# 395 – Henry James – GIRO DI VITE (Mondadori, 2008, ediz. orig. 1898, pagg. 341)
Assunta da un facoltoso gentiluomo londinese, dopo uno sbrigativo colloquio, per prendersi cura, nella tenuta di campagna di Bly, dei suoi due nipoti – Miles e Flora – ancora piccoli, una giovane istitutrice di belle maniere e di bella presenza prende servizio nella grande casa vittoriana e conquista fin da subito l’affetto dei due bambini, instaurando un buon rapporto anche con la governante, la più attempata signora Grose. Il luogo e il lavoro sembrano paradisiaci, anche se qualche ombra viene gettata dalla misteriosa espulsione dal collegio del piccolo (e apparentemente angelico) Miles. Ma soprattutto, a funestare le giornate dell’estate di Bly, arrivano le apparizioni della precedente istitutrice, la signorina Jessel, e dell’ex-maggiordomo della tenuta, Peter Quint. Non ci sarebbe nulla di strano, infatti, se non fosse che entrambi sono morti tempo addietro! Convinta che l’obiettivo dei due spettri siano i bambini, l’istitutrice vince ogni timore per fronteggiare le inquietanti apparizioni e difendere i suoi pupilli. Che però forse, dopotutto, non sono poi così innocenti…
Pubblicato a puntate nel 1898, questo romanzo è considerato, per lucidità tematica e precisione di stile, il capolavoro di Henry James. In realtà, io preferisco considerarlo una delle migliori “incursioni” nel genere gotico da parte di un Autore che non appartiene ai “grandi nomi” di quello stesso genere.
Se “Giro di vite” è diventato un classico della suspense (più che dell’horror) lo si deve alla straordinaria capacità di James di dosare gli ingredienti e di portare avanti il racconto in una struttura a scatole cinesi (a raccontare è l’Io narrante dell’Autore che, a sua volta, ascolta la storia letta da un manoscritto in possesso di un certo Douglas, col quale l’Autore si ritrova a passare la vigilia di Natale in una pensione, e il manoscritto, ovviamente, è il racconto degli avvenimenti da parte dell’istitutrice che ne è stata protagonista).
Non è un caso, del resto, se il film che nel 1961 Jack Clayton trasse dal romanzo si intitola proprio, nella versione italiana, “Suspense” (l’originale è “The Innocents”): scelta, per una volta, corretta da parte della distribuzione italiana, perché è proprio la suspense a fare da padrona assoluta nel romanzo di James, un romanzo nel quale non accade niente di classicamente orrorifico, non ci sono smembramenti né assassini con l’accetta in mano, nessun bambino inseguito in un labirinto di siepi e nessun fantasma sanguinolento.
Anzi, al contrario, le apparizioni dei due spettri si travestono da normalità, e inizialmente non si connotano neppure come apparizioni, ma come semplici incontri, sì, venati da un che di immediatamente perturbante, da un’atmosfera strana, sospesa appunto, nella quale il lettore (come la protagonista) afferra subito che qualcosa non va, pur senza essere immediatamente in grado di stabilire cosa.
Come se non bastasse, James lavora anche sul carattere e sul comportamento dei bambini, tanto apparentemente affettuosi e disponibili quanto segretamente enigmatici e reticenti nei confronti dell’istitutrice, che si ritrova così al centro di un enigma avvolto da un altro enigma, in una grande casa di campagna attorniata da un gigantesco parco che è allo stesso tempo una location tipica del genere gotico, con i suoi torrioni e le sue fughe di stanze silenziose, con i finestroni del pianterreno e le scale strette e oscure, e un luogo inedito per le apparizioni dei fantasmi, che James sottrae al tessuto vago e confuso della notte per calare in quello luminoso e apparentemente inadatto del giorno, della luce. Sì, perché “Giro di vite” ha un marcato carattere panico, ed è forse il tratto più originale di un romanzo osannato probabilmente anche al di là dei suoi effettivi meriti.
Le scene più disturbanti avvengono tutte in pieno giorno e perlopiù all’aperto, con un profondo ribaltamento dei canoni di genere e dei cliché del gotico, un ribaltamento che solo uno scrittore perfettamente consapevole delle regole del genere e padrone dei mezzi stilistici può permettersi di operare. Il terrore arriva in pieno sole, come arrivavano gli assalti alla razionalità del Pan greco, daimon capace di disturbare proprio per il suo giungere inatteso nei momenti di apparente tranquillità, di solare pace. Ed è per questa evidente nota di originalità che il romanzo si legge, ancor oggi, d’un fiato, con una tremenda voglia di scoprire cosa stia succedendo e perché.
Dove invece il racconto mostra un po’ la corda (e lo spirito del suo tempo) è nel tono dell’Io narrante principale, quello dell’istitutrice, che fatalmente ha accenti romanticheggianti, sopra le righe e, a tratti, francamente datati a stucchevoli. Alcuni “duetti” con la signora Grose e alcune sequenze coi bambini, infatti, appaiono leggermente forzati, giocati sul filo di una suspense che, pur di non sciogliersi, rimanda continuamente decisioni e scoperte, celandoli sotto un “non detto” fin troppo evidente. E anche la “doppia cornice” del romanzo – il racconto di un racconto, nei giorni di Natale, ad anni di distanza dai fatti, attorno al camino di una pensione – è un espediente che, seppur magistralmente utilizzato, appare oggidì un po’ polveroso.
Tutto ciò, però, non toglie forza espressiva e originalità a un libro che non si può non aver letto, almeno una volta, in vita propria, e che rinnova un genere senza darsene l’aria, e segna una sorta di tappa obbligata per chiunque voglia capire realmente che cos’è la suspense, tanto in narrativa quanto nel cinema.

(Recensione scritta ascoltando Béla Bartók, “Concerto per archi, percussioni e celesta, Op. 106”)
PREGI:
calibratissimo e accurato, imperniato su pochi personaggi e su un’unica ambientazione, compatto e teso dall’inizio alla fine, è un gioiello della suspense più che dell’orrore, un libro che gioca alla perfezione non solo con le presenze, ma anche con le assenze (lo zio inafferrabile, che nulla vuol sapere dell’educazione dei nipoti) e col non-detto (il misterioso legame tra i bambini e i precedenti governanti). Da vedere anche il film di Jack Clayton del 1961 con una grande Deborah Kerr
DIFETTI:
fatalmente un po’ esasperato nel tono, più che nello stile, il racconto risente della sua epoca d’origine (l’Ottocento) e del carattere contraddittorio (tanto forte quanto indeciso) della protagonista e narratrice
CITAZIONE:
“Il momento risale a un’ora di un pomeriggio che trascorsi per caso nel parco in compagnia soltanto della mia piccola allieva. […] Il sole era ancora alto nel cielo e quella giornata era particolarmente calda. […] Ci trovavamo sulla riva del laghetto e a, avendo poco prima iniziato a studiare geografia, quel laghetto si era tramutato per noi nel mare di Azov. Improvvisamente, nel bel mezzo di queste circostanze, mi resi conto che qualcuno ci stava osservando intensamente dall’altro lato del mare di Azov!” (pagg. 103-105)
GIUDIZIO SINTETICO: ***
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…




Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana