CASANOVA E L’ATTRICE – Gert Hofmann

# 396 – Gert Hofmann – CASANOVA E L’ATTRICE (Guanda, 1993, ediz. orig. 1987, pagg. 76)

Fuggito dal carcere veneziano dei Piombi in una maniera rocambolesca che egli stesso racconta in un celebre libello, l’avventuriero e letterato Giacomo Casanova vaga per l’Europa da una Corte all’altra offrendo i propri servigi e le proprie invenzioni, e intrattenendosi spesso e volentieri, com’è noto, con esponenti del gentil sesso. Ma dopo diversi anni di questa vita raminga, iniziando a sentirsi vecchio, Giacomo torna a pensare a Venezia e tenta di tornarvi, chiedendo l’intercessione di uomini potenti. Mentre sta ancora peregrinando per l’Europa girando attorno a Venezia come un’ape con un fiore invitante, Giacomo fa un incontro importante – e, aggiungiamo, del tutto inventato: a Bologna, in una pensione di quart’ordine, rivede sua madre, Giovanna Farussi detta “Zanetta”, attrice non più giovane e priva di gloria, impegnata in una faticosa tournée con una compagnia itinerante. Il dialogo che scaturisce da questo incontro è denso e vibrante, venato di malinconia e risentimento e, al termine, quando si salutano, madre e figlio percepiscono che, probabilmente, non si rivedranno più, per quanto ad entrambi, dopotutto, avrebbe fatto piacere “fare ancora un pezzo di strada assieme.”      

Minuscola variazione sul tema di Casanova (ce ne sono così tante che forse bisognerebbe iniziare a considerare la “variazione casanoviana” un vero e proprio genere letterario!), questa novelletta di Gert Hoffmann (1931 – 1993) è indubbiamente un testo gradevole, che si legge nel tempo di un paio di viaggi in metropolitana tra Sesto F.S. e San Babila.

Scrittore tedesco di un certo talento, Hofmann non delude sul piano dello stile (semplice e oggettivo, a tratti quasi osservativo) né, paradossalmente, nella costruzione dei personaggi, che nonostante l’esiguo numero di pagine si imprimono abbastanza bene nel lettore, a partire ovviamente da Giacomo e da sua madre, per finire con le “comparsate” della marchesa D’Urfé, di Anna Pocchini e di poche altre figure realmente esistite che possono fare la gioia giusto di quei maniaci di Casanova come il sottoscritto.

Anche l’arco narrativo è convincente: dilazionando il più possibile l’incontro decisivo, quello con sua madre ormai sul viale del tramonto, Hofmann ci offre l’istantanea di un Casanova disperato, non più tanto apprezzato dalle donne (se non molto più anziane di lui, come la D’Urfé) e respinto da nobili e potenti, sgradito a Venezia, sua patria, nella quale non può rientrare, e costretto a vivere a bordo della sua stessa carrozza, sorta di camper ante litteram. Ora: non c’è nulla di storicamente esatto in quello che scrive Hofmann, né gli interessa, del resto, proporre un saggio storico sulla figura del celebre avventuriero veneziano. Documenti alla mano, infatti, Casanova avrebbe rivisto sua madre a Dresda, in anni nei quali era ancora giovane e all’apice del successo, e non in una misera locanda bolognese, impegnata poco più che come comparsa in una compagnia itinerante che mette in scena testi volgari e beceri.

Insomma, tanto il Casanova quanto la Zanetta di Hofmann sono frutto di pura invenzione, come lo è (ma con risultati letterari ben superiori) quello di Schnitzler ne “Il ritorno di Casanova”, romanzo breve lancinante ed efficace come pochi. La novella di Hofmann, pur animata da buone intenzioni e sorretta da una scrittura precisa e puntuale, non riesce a elevarsi alle vette schnitzleriane e rimane nella dimensione ineffabile dello scherzo, dell’invenzione su base storica, del gioco un po’ fine a sé stesso. Hofmann, peraltro, insistendo fin dalla prima pagina sulla natura perturbante dell’incontro che è al centro della narrazione, quello di Giacomo con sua madre, appunto, forza un po’ anche il dato storico, perché Casanova – con tutti i suoi pregi e i suoi difetti – è stato innegabilmente un uomo del Settecento, e il Settecento non è il secolo del perturbante, Freud è ben là da venire, e forse non era il caso di retro-proiettare questa particolare categoria psicologica di pensiero su un personaggio come Giacomo, portatore di una cultura e di un modo di intendere il mondo e la vita completamente diversi.

Intendiamoci: non è che nel Settecento, come anche nei secoli precedenti, non potesse accadere nulla di perturbante! Però quel termine non sarebbe stato scomodato con questa facilità e con la frequenza con cui lo usa Hofmann che, è vero, non lo mette in bocca né a Giacomo né a sua madre (e ci mancherebbe), però francamente ne abusa comunque, costruendo così sulla novella, a mo’ di altana veneziana, una sovrastruttura di pensiero di cui sinceramente non si sentiva il bisogno. Insomma, leggere “Casanova e l’attrice” equivale ad ascoltare un’opera di Mozart nella quale, misteriosamente, si siano infilati degli accordi romantici, degni di un Beethoven! Forse l’idea di Hofmann era rendere leggermente, pervasivamente perturbante l’intero contesto? In questo caso, missione compiuta, ma resta il fatto che su Giacomo Casanova si può leggere di meglio. 

(Recensione scritta ascoltando Antonio Vivaldi, “Le Quattro Stagioni – Inverno”)

PREGI:
l’asciuttezza tanto dello stile quanto della trama e l’idea di fondo di creare un ipotetico, malinconico “punto zero” a metà della vita di Casanova, in corrispondenza di un inatteso (e immaginario) incontro con la madre. Non malvagio comunque, e mesto, il finale, con quel lancinante “potevamo fare ancora un pezzo di strada insieme” 

DIFETTI:
per chi conosce bene la figura di Casanova le inesattezze e le licenze poetiche sono troppe, pur nel breve arco di settantasei pagine. Inoltre, l’Autore appare fin troppo severo col povero Giacomo, che certo a metà della sua vita aveva ancora abbastanza fascino da conquistare eccome le belle donne che incontrava!

CITAZIONE:
“Insomma, è un errore pensare che lui, Casanova, debba scrivere o comporre versi o debba, come Monsieur Voltaire, mettere in scena qualcosa per essere un poeta. Forse per lui, esclama Casanova, è necessario, ma non per me. Per sentirsi poeta finora gli è sempre bastato percepire in ogni istante la totale irrealtà della propria esistenza.” (pag. 56)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO