# 105 – Don DeLillo – ZERO K (Einaudi, 2016, pagg. 244)
Jeffrey Lockhart accompagna suo padre Ross e la sua adorata seconda moglie Artis Martineau in un luogo che è di questo mondo e, allo stesso tempo, fuori da esso: Convergence, modernissimo centro per la criogenia nel deserto tra Russia e Uzbekistan. Artis, malata terminale, verrà congelata in attesa di un lontano risveglio in un mondo futuro che potrà curarla; ma come reagirà Jeffrey alla notizia che suo padre Ross vuole andare con lei, nonostante sia sano come un pesce?
Va bene, mi rendo conto che in effetti questo modo un po’ scanzonato di riassumere “Zero K” di Don DeLillo non è adeguato: il romanzo – lungi da quello che potrebbe far credere il mio riassunto – è un discreto mattone, sia nello sviluppo narrativo che nello stile. Don DeLillo, mi duole dirlo, è uno di quegli Autori universalmente riconosciuti che non mi convincono del tutto.
Acclamato un po’ ovunque come un genio (anche sulla quarta di copertina di questo libro Jennifer Egan scrive, con una certa baldanza, che se tra centinaia d’anni “qualcuno vorrà capire cos’era la vita in Occidente tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio del nuovo millennio non avrà modo migliore per farlo che leggere i romanzi di Don DeLillo”), a me DeLillo pare tuttavia uno scrittore poco chiaro, un po’ involuto e autocompiaciuto, spesso affascinato più dallo scintillio di certe formulazioni (indubbiamente belle) che dal loro significato (oggettivamente fumoso). “Zero K” è un libro che non sfugge a questa “regola”: interessante nell’assunto (la conservazione criogenica dei corpi in vista di un mondo futuro in cui proseguire vite che, nel nostro presente, sarebbero destinate a finire presto), il romanzo si perde un po’ nello sviluppo, che non solo non ha una direzione chiara, ma procede ostentatamente per sequenze enigmatiche e involute, che troppo spesso inducono il lettore ad alzare gli occhi dalla pagina pensando: “Ma dove ci porta tutto ciò?”. Non che poi i nodi non vengano al pettine: DeLillo, anzi, struttura il libro in due parti ben distinte, inframmezzate da una specie di interludio (che forse è la cosa più affascinante del romanzo) dedicato alla coscienza, ormai ibernata, di Artis Martineau, la compagna di Ross Lockhart.
E il libro racconta, in maniera anche piuttosto lineare, la parabola dello stesso Ross Lockhart che, seppur non ancora anziano né malato, matura la decisione di seguire la seconda moglie nella sua tecnologica bara ghiacciata, in aperta sfida alle leggi del Tempo e della Natura. In un mondo sconvolto da guerre ed epidemie (incredibile come alcuni passaggi sembrino preconizzare proprio il Covid-19!), un luogo fuori del Tempo e fuori dalla realtà come Convergence, l’iper-tecnologico centro di criogenia, riuscirà a resistere? In altre parole: ha senso scommettere sulla sopravvivenza della propria coscienza individuale, quando nulla riesce a durare a lungo, in questo mondo? E quali potranno mai essere le sensazioni di rinascita a distanza di secoli o millenni? Ha davvero senso continuare a esistere fuori dal proprio tempo, al di là dei propri affetti e della propria storia? Come vedete, non è che le domande che DeLillo riesce a sollevare siano di poco conto! Eppure, “Zero K” non solo non offre risposte di sorta, ma – costruito com’è su un Io narrante freddo e distaccato – sembra voler tenere assieme troppi elementi eterogenei: riflessioni sul mondo presente come considerazioni sul lontano futuro; questioni etico-tecnologiche come rimpianti familiari e individuali; intimismo spinto ai massimi livelli come riflessioni sulla Storia e sulla società.
Non ho dubbi che molti apprezzino lo stile scarnificato, volutamente arduo ed ellittico di Don DeLillo; io stesso non esito a definirlo, a tratti, affascinante. Altrove, però, esso risulta altresì ripetitivo e vuoto, fiero della propria stessa difficoltà, nonché gravato da eccessi di simbologia (le porte chiuse, i video proiettati su schermi a scomparsa, il meteorite di Čeljabinsk, che tra l’altro non si capisce neanche bene di che cosa venga elevato a simbolo). Inoltre, se la prima parte (“Nel tempo di Čeljabinsk”) è indubbiamente interessante, con l’ascetica alterità di Convergence, tecnologico tempio di un culto che mira ad abolire il Tempo, la seconda (“Nel tempo di Kostjantynivka”) è ridondante e divagatoria, con i personaggi francamente insulsi di Emma Breslow e del figlio adottivo Stak. Alla fine, resta quella sensazione di vaga delusione che sempre mi accompagna quando finisco di leggere un libro di Don DeLillo: posso definirlo “brutto”, o “stupido”? No. Posso però, al contrario, dichiararlo “bello”, o “affascinante”? Nemmeno. E allora, con buona pace di Jennifer Egan, a chi dovesse – tra centinaia d’anni – leggere questa recensione, consiglierei, per scoprire il mondo tra XX e XXI secolo, di leggere piuttosto James Ballard, o Michel Houellebecq.
(Recensione scritta ascoltando Vangelis, “Eternity”)
PREGI:
scrittura asciutta ed essenziale, non priva di formulazioni folgoranti (un esempio? Ecco come il protagonista commenta i corpi criogenicamente conservati: “Non c’era forse qualcosa di quasi preistorico nei manufatti disposti davanti a me in quel momento? Un’archeologia per l’età futura.”)
DIFETTI:
gelosamente accartocciato nel suo stesso enigmatico guscio, il libro appare, per ampi tratti, scostante e di non facile comprensione (soprattutto nella seconda parte). Letteratura intellettualistica, più che intelligente…
CITAZIONE:
“Ero lì da tre giorni, quattro, cinque, non lo sapevo nemmeno io: un tempo compresso, un tempo stretto, un tempo che si accavallava, senza giorni, senza notti, porte ovunque e nessuna finestra. Capivo, ovviamente, che quel posto si trovava ai margini estremi del plausibile.” (pag. 103)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana