sia invertita e il protagonista sperimenti a tutti gli effetti un’esistenza al contrario, un riavvolgimento perfettamente logico di ogni cosa, funzioni corporali comprese. L’Io narrante, però, è la vera innovazione narrativa di questo romanzo: chi vive dentro il dottor Friendly prima e dentro il terribile Odilo Unverdorben poi?

La coscienza del medico sembra infatti scissa in due: da una parte, l’uomo che rivive e agisce al contrario, seguendo una freccia del tempo rigorosamente invertita; dall’altra parte, una coscienza che di Tod e di Odilo sembra non sapere nulla, e che si trova catapultata in un corpo di cui può solo osservare le azioni, sul quale non ha un reale controllo (la vita del personaggio si riavvolge senza che cambi di una virgola, egli non compie delle scelte ma si limita a ripercorrere quanto già fatto una prima volta, o forse innumerevoli volte, in avanti nel tempo).

Ma che senso ha questo modo di procedere?, vi chiederete. E a un certo punto me lo sono chiesto anch’io. Veniamo dunque alla sensazioni che si sono succedute, durante la lettura, all’iniziale curiosità : lo spaesamento e lo sconcerto, nonché una certa perplessità, giacché è inutile negare che non sempre la lettura scivola facile e piacevole. Non tanto per i contenuti, che si fanno via via più atroci, con l’apice raggiunto dalla parte ambientata ad Auschwitz, quanto piuttosto per l’impianto narrativo, che a un certo punto sembra mostrare la corda, e stancare inutilmente il lettore. Eppure, è proprio in questa idea dell’inversione che il romanzo di Amis trova la sua originalità, la sua reale ragion d’essere.

Storia in sé piuttosto banale di un medico nazista inventato ma basato rigorosamente su figure reali (l’Autore nella postfazione dichiara il suo debito all’opera impareggiabile di Robert J. Lifton, grande studioso di medicina nazionalsocialista), medico che, come altri, ha riparato negli USA dopo la guerra e si è rifatto una verginità grazie a qualche aiuto altolocato, il racconto diventa abissale nel momento stesso in cui Amis inverte la prospettiva dei fatti: le vittime dell’Olocausto non vengono più uccise col gas e bruciate nei forni, ma anzi vengono ricomposte a partire dal fumo e curate fino a quando possono uscire dal campo, su treni speciali che le riportano nelle loro città d’origine. Vissuta al contrario, la vita di un uomo terribile, che ha ucciso con iniezioni di fenolo nel cuore e spedito migliaia di persone nelle camere a gas, diventa paradossalmente la vita di un benefattore, anche se c’è sempre qualcosa che non torna, qualcosa che non lascia in pace la coscienza imprigionata in quest’uomo, una coscienza che, come noi lettori, non smette di chiedersi chi fossero in realtà Tod, John e Odilo, le tre personalità di un medico convinto di aver sempre agito per il meglio, i tre volti di un essere umano terrificante nella sua normalità, cui non è dato rivivere (inteso come possibilità di scegliere) la propria vita, bensì solo di assistervi come a uno spettacolo teatrale.

E allora, viene naturale immedesimarsi non già nel personaggio, ma nella sua coscienza scollegata, voce di tutti noi che, nati dopo, certe cose non le abbiamo viste né vissute: scoprirle al contrario è un’esperienza in effetti sconvolgente, un ribaltamento di prospettiva che, se possibile, fa riflettere ancora di più e più intensamente sulla dimensione di certi orrori di cui la mente umana è stata capace. Non facilissimo da leggere, ma inquietante quanto pochi altri libri e indubbiamente originale, “La freccia del tempo” è un romanzo disturbante e malinconico, una riflessione sull’accaduto e sulla natura spettrale, inafferrabile del Tempo e della coscienza, romanzo storico e di fantascienza allo stesso tempo, astuta rivisitazione di un tema ben noto (le atrocità della classe medica nazista) che, se chiede un certo sforzo al lettore, non manca di compensarlo con una salutare – e inattesa – acquisizione di coscienza.

(Recensione scritta ascoltando i Ladytron, “Time’s Arrow”)

PREGI:
originale nell’impianto narrativo e capace di seminare nel lettore una sana inquietudine che, nonostante la narrazione scorra quasi su un binario predefinito, non concede pause e conduce a riflettere su quella che fu la vera inversione di senso, ovvero sul fatto che ampia parte della classe medica tedesca durante il nazionalsocialismo arrivò a giustificare l’uccisione di massa, e a contribuirvi

DIFETTI:
a tratti arduo da leggere, è un romanzo che richiede una certa pazienza nonché elasticità mentale, e che sembra spesso arenarsi, come se non avesse più nulla da dire una volta fatta capire “la natura dell’offesa”, come recita il sottotitolo ispirato ovviamente a Primo Levi. L’Autore, però, è bravo a far sempre ripartire la narrazione, e a gestire un Io narrante allo stesso tempo partecipe e scollegato dalle azioni

CITAZIONE:
“Sono arrivato a concludere che Odilo Unverdorben, come persona morale, non è per niente eccezionale, ed è esposto a fare ciò che tutti gli altri fanno, nel bene e nel male, senza alcun limite, una volta che goda della protezione del numero.” (pag. 151)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO