L’INCANTO DEL LOTTO 49 – Thomas Pynchon

# 169 – Thomas Pynchon – L’INCANTO DEL LOTTO 49 (Einaudi, 2005, ediz.orig. 1965, pagg. 174)

California, anni ’60: la tranquilla casalinga Oedipa Maas, moglie di un deejay radiofonico, viene nominata esecutrice testamentaria di Pierce Inverarity, milionario appena deceduto con il quale, in passato, aveva avuto una relazione. Pur non capendo i motivi di questa designazione, Oedipa si cimenta nell’incarico, e prende contatto con il mellifluo e fascinoso avvocato Metzger, che dovrà guidarla nei successivi passi giuridici. Peccato che, non appena lasciata la sua tranquilla casetta di provincia, Oedipa venga dapprima sedotta dallo stesso Metzger, col quale finisce a letto, e poi coinvolta in un assurdo intrigo nato in Europa in epoca rinascimentale e tuttora in corso, il cui scopo sembra quello di istituire e difendere un sistema segreto di consegna della posta (!) che, dopo aver fatto concorrenza per secoli al celebre sistema dei Thurn und Taxis (a cui si fa risalire l’origine della parola “taxi”), ha preso di mira adesso le poste americane, forse finanziato dal defunto Inverarity. Ma siamo sicuri che questa società segreta di postini folli sia davvero un male? Non sarà invece un sano soffio di anarchia in un’America sempre più portata ad appiattirsi sul luogo comune?

Quasi impossibile da riassumere, per l’assurdità e la stratificazione della trama, questo libriccino datato 1965 ha rivelato al mondo Thomas Pynchon e, a detta di molti, è ancor oggi l’opera migliore e più importante di questo misterioso scrittore classe 1937. Da dove cominciare per cercare di fare ordine in questo guazzabuglio di testamenti, servizi postali abusivi, deejay sotto LSD, avvocati marpioni, esperti di francobolli e chi più ne ha più ne metta? Da nessuna parte, perché il libro di Pynchon non si lascia afferrare, è un viaggio lisergico e folle in un mondo dai tratti parodistici e deformati, è una satira (a tratti oggettivamente poco comprensibile) che alterna pagine geniali (e trovate narrative ancor più geniali) a punti di noia abissale e di totale incomprensibilità, non già per il tipo di linguaggio (sì, Pynchon scrive difficile, è vero, ma nulla di paragonabile allo stile psichedelico di un Burroughs!) quanto piuttosto per l’incredibile assurdità degli eventi narrati, come se l’Autore negasse al lettore un condivisibile piano della realtà, e tutto – ma proprio tutto – potesse essere contenuto in un sogno o nel delirio di un pazzo in cura psichiatrica. Lungi da me l’idea di fare del contenutismo: ogni scrittore è libero di raccontare ciò che vuole, ci mancherebbe!

Non trovo deludente “L’incanto del lotto 49” per ciò che racconta, estremo quanto si vuole ma fondamentalmente non criticabile; lo trovo deludente perché è un libro che, indubbiamente innovativo alla sua uscita, è però invecchiato male, e si legge con una certa fatica, pieno com’è di macchiette più che di personaggi. La stessa protagonista, Oedipa Maas, non acquisisce mai un carattere ben definito, resta una sorta di funzione del racconto, il grimaldello di cui l’Autore si serve per entrare – con occhi un po’ bamboleggianti ma in fondo intelligenti – nel suo mondo assurdo fatto di società (postali) segrete, filtri di sigaretta ricavati da ossa umane macinate (!) e tragedie di epoca shakespeariana che veicolano antichi messaggi cifrati. E così, se è assolutamente geniale – e borgesiana! – l’idea di inventarsi una tragedia grandguignolesca attribuita a un certo Wharfinger (Autore ovviamente inventato), il racconto della messa in scena della tragedia stessa – quasi un libro nel libro – è a tratti esasperante, e lo stesso dicasi degli sviluppi di una trama talmente ingarbugliata e priva di un filo logico da risultare quasi inintelligibile.

Mi spiace dare di questo libro un giudizio severo, ma d’altronde – valutazioni dei critici professionisti a parte – quando si legge un libro è giusto anche riferire il grado di divertimento che esso ci ha regalato, e per quanto riguarda me, devo dire che ho faticato non poco ad arrivare alla fine de “L’incanto del lotto 49”. Non ho intenzione, del resto, di negare il talento di Thomas Pynchon, evidente nelle tante raffinatezze anche linguistiche che il libro contiene; ma questo piccolo, surreale romanzo mi ha irritato più che divertito, anche se devo ammettere che vi ho ravvisato i prodromi dello stile di uno scrittore – a mio giudizio più apprezzabile, pur coi suoi difetti – che sarebbe diventato grande soprattutto a partire dagli anni ’70, e che a sua volta ha regalato a milioni di lettori dei ritratti dell’America al vetriolo: Kurt Vonnegut. Ecco, “L’incanto del lotto 49” può essere considerato il punto di partenza di Vonnegut, e di certo, per chi ama questa tipologia di libri, è un divertente viaggio tra calembours verbali e intrecci paradossali tra storia, letteratura e psichiatria. Per tutti gli altri, temo, è un enigma senza soluzione, il tentativo – un po’ supponente – di restituire l’inafferrabile complessità e assurdità del mondo.     

(Recensione scritta ascoltando gli Urge Overkill, “Girl, You’ll Be a Woman Soon”)

PREGI:
scritto con grande spessore stilistico (e, va detto, con indubbia intelligenza) da un Autore allora neanche trentenne, è un libro al quale si stenta a credere per la fantasmagoria di soluzioni narrative che trova per far marciare una trama capace di attraversare i secoli e i continenti, dai Thurn und Taxis a Shakespeare, dalle faide familiari del Rinascimento europeo alla Seconda Guerra Mondiale

DIFETTI:
fin troppo consapevole di sé e della propria brillantezza, anche linguistica, è un libro che si guarda continuamente allo specchio, fiero dello splendido girare a vuoto dei suoi congegni narrativi. Peccato che nessun personaggio si scolpisca veramente nella memoria (come invece accadrà con Vonnegut) e che gli snodi narrativi, somministrati a getto continuo al lettore, finiscano per annoiare, col risultato che ci si trova spesso a rileggere intere pagine delle quali non si è capito un accidente…

CITAZIONE:
“Metzger… che cosa fanno con la potsa in un ufficio potsale?” – “In un ufficio potsale?” rispose Metzger dal bagno in tono autorevole. “Be’, smitsano la potsa, la ipsezionano, la psediscono a detsinazione…” Lei gli scagliò contro un reggiseno e disse: “Dovrei segnalare al mio ufficio potsale tutta la potsa oscena.” (pag. 39)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO