PERLE AI PORCI – Kurt Vonnegut

# 106 – Kurt Vonnegut – PERLE AI PORCI (Feltrinelli, 2019, ediz. orig. 1965, pagg. 198)

Il milionario Eliot Rosewater, figlio di un rigido senatore degli Stati Uniti, ha il totale controllo di una Fondazione benefica che dispone di un ingente capitale. Incurante del suo lignaggio, Eliot riesce a mandare a rotoli il suo matrimonio con la bellissima Sylvia DuVrais Zetterling e, trasferitosi nell’insignificante villaggio dell’Indiana da cui è partita la fortuna dei Rosewater, si dedica a migliorare l’esistenza dei pochi bifolchi che vi abitano, elargendo a chiunque lo chiami ascolto, partecipazione, consigli e… ingenti somme di denaro! L’intraprendente avvocato Norman Mushari, allora, si mette in testa di farlo dichiarare pazzo per mettere le mani, grazie a dei lontani parenti di Pisquontuit, Rhode Island, sul denaro della Fondazione.

Come per quasi tutti i romanzi di Kurt Vonnegut, la trama è irriducibile ai minimi termini. Se proprio volessimo essere sintetici, potremmo dire che “Perle ai porci” è la storia di un originale e generoso milionario in odor di pazzia insidiato da un avvocato senza scrupoli. Punto. Ma questo ci avrebbe raccontato davvero qualcosa di questo libro? Credetemi: no

Non si può raccontare Vonnegut, si può solo leggerlo, perché è uno di quegli scrittori in cui i dati di stile si impastano inestricabilmente con le continue trovate di trama e di intreccio, con la proliferazione dei personaggi (uno più bizzarro e curioso dell’altro) e con il ritorno dei leit motiv: il bombardamento di Dresda (all’origine del romanzo forse più famoso di Vonnegut, quel “Mattatoio n. 5” che ha fatto epoca), la letteratura di fantascienza (con l’immaginario, prolificissimo scrittore Kilgore Trout, che fa capolino in tantissimi romanzi di Vonnegut) e – last but not least – la “stralunataggine” di personaggi e situazioni, ridotti spesso dalla penna di Vonnegut ai loro dati essenziali, uomini e donne, nobili o meschini, ricchi o poveri che siano, tutti attraversati – anche chi non vuole ammetterlo – da quella sotterranea disperazione che si chiama “vita”. “Perle ai porci” è, essenzialmente, una satira – l’ennesima di Vonnegut – sul denaro e sulla American Way of Life, sulla sperequazione sociale e sui tentativi, generosi quanto velleitari, di eliminarla.

Perché in fondo l’America è costruita sulla sperequazione, è figlia del mito del successo e del Sogno Americano, che non ammette vincitori se non ci sono sconfitti, e che spesso degli sconfitti non si limita a prendere atto, ma li tormenta e li svilisce con un continuo senso del fallimento, come se la povertà fosse una vera e propria condanna sociale. In questo senso, come spesso nei libri di Vonnegut, non ci sono buoni e cattivi, ma solo piccoli uomini coi soldi e piccoli uomini senza soldi, sui quali spiccano, per diversità antropologica, le figure di Eliot Rosewater, sorta di predicatore nel deserto, di Messia ubriacone e autoproclamato, e ovviamente di Kilgore Trout, il mitico scrittore di fantascienza, autore di non si sa quanti libri (ma devono essere centinaia, visto che in ogni sua opera Vonnegut ne cita svariati, dai titoli uno più fantasioso dell’altro), che di messianico (o di sciamanico?) ha ben più di qualche tratto. Kilgore Trout è, a tutti gli effetti, la perfetta “mise en abyme” del pensiero complessivo, e della filosofia della narrazione, di quello scrittore originale e scatenato che era Kurt Vonnegut.

Penna sempre graffiante, divertente e capace di strappare risate come lacrime, egli ha saputo, più di molti altri, rappresentare un’America che ha perso la bussola morale, mettendo il profitto innanzi a tutto e correndo sfrenatamente sulla strada inclinata della meccanizzazione del lavoro, della sostituzione degli uomini con le macchine (già oggetto del romanzo d’esordio di Vonnegut, il lontano e affascinante “Piano meccanico”, del 1952), della reificazione dei sentimenti e della negazione del passato in favore della costruzione di un futuro che, a guardarlo bene, più che un Sogno sembra un Incubo. 

(Recensione scritta ascoltando i Fool’s Garden, “Lemon Tree”)

PREGI:
I soliti di Vonnegut: pur non essendo un capolavoro, “Perle ai porci” ha pagine di travolgente comicità, venata però da un profondo senso del tragico e dell’inanità della vita. Scrittura consapevole dei propri mezzi e straordinariamente capace di attraversare diversi registri espressivi, con tocchi impagabili di ironia surreale      

DIFETTI:
I soliti di Vonnegut: da una parte, una certa difficoltà a “trattenere” ciò che si legge, con pagine spesso ipertrofiche e zeppe di informazioni e di ironia, in un flusso che finisce per travolgere anche il lettore meglio disposto; dall’altra parte, un leggero “eccesso di personaggi”, alcuni dei quali confinati in poche righe. Non che siano mal descritti o mal utilizzati! Ma a tratti, questo profluvio di nomi e caratteri fa sentire il lettore un po’ soverchiato

CITAZIONE:
“‘Vi voglio bene, figli di puttana’ disse Eliot a Milford. ‘Siete i soli che leggo, ormai. Siete gli unici che parlano dei cambiamenti veramente straordinari che si stanno verificando, gli unici così pazzi da sapere che la vita è un viaggio nello spazio, e neanche tanto breve, perché durerà miliardi di anni. Siete gli unici tanto coraggiosi da preoccuparsi veramente per il futuro, da notare veramente tutto quello che ci stanno facendo le macchine, che ci stanno facendo le guerre, che ci stanno facendo le città, che ci stanno facendo le idee semplici e grandiose, di quali tremendi equivoci, errori, incidenti e catastrofi sono causa. Siete gli unici tanto sciocchi da arrovellarsi sul tempo e sulle distanze senza fine, sui misteri che non moriranno mai, sul fatto che stiamo decidendo proprio adesso se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì finirà in paradiso o all’inferno’.” (pag. 20 – Il brano è l’allocuzione che Eliot Rosewater rivolge agli scrittori di fantascienza riuniti in convegno)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO