# 207 – Friedrich Dürrenmatt – L’INCARICO (Adelphi, 2012, ediz. orig. 1986, pagg. 107)
La giornalista televisiva F. viene assunta dallo psichiatra Otto von Lambert per indagare sullo stupro e l’omicidio della moglie, trovata cadavere nel deserto presso le rovine di Al-Hakim, sui monti dell’Atlante, in Marocco. In realtà von Lambert è assai più coinvolto nel delitto di quanto pensi la giornalista, il cui ruolo nella vicenda sembra essere quello di creare una “realtà parallela” che rappresenti per lo psichiatra una sorta di alibi a posteriori, che costruisca una “storia” convincente e assolutoria che faccia passare in secondo piano la sua evidente colpevolezza in un omicidio di cui “lui come medico era l’artefice, mentre l’esecutore non rappresentava che un dato casuale.”
Il sottotitolo “Sull’osservare di chi osserva gli osservatori. Novella in ventiquattro frasi”, lo ammetto, mi era in un primo tempo sfuggito. Se l’avessi letto mi avrebbe messo sull’avviso: è il classico sottotitolo da “mani avanti”, che chiarisce subito che il libro che stiamo sfogliando, incerti se acquistarlo o meno, è basato su una sorta di sfida intellettuale e tecnica, o meglio formale. Si può scrivere un libro che consta di sole ventiquattro frasi? E quel gioco di parole sull’osservare gli osservatori, non richiama un po’ troppo da vicino il “who watches the watchmen” di Alan Moore, già mutuato sul ben più antico “Quis custodiet ipsos custodes?” di Giovenale? Non sarà, questo di Dürrenmatt, un giochino intellettuale magari formalmente perfetto ma di poca sostanza? O forse, al contrario, non sarà un’indagine intellettuale straordinaria ma formalmente pretenziosa, con quelle ventiquattro frasi che incombono come una mannaia sul povero lettore che desidererebbe semplicemente un buon romanzo con cui allietarsi?
Ebbene, a Dürrenmatt si concede sempre il beneficio del dubbio (motivo per cui non sono affatto pentito di aver acquistato e letto il libro), ma nel caso de “L’incarico” diciamo che i dubbi si sono rivelati più che leciti. Partiamo dall’assunto teorico (è noto che il grande scrittore svizzero amava esplorare i limiti dei generi letterari e delle forme espressive, e nelle sue riuscite migliori, come “La promessa”, ci è riuscito in pieno): cosa significa “osservare”, in un mondo in cui la televisione (e oggidì, ancor di più, il web) ha reso tutto “visibile”, il dramma come la comicità, il dolore come l’idiozia? Che significato hanno quelle immagini? Chi decide quale messaggio veicolare? È veramente possibile un’osservazione obiettiva dei fatti, che ne riporti per lo spettatore la reale entità, l’effettiva portata? L’indagine della giornalista televisiva F. è il veicolo attraverso il quale Dürrenmatt cerca di dare risposta a queste e altre domande, un po’ come in “Giustizia” (romanzo per certi versi gemello de “L’incarico”, ma assai più riuscito) cercava di indagare il limite del concetto di colpevolezza, raccontando la storia di un delitto compiuto davanti a decine di testimoni eppure, incredibilmente, difficile da provare in sede legale!
Ne “L’incarico”, purtroppo, rispetto a “Giustizia” i personaggi sono più aridi, sembrano pure funzioni del racconto (il colpevole, la detective, gli assassini ecc…) e la forma, proprio per via della sfida delle ventiquattro frasi, appare artificiosa e forzata. Ogni capitolo, infatti, è una “frase”, nel senso che non arriva mai il punto a chiudere un periodo, i costrutti si intersecano e si subordinano in un flusso continuo, oggettivamente un po’ finto, come certamente finto è il reportage televisivo che Otto von Lambert vorrebbe sull’omicidio di sua moglie, per scagionarsene. Dürrenmatt sceglie questo modo estremo di raccontare perché vuole provare a riprodurre sulla carta il flusso televisivo, quell’osceno scorrere di immagini decontestualizzate che rappresentano, da molti anni, il cardine del mondo dell’informazione, perlomeno in Occidente, e che solo nell’ultimo ventennio hanno visto il loro regno insidiato dal web, che pure si configura come un flusso ininterrotto e ancora più esteso di immagini e informazioni di tutti i tipi e di tutte le provenienze. Con ventiquattro frasi Dürrenmatt ha forse voluto alludere ai ventiquattro fotogrammi al secondo della ripresa cinematografica classica? Non saprei.
Fatto sta che la sfida formale si inaridisce pagina dopo pagina, non appena il lettore capisce il gioco: si legge, ma non si gusta la scrittura come in tutti gli altri libri di questo mirabile Autore, anzi, si finisce per essere un po’ infastiditi da tanta bravura sprecata, applicata a una storiellina esile che, per una volta, sembra avere una morale ancor più esile: la televisione è un ritaglio di realtà, non la realtà. E tutto è manipolabile e interpretabile, fasullo e veritiero al contempo. Certo, il romanzo è del 1986, dunque ancora una volta Dürrenmatt si rivela in anticipo sui tempi, ma stavolta – pur salvandone, ci mancherebbe!, la dimensione autoriale – non me la sento di esaltarne il risultato, che stanca anche il lettore meglio intenzionato e finisce per annacquare quelle intuizioni – obiettivamente interessanti – sul mondo dei media e della comunicazione che sembrano avere nel mondo d’oggi le loro ricadute più veritiere – e inquietanti. Basti pensare alle immagini (ancora una volta contestate e contestabili) della strage di Bucha con cui stiamo convivendo da giorni…
(Recensione scritta ascoltando Teho Teardo, “Pure Enough”)
PREGI:
sicuramente è un giallo atipico e formalmente bizzarro, con questi capitoli-frasi senza punti fermi, pieni di subordinate agganciate una all’altra (o una nell’altra…) con indubbia maestria. Il fatto che sia un libro del 1986, poi, lo rende ancora più anticipatorio e inquietante
DIFETTI:
il giochino del capitolo-frase, purtroppo, ci mette poco a stancare il lettore, e questo strano stile finisce per distrarre dagli elementi veri e propri del giallo, come probabilmente era intenzione dell’Autore: riprodurre un “flusso” che, lungi dall’essere rivelatorio, è in realtà menzognero e ininterpretabile. Interessante idea nella quale però, a mio avviso, non tutto funziona come avrebbe dovuto
CITAZIONE:
“…la realtà è oggettivamente afferrabile soltanto mediante l’obiettivo, in modo asettico, disse, solo l’obiettivo può fissare il tempo e lo spazio in cui si svolge l’evento, mentre senza l’obiettivo l’evento si dilegua, appena vissuto è già parte del passato, e quindi ormai null’altro che ricordo e, come ogni ricordo, distorto, finzione…” (pag. 89)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana