LA VITA SESSUALE DI GUGLIELMO SPUTACCHIERA – Alberto Ravasio

# 217 – Alberto Ravasio – LA VITA SESSUALE DI GUGLIELMO SPUTACCHIERA (Quodlibet, 2022, pagg. 161)

Il trentenne senz’arte né parte Guglielmo Sputacchiera, che ha studiato una vita per non concludere niente e vive da autorecluso a casa dei genitori, masturbandosi compulsivamente grazie alle tonnellate di porno che il web elargisce, si sveglia una mattina… trasformato in donna! Ovviamente tra gli insuccessi che Guglielmo può vantare c’è anche quello col gentil sesso: del tutto incapace di conquistare una ragazza, il giovane Sputacchiera si è rifugiato nel porno e chatta con individui improbabili (tra cui il più assiduo si firma “Il Negro”) fingendosi una ragazza e divertendosi ad eccitare gli uomini in un gioco tutto virtuale. Ma cosa succederà ora che al posto di Guglielmo Sputacchiera c’è… Carmela Pene? La misteriosa, kafkiana transessualizzazione cambierà la vita di questo reietto sociale, figlio della profonda provincia lombarda e dell’asettico XXI secolo?

La comicità è tra le cose più difficili da ottenere con la scrittura. Con le immagini e i suoni, oggettivamente, è più facile: ci sono tanti buoni attori comici, alcuni addirittura geniali, ma di scrittori puramente comici non se ne contano altrettanti.

Da una parte, la comicità in narrativa rischia di stancare un po’, e bisogna essere veramente bravi per padroneggiare la materia e lo stile dall’inizio alla fine di un romanzo (o di una serie di romanzi). Insomma, di Pelham Grenville Wodehouse non ne nasce uno ogni anno! Alberto Ravasio certamente non lo è, per quanto il suo sforzo nel costruire questa comicheggiante e graffiante parabola sia apprezzabile. Purtroppo non tutto funziona: se l’assunto (per quanto non nuovo) è interessante e sembra in grado di far decollare una vicenda (dal sapore vagamente kafkiano!) degna di essere raccontata, è proprio negli step intermedi del racconto che il libro collassa, per approdare a un finale che riesce nell’impresa di unire il più riuscito dei colpi di scena (legato all’identità del “Negro”) con il più deludente degli approdi. Sospeso tra il (triste) racconto di una vicenda individuale alla Fantozzi (Guglielmo Sputacchiera è al di là del bene e del male, e non a caso viene definito, in quarta di copertina, “inetto sociale e sessuale”) e la satira della vita di provincia, coi suoi riti e i suoi (tanti, forse troppi) cliché, “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera” parte bene ma si arena ben presto nelle spire di una scrittura che si strangola da sola attorcigliandosi attorno alla sua stessa sbandierata arguzia, e svelando un evidente vuoto di significati.

I personaggi, infatti, sono tutti degli stereotipi, a partire dai genitori di Guglielmo, la madre ignorante e in odor di schizofrenia, ma che un po’ sulla sua pazzia ci marcia anche, per non lavorare e vivere da mantenuta, e il padre grande lavoratore, maschilista e fan dell’oggi tanto vilipeso “patriarcato”; e vogliamo parlare del migliore amico di Guglielmo, Guido Coprofago? (Che noia peraltro questi nomi parlanti!) O della studentessa che Guglielmo corteggia negli anni dell’Università, tipicissimo esemplare di stordita viziata in cui si è imbattuto chiunque abbia fatto studi universitari? O, ancora, del parentado bigotto e dei vecchi “destrorsi” che affollano i campi di bocce e le piazze del paese? Nulla che si stacchi dal cliché, nulla di veramente originale se non, forse, la dottoressa palpeggiatrice e il santone che si fa pagare profumatamente per le predizioni e i consigli terapeutici.

Ma non bastano a rendere interessante una trama veramente esile che non diventa mai un viaggio iniziatico, e non riesce neppure ad essere una rievocazione malinconica, né un incalzante racconto di crisi d’identità e di trasformazione. O meglio: questi temi ci sono tutti, ma nessuno adeguatamente sviluppato, nessuno capace di persuadere il lettore del fatto che ciò che sta leggendo abbia un senso – per quanto grottesco e surreale. Allora, a Ravasio non resta che lo stile per sorreggere le sue ambizioni autoriali, e qui lo scrittore (classe 1990) non se la cava male: indubbiamente sa usare la penna e il ricco vocabolario che la lingua italiana gli mette a disposizione, pregio non da poco che non mi esimo dal sottolineare. Peccato che, fatalmente, in libri di questo tipo, che campano sulla proliferazione dei giochi di parole e dei calembours linguistici, la noia sia dietro l’angolo, perché una volta che si è familiarizzato con la tipologia di scrittura (arguta e consapevole della propria arguzia fino al punto di essere, qui e là, anche un po’ vanitosa) si finisce per stancarsi, e il sorriso – che nelle prime pagine sbocciava spontaneo – non sboccia più e lascia spazio a smorfie di fastidio, a moti di sconforto, al cospetto dell’ennesima aggettivazione arguta e del duecentesimo neologismo. Insomma, Ravasio ci sa fare, glielo concedo: ma bisognerà aspettare altre prove per stabilire se siamo in presenza di uno scrittore o (come si definisce in quarta di copertina) di un “filosofo non praticante” che si diverte a combinar parole senza particolari ambizioni, e senza grandi riuscite, né comiche né – tantomeno – satiriche.

(Recensione scritta ascoltando Lucio Dalla, “Disperato Erotico Stomp”)

PREGI:
è un libro scritto con perizia e precisa consapevolezza dei mezzi espressivi adoperati, non privo di momenti divertenti, tra il grottesco e il surreale, e animato da una sincera voglia di riflettere su alcune delle più diffuse nevrosi contemporanee (il rapporto genitori-figli, la crisi dell’identità sessuale). Non male anche il colpo di scena nel finale

DIFETTI:
il giochino è bello ma dura troppo poco, giusto un paio di capitoli. Poi la noia fa capolino, e certe scelte (i nomi parlanti, le situazioni stereotipate, la smania di fare satira su tutto e tutti) finiscono per soffocare la scrittura, il cui principale difetto (dovuto forse all’inesperienza?) è quello di cercare di “spingere” in ogni pagina, in ogni frase! Attenzione: così si esagera e il risultato, da divertente, diventa ipertrofico e troppo sopra le righe, persino per una novelletta surreale

CITAZIONE:
“Mentre rideva e s’arrossava tutta, la bambina gli aveva premuto le cosce da galletta sulla faccia, e avvolto da un buio odoroso, cosmico perché privo di ossigeno e coordinate, Sputacchiera quella cosa là non l’aveva vista, ma l’aveva sentita al di là dei sensi, come si sentiva l’amore o, per i più brutti, la chiamata in seminario.” (pag. 12)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO