LA CASA VERDE – Mario Vargas Llosa

# 64 – Mario Vargas Llosa – LA CASA VERDE (Einaudi, 2010, ed. orig. 1966 – pagg. 426)

A Piura, nel Nord-Ovest del Perù, tra il deserto e l’Oceano, sorgeva, tra gli anni ’40 e gli anni ’50, una casa colorata di verde, dentro la quale accadevano cose di cui non era elegante parlare: discinte signorine ricevevano uomini! A centinaia di chilometri di distanza, a Santa María de Nieva, nella selva peruviana, e lungo il tormentato corso del fiume Marañón, si intrecciano invece le vicende di una piccola guarnigione di svogliati militari, di una missione di suore, di alcune guide fluviali, di indios amazzonici vendutisi al commercio del caucciù e di uno strano avventuriero giapponese-peruviano, Fushía, che vive di ruberie, affari sballati e odore di giungla. Come possono incontrarsi due mondi così distanti, quasi opposti, eppure riuniti in un’unica Nazione, il Perù?

Vi prego di credermi: mi costa davvero molto scrivere di un libro come “La Casa Verde”, soprattutto a lettura appena effettuata. Ho avuto la tentazione di dilazionare questa recensione, di spostarla più in là, per lasciar sedimentare la materia magmatica e intensa di questo romanzo, denso come le acque fangose dei fiumi amazzonici e intricato come il viluppo vegetale della selva

Ma non sarebbe giusto: recensisco sempre, per regola, i libri che leggo, settimana dopo settimana, e non voglio fare eccezioni, neanche per un grande nome come Vargas Llosa. Non c’è dubbio che potrei, in futuro, cambiare idea, magari dopo una successiva rilettura, ma questo non vale forse per (quasi) tutti i libri che leggiamo? Chi non si è annoiato, durante la scuola media o il Liceo, con libri che negli anni successivi ha finito per amare pazzamente? “La Casa Verde” ha in sé i crismi del romanzo assoluto, come anche del grande, epico fallimento, e mi ricorda quello straordinario film di Werner Herzog che è “Fitzcarraldo” (ambientato, peraltro, negli stessi luoghi, lungo il corso del Rio Marañón!), allo stesso tempo un capolavoro e una epocale sconfitta. Caratterizzato da una trama praticamente impossibile da riassumere per la ricchezza di spunti e sviluppi, “La Casa Verde” vive più che altro di atmosfere e di personaggi, di azzardati salti temporali e geografici, di intrecci avvolgenti e misteriose assonanze, di linee narrative che, un po’ come le liane che si abbarbicano ai tronchi nella foresta amazzonica, girano attorno al lettore, lo inviluppano e lo disorientano, e sembrano addirittura voler uscire dal libro stesso.

Tanta è la materia contenuta in questo densissimo, rorido romanzo che sembra quasi che l’Autore non riesca a raccontarci tutto, e debba accontentarsi di procedere per cenni e per grandi ellissi, per “salti” che – un po’ come ne “La città e i cani”, ma con minor nitore narrativo – raccordano due mondi opposti uniti dalla violenza, dalla prevaricazione e dalle umane miserie. Come si può giudicare un libro simile? Un libro che impone pagine e pagine di discorso indiretto libero, di flusso di coscienza non attribuibile ad alcun personaggio, ma piuttosto all’ambiente stesso, come se la selva da una parte e il deserto dall’altra raccontassero il Perù, ciascuno dal proprio punto di vista. E su tutto, a stagliarsi titaniche, le figure del piurano sergente Lituma (personaggio che peraltro torna in diversi romanzi di Vargas Llosa) e dell’avventuriero Fushía, herzoghiano antieroe destinato al fallimento, irascibile e ingiusto, brutale e violento, eppure attraversato da uno spirito di sopravvivenza che in fondo è la sostanza stessa della Vita.

Villain atipico ed enigmatico, Fushía (ispirato a quanto pare a un personaggio realmente esistito, come anche l’ambiguo indio Jum, che fa affari coi bianchi e da loro viene tradito) è la figura che meglio incarna lo stile del libro: lentissimo, oscillante, ipnotico, a tratti persino stancante e fastidioso, arduo da tenere insieme, con tutte le sue ellissi e i suoi dialoghi intrecciati, in cui alla battuta di un personaggio “risponde” sovente quella di un altro, ma in un altro tempo e in un altro luogo… Allora, l’impressione è che Vargas Llosa – che ha lavorato per diversi anni a questo libro – abbia forse puntato troppo in alto, abbia cercato di comporre un romanzo senza compromessi, nel quale coesistono la scandalosa storia d’amore tra un vecchio e una ragazzina cieca e sorda, i traffici e il malaffare di Fushía e del governatore Julio Reátegui, e l’ingrato mestiere del sergente Lituma – vero trait d’union tra la selva e Piura: nato nel deserto, originario del quartiere malfamato di Piura, la Mangachería, Lituma presta servizio nella selva, per dare la caccia a Fushía e alla sua banda di indios predoni, e sposa la convertita Bonifacia, la “Selvática” che, suo malgrado, scoprirà il mondo desertico di Piura e la malfamata Casa Verde…

Tutto bello, tutto straordinario, ma anche tutto talmente aggrovigliato e sovrapposto da risultare, per il lettore medio, a mio avviso, una sfida impari. In altri romanzi Vargas Llosa, pur non rinunciando a raccontare realtà impressionanti e baratri di (dis)umanità, non impone alla lettura una sfida tanto evidente. Ecco allora che, a malincuore, non posso, in tutta onestà, dare di questo romanzo un giudizio del tutto positivo: non tocco la statura letteraria del suo Autore, che anzi ne esce paradossalmente rafforzata, ma denuncio la difficoltà ad orientarsi dentro questo affascinante e terribilmente complesso intrigo di tempi e luoghi. Il romanzo, come una terribile “yacu-mama”, serpente acquatico sul tipo dell’anaconda, si avvolge attorno al lettore e, per lunghi tratti, sembra davvero volerlo soffocare. Peccato che Werner Herzog non sia più un ragazzino! Chissà che film ne avrebbe tratto…               

(Recensione scritta ascoltando i Popol Vuh, “Hosianna Mantra”)

PREGI:
alcuni personaggi titanici, sia maschili che femminili, ambienti descritti alla perfezione, in particolare l’affascinante e pericolosa Mangachería di Piura, e certe pagine che fanno gridare senza remore al grande scrittore

DIFETTI:
lo sforzo richiesto per la lettura è a mio avviso molto elevato, e le smisurate ambizioni del libro non sono sorrette da risultati altrettanto evidenti. Pur presentando passaggi bellissimi, e un tessuto narrativo originale e coraggioso, “La Casa Verde” è troppo discontinuo e finisce, temo, per chiedere più di quanto offra

CITAZIONE:
“Porcherie inutili, quelli che fanno le carte non sanno che l’Amazzonia è come una donna in calore, non sta mai ferma. Qui tutto si muove, i fiumi, gli animali, gli alberi. Che terra pazza ci è toccata, Fushía.” (pag. 46)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO