22.11.63 – Stephen King

# 15Stephen King – 22.11.63 (Pickwick, 2016, pag. 768)

La vita del tranquillo professore di lettere Jake Epping viene sconvolta dalla scoperta di un misterioso passaggio che si apre nello scantinato di un ristorante e che consente di andare indietro nel tempo, sempre allo stesso giorno e alla stessa ora del 1958. Occhio, però! Ogni passaggio attraverso la “buca del coniglio” azzera tutti i passaggi precedenti! Il professor Epping non avrà dunque così tante possibilità di salvare John Fitzgerald Kennedy dal fucile di Lee Harvey Oswald, a Dallas, il 22 novembre 1963…

Premessa doverosa: non ho mai amato follemente Stephen King, pur ammettendo che, nella sua smisurata produzione, alcuni testi sono notevoli, “It” su tutti, ma anche “Cose preziose” e “Carrie”. Molto altro rasenta francamente l’illeggibilità, come il pessimo “Shining”, di cui non si ricorderebbe nessuno se un certo Stanley Kubrick non vi avesse tratto un film. Trovo King fondamentalmente prolisso, uno scrittore che dice spesso in trecento pagine quello che sarebbe stato tranquillamente raccontabile in trenta (scarse), e attenzione: non è – come ad esempio per Proust – una questione di stile, perché mentre Proust l’impressione della prolissità non la dà mai, nonostante la narrazione fluviale, in King si avverte spesso la tentazione di saltare delle pagine per arrivare ad un dunque che l’Autore sembra spostare inutilmente sempre più in là, sempre più in là… Perché dico inutilmente?

Perché un conto è costruire la suspense dilazionando rivelazioni e svelamenti, altra cosa è allungare terribilmente il brodo sino a fargli perdere quasi ogni sapore. Ciò detto, questo “22.11.63” mi incuriosiva anzitutto per la tematica: il viaggio nel tempo, che mi appassiona da sempre. Mi sono dunque dedicato alla lettura con interesse e curiosità, consapevole oltretutto che non si sarebbe trattato di un classico horror alla King, ma di un libro con ogni probabilità più sottile, persino più filosofico. Ebbene, la lettura non soddisfa del tutto, ma nemmeno delude, perché se sono innegabili certe ingenuità anche nella costruzione fisico-filosofica del viaggio nel tempo, va però ammesso che per lunghi tratti il racconto è serrato e appassionante, e accetta in pieno la sfida di descrivere tutte le difficoltà di questo lento, lentissimo viaggio non tanto (o non solo) indietro nel tempo, quanto piuttosto attraverso il tempo! Jake infatti deve vivere per ben cinque anni nel passato, se vuole arrivare, il 22 novembre del 1963, a fermare la mano di Oswald e salvare il presidente Kennedy. E non gli sarà facile vivere in un mondo così distante dal suo, nel quale – immancabilmente – troverà anche l’amore. Tra complicazioni del continuum temporale e un misterioso “spirito del Tempo” che tende a conservare gli eventi “così come si sono verificati”, King si diverte a far rivivere l’America dei tardi anni ’50 e dei primi ’60 (la “sua” America, insomma) e prende l’assassinio di Kennedy come grande spartiacque non solo della storia americana, ma anche di quella mondiale, sorta di perdita totale e definitiva di un’innocenza che sino a prima di quei colpi di fucile poteva ancora – forse – essere difesa.

Non mancano le lungaggini, intendiamoci, e l’idea che il Passato “si difenda” dai tentativi di cambiarlo è francamente ridicola, adolescenziale; in compenso, la decisione di prendere la vicenda così da lontano (fin dal 1958!) e il racconto dei primi esperimenti di viaggio nel tempo, che occupa tutta la prima parte, sono apprezzabili. Insomma, King costruisce una specie di melodrammone su base temporale che contiene un po’ di tutto: il rimpianto per un’America che non c’è più, il grande amore perduto, il mistero dell’identità e del senso dell’accadere, il vento del passato e dei ricordi, ma, paradossalmente, finisce per cascare proprio dove non ci si aspetta che un Autore scafato come lui caschi, ovvero nell’ingenuità di una “sfida contro il Passato” che fa accadere incidenti e frappone ostacoli degni piuttosto del mefistofelico “It”, e nella ricostruzione minuziosa dell’attentato a Kennedy che, stranamente, non prende neanche in considerazione le massicce prove a sostegno di un complotto di più ampia portata. Insomma, Stephen, sei proprio sicuro che a sparare sia stato Oswald, come il romanzo dà per scontato? Possibile che cinquant’anni di ricerche, con montagne di prove sulla quasi impossibilità di quel tiro dal deposito di libri sulla Dealey Plaza, non ti abbiano dato un minimo da pensare? E così alla fine, nonostante 768 pagine, il libro non si affranca da una certa sensazione, sgradevole, di faciloneria e ingenuità.   

(Recensione scritta ascoltando i Pink Floyd, “Time”)

PREGI:
al suo meglio, King offre una narrazione incalzante e tesa, che a tratti è quasi impossibile da interrompere

DIFETTI:
al suo peggio, King risolve gli enigmi che è stato abile a creare nei modi più scontati o deludenti, e “22.11.63” non sfugge a questa regola

CITAZIONE:
“Le coincidenze esistono, ma sono giunto a credere che in realtà siano rare. C’è qualcosa all’opera, OK? Da qualche parte nell’universo, o al di là di esso, un grande marchingegno ticchetta e fa girare i suoi mirabolanti ingranaggi. Ogni tanto, dal mazzo salta fuori una carta imprevista, ma quasi tutte le cose sono quel che devono essere.” (pag. 246)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO