UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA – Amos Oz

# 61 – Amos Oz – UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA (Feltrinelli, 2019, ed. orig. 2002 – pagg. 627)

Amos Oz, al secolo Amos Klausner, si mette a nudo in questo lungo racconto della sua famiglia, sia da parte di padre che di madre, racconto nel quale il suicidio di sua madre è il cardine fisso attorno a cui ruotano decine, centinaia di storie e di aneddoti e di personaggi tutti impregnati di un’ebraicità “vera” e profonda, diasporica, sfaccettata e sfuggente, ironica e sogghignante ma anche tragica, attraversata dal flusso del Tempo come una scarica di corrente elettrica ad alto voltaggio.

Non è propriamente un romanzo, “Una storia di amore e di tenebra”, proprio come non è propriamente un’autobiografia. È, piuttosto, il tentativo di un “intellettuale suo malgrado” di fare i conti con la propria, complessa, storia familiare, appresa nel corso di tutta una vita dai racconti di parenti vicini e lontani, da libri e lettere, da confidenze e documenti. Amos Oz mette insieme una congerie di fatti, ricordi e considerazioni che – partendo dai dati familiari – ambisce a raffigurare nientemeno che la diaspora ebraica, e la Shoah, e la nascita dello Stato d’Israele. Insomma, la Storia, con la S maiuscola, che sembra accarezzare tutti i personaggi del libro – a partire dalla voce narrante, quella dello stesso scrittore – e blandirli, facendoli sentire parte di qualcosa di ben più grande.

Merito, questo, che va ascritto, però, proprio al libro, e non tanto alla Storia! Perché è Oz, col suo libro, col suo paziente lavoro di ricerca (che si spinge a tratti a ricostruire le origini della sua famiglia sino al ‘700) e con il suo sincopato, saltellante e affascinante modo di ricordare e rievocare, insomma, è proprio lo scrittore che riesce a dare un senso a una quantità di fatti apparentemente slegati, che riesce a ricostruire una Storia che, anche non sarà mai in grado di spiegare un fatto terribile come il suicidio di una persona, riuscirà perlomeno a dare un barlume di senso alle sofferenze patite nell’arco di svariate generazioni, e alle contraddizioni profonde – e mai negate – della fondazione dello Stato d’Israele, realizzazione di un sogno e inizio di un incubo. La dolcezza di certe pagine di questo libro non è riproducibile in una semplice, modesta recensione, proprio come non sono descrivibili la durezza e la disperazione di altri passaggi. Il libro vive di opposti (amore e tenebra), di conflitti e di contrasti, di incomprensioni e separazioni, ma anche di grandi unioni e di slanci di emotività.

Un po’ come l’Autore è il frutto dell’unione di due “mondi” entrambi ebraici, eppure così diversi, i bizantini, coltissimi Klausner e i più solari, genuini Mussman, allo stesso modo lo Stato d’Israele non è un blocco compatto di ebrei ex-diasporici che si coagulano in Medio Oriente con l’intenzione di dare origine a una guerra strisciante che dura tutt’oggi, bensì un variopinto arcobaleno di idee e posizioni, di sentimenti e vicende, di rimorsi e dubbi. Nel rievocare la sua infanzia, trascorsa in un minuscolo appartamento seminterrato in un quartiere di Gerusalemme, Amos Oz ci parla in realtà della nascita di un’idea e di una Nazione, ci parla di meschinità ed eroismo, di illusioni e di politica, di individui e società, di terrore e di felicità. La continua confusione di tempi e piani narrativi, lungi dal rappresentare un ostacolo alla lettura, è la vera ricchezza di questo libro affascinante e complesso, nel quale modesti professori di provincia, carrettieri, mugnai e riparatori di bambole si affiancano a figure come David Ben Gurion, Menachem Begin, Saul Cernichovskij, Shmuel Yosef Agnon (premio Nobel per la letteratura nel 1966). E la sensibilità con cui l’Autore riesce a toccare l’argomento – rovente! – del conflitto col mondo arabo è, a mio avviso, ancora insuperata. Potere della narrativa! Nessun saggio potrebbe mai essere così melanconico, così dolcemente evocativo, in una parola: così “vero”!            

(Recensione scritta ascoltando Michael Nyman, “The Piano”)

PREGI:
ritmica e passo da grande romanziere per una storia (che poi è il frutto di tante storie) talmente personale e sentita da sconfinare spesso nell’autobiografia pura, un’autobiografia che, però, non solo non tralascia ma anzi esalta i temi “universali”: diaspora, Shoah, nascita di Israele, diritto/dovere di convivenza con le genti arabe, multiforme ingegno (e ironia) del popolo ebraico… C’è tutto in questo libro vasto ma non dispersivo.     

DIFETTI:
il libro è oggettivamente piuttosto lungo e, per quanto ricco di personaggi, vicende e sottotrame, a volte si ha la sensazione che l’Autore dilazioni un po’ troppo la trattazione di certi argomenti, il suicidio della madre in primis. Non facilissimo da seguire in tutti i suoi viluppi, “Una storia di amore e di tenebra” assomiglia a un’intricata edera che, però, si arrampica inesorabilmente sul lettore.    

CITAZIONE:
“Il cibo, lo si risparmia. I vestiti, idem. Abitano in tre in una stanza. Tutto questo perché non manchino studi e libri di studio. Nelle famiglie ebraiche è sempre stato così: c’era la convinzione che gli studi fossero il punto d’appoggio sul futuro, l’unica cosa che nessuno avrebbe mai potuto portare via ai tuoi figli, anche nel caso fosse venuta, per disgrazia, un’altra guerra, un’altra rivoluzione, un altro esilio, un’altra cacciata – un diploma lo si poteva comunque piegare in fretta e furia e nascondere nella cucitura del vestito, e scappare là dove gli ebrei avevano ancora il permesso di esistere.” (pag. 225)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO