LECTIO BREVIS / 94

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 94
PIETRE PREZIOSE E GIOIELLI TRA MATERIA E SPIRITO
I furti e gli intrighi, ma anche la bellezza e la sua fugacità

Wilkie Collins – LA PIETRA DI LUNA (1868)

Di cosa parla: 1848. Rachel Verinder sta per ricevere in eredità, per il suo diciottesimo compleanno, la leggendaria Pietra di Luna, un diamante indiano accompagnato da un’aura di mistero. Nella casa di campagna dello Yorkshire dove si svolge la festa, ci sono molti ospiti. Ma, durante la notte, il diamante scompare. Chi lo ha preso e come? E che ruolo hanno i tre girovaghi dalla pelle scura che sono arrivati il giorno prima alla villa e che la polizia si appresta a fermare e trattenere in prigione? E perché poi la stessa vittima del furto, Rachel, sembra ostacolare le indagini?

Commento: Molti considerano questo libro il capostipite del genere poliziesco, anche se il giudizio è quanto meno ingeneroso nei confronti dell’americano Edgar Allan Poe (che si inventa davvero il giallo a enigma con i racconti di Auguste Dupin negli anni Quaranta del secolo), ma anche del francese Emile Gaboriau (che tra 1866 e 1867 aveva già pubblicato con successo tre romanzi a pieno titolo polizieschi con l’investigatore Lecoq). E questo anche senza considerare che lo stesso Collins, una decina d’anni prima, aveva già dato alle stampe un capolavoro come La donna in bianco, che T.S. Eliot riteneva “il più bello dei romanzi polizieschi inglesi moderni” e Carlo Fruttero ha definito “un thriller che tiene ancora benissimo” (stando alla réclame del libro che l’editore Fazi riporta in quarta di copertina). Il libro, in realtà, è qualcosa di più e qualcosa di meno di un poliziesco (anche se, per rimanere alle dichiarazioni illustri buone per le fascette, per Chesterton è “probabilmente il miglior romanzo poliziesco mai scritto”): da un lato, è, secondo il più tipico schema da feuilleton, un romanzo avvincente, costruito in modo sapiente mescolando toni e voci narranti in un caleidoscopio di punti di vista che vanno a comporre il quadro generale (indimenticabile il primo dei narratori, il maggiordomo che venera Robinson Crusoe). D’altro canto, la vicenda ruota intorno a un crimine minore, nella scala dei romanzi gialli, e non manca, anzi per molti versi è in primissimo piano, una storia d’amore secondo i più tipici canoni del romanzo d’appendice. Il che, però, nulla toglie alla bravura di Collins, che pubblicava a puntate su un periodico diretto da Charles Dickens e sapeva cosa voleva dire tenere ben desta l’attenzione del lettore.  

GIUDIZIO: ***½

Richard Austin Freeman – UN CERTO DR. THORNDYKE (1927)

Di cosa parla: Presso lo sperduto villaggio di Adaffia, nell’Africa Occidentale, si presenta uno straniero: è un inglese, dice di chiamarsi Walker e chiede ospitalità a Larkom, l’unico uomo bianco del luogo. In realtà, il suo vero nome è John Osmond ed è fuggito in incognito da Londra, perché sospettato di un furto di gioielli. Quando, poco tempo dopo, Larkom morirà, Osmond ne approfitterà per simulare la propria morte, giusto in tempo per scampare alla cattura da parte della polizia coloniale. Poco dopo, verrà coinvolto in avventurose vicende a bordo di un brigantino, lo Speedwell. Ma nel frattempo, a Londra, un certo dottor Thorndyke si è messo all’opera per scagionarlo dalle accuse di furto…

Commento: Nettamente diviso in due parti (“L’esule” e “L’investigatore”), il libro è il frutto della giustapposizione di due storie che appaiono diversissime per genere e che, per quanto connesse tra loro, faticano ad amalgamarsi. Se la prima sezione è un (convenzionale) romanzo d’avventure, essenzialmente marinare, nel quale l’autore mette in luce la personale conoscenza dell’Africa, dove esercitò la professione di medico coloniale, la seconda parte è un (noiosetto) giallo in cui il dottor Thorndyke ha modo di fare sfoggio del suo metodo investigativo, fondato su un armamentario tecnologico-scientifico di tutto rispetto. Purtroppo, nessuna delle due vicende riesce ad essere sufficientemente appassionante e il romanzo mostra una prolissità persino irritante: trecento pagine per un furto di gioielli sono troppe anche per chi sia disposto a concedere a Freeman una certa abilità di scrittura (e, forse, i furti di gioielli in genere, Wilkie Collins a parte, hanno la loro dimensione ideale nel racconto: si veda, tra tutti, La bambola del delfino di Ellery Queen). La pedanteria del dottor Thorndyke è seconda soltanto all’insignificanza degli altri personaggi.

GIUDIZIO: *½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Le pietre preziose sono state a lungo pietre di paragone nella poesia, specialmente in quella medievale, quando i lapidari, cioè i libri che descrivevano le pietre riportandone le virtù, erano letteratura scientifica a pieno titolo (al pari dei bestiari e degli erbari). Un poeta, in quanto fornito di una certa cultura, non solo conosceva le gemme ma non disdegnava di sfoggiare la sua erudizione in materia, soprattutto laddove intendeva elevare il tono del suo stile: ecco, ad esempio, spiegato il progressivo aumento delle menzioni di pietre preziose nella Divina Commedia (solo due citazioni nell’Inferno, cinque nel Purgatorio e ben dodici nel Paradiso, con riferimenti a smeraldo, diamante, perla, rubino, topazio, cristallo, ambra, zaffiro).

Ma già prima di Dante, era consuetudine ricorrere alle pietre preziose nella poesia amorosa, allo scopo evidente di lodare la donna amata. Il record appartiene forse a Giacomo da Lentini, illustre esponente della Scuola Poetica Siciliana nonché inventore del sonetto, che proprio in un sonetto offre un ricco elenco di pietre preziose, la cui bellezza è, naturalmente, nulla se confrontata con quella della “donna amorosa”:

Diamante, né smiraldo, né zafino,
né vernul’altra gema prezïosa,
topazo, né giaquinto, né rubino,
né l’aritropia, ch’è sì vertudiosa,

né l’amatisto, né ’l carbonchio fino,
lo qual è molto risprendente cosa,
non àno tante belezze in domino
quant’à in sé la mia donna amorosa.

E di vertute tutte l’autre avanza,
e somigliante [a stella è] di sprendore,
co la sua conta e gaia inamoranza,

e più bell’e[ste] che rosa e che frore.
Cristo le doni vita ed alegranza,
e sì l’acresca in gran pregio ed onore.

Ma pietre preziose e gioielli sono anche il simbolo di una bellezza che, come tutte le cose, è destinata a passare; un riferimento in tal senso è in una bellissima poesia di Emily Dickinson, che pure condusse un’esistenza da reclusa e tutto ebbe a cuore tranne l’apparire:

Fra le mie dita tenevo un gioiello
quando mi addormentai.
La giornata era calda, era tedioso il vento
e dissi: “Durerà” –  

Sgridai al risveglio le mie dita incolpevoli,
la gemma era sparita –
Ora solo un ricordo di ametista
a me rimane –

TESTI CITATI:
Giacomo da Lentini – Diamante, né smiraldo, né zafino (XIII secolo)

Emily Dickinson – Fra le mie dita tenevo un gioiello (245) – traduzione di Margherita Guidacci (1861 circa)