# 197 – Michel Houellebecq – ANNIENTARE (La Nave di Teseo, 2022, pagg. 743)
Francia, anno 2027: Paul Raison, funzionario di alto livello del Ministero delle Finanze francese, e amico personale del ministro stesso, Bruno Juge, è alle prese con l’enigma di alcuni impressionanti attacchi informatici: degli hackers immensamente abili pubblicano da mesi, sul web, dei video minacciosi, in uno dei quali il ministro Juge viene addirittura ghigliottinato! Quando apprende che suo padre, agente in pensione dei servizi segreti, ha avuto un ictus ed è in stato vegetativo, Paul lascia il lavoro e torna nella sua casa natale, una fattoria del Beaujolais, per una vera e propria réunion familiare. Rivede così, dopo anni, la sorella Cécile, fervente cattolica, e il fratello minore Aurélien, restauratore di arazzi, in crisi con la proterva moglie Indy, giornalista di pochi talenti ma di molte pretese. Il rapporto tra i fratelli, così diversi per temperamento e vicende personali, sembra miracolosamente rinsaldarsi, così come rinverdisce di colpo, incredibilmente, anche il rapporto tra Paul e sua moglie, Prudence, con la quale da dieci anni viveva da separato in casa. Vegana e devota alla wicca, Prudence si era allontanata dal mondo concreto e stressante di Paul: perché ora sembra così disposta a rientrare nella sua vita? L’antico amore può davvero risvegliarsi? Pare proprio di sì, ma un drammatico colpo di scena è in agguato…
Non avrei dovuto leggere questo libro. O perlomeno, non avrei dovuto leggerlo subito! Uscito in Italia all’inizio di quest’anno, l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (probabilmente, visto che Philip Roth non è più tra noi, il più grande scrittore vivente, assieme a Mario Vargas Llosa, che però non è più in attività) si presenta al pubblico con una copertina tenue e monocroma, dolce, rilassante e ingannevole: in realtà è un libro atroce, allo stesso tempo il più tremendo e il più delicato, il più arrabbiato e il più rappacificato di tutta la produzione houellebecquiana. E ora, per chi avrà voglia di seguirmi, proverò a spiegare il perché, senza svelare troppo della trama! In un certo senso, infatti, è proprio nella trama – o nella mancanza di trama – il pregio maggiore di questo libro, la particolarità che lo rende unico, nel panorama letterario mondiale.
Houellebecq è probabilmente l’unico scrittore al mondo a potersi permettere una simile struttura, che tradisce costantemente le aspettative del lettore fino a deluderle del tutto, facendo mancare elementi che normalmente sarebbero considerati basilari, come lo scioglimento di certi enigmi e la conclusione di varie sottotrame, che vengono invece lasciate libere di penzolare nell’indeterminatezza. E qui occorre necessariamente rifarsi al titolo che l’Autore ha scelto per quest’opera a suo modo monumentale: “Annientare”. Ma che cosa? Le strutture politico-sociali dell’Occidente, come sembrano voler fare i misteriosi hacker e i terroristi che compiono raffinati attentati in giro per l’Europa? Oppure la vita propriamente intesa, come sembra fare l’ictus che ha colpito il padre di Paul? No: Houellebecq annienta le strutture stesse della narrativa e del romanzo, spingendosi laddove non si era spinto neanche nei suoi libri più famosi e di successo, nei quali, fatte salve l’importanza e la profondità dei temi trattati, la struttura del racconto era ancora, tutto sommato, “classica”. L’eccezione alla classicità strutturale potrebbe essere rappresentata dalla “Possibilità di un’isola”, ma non è nulla rispetto ad “Annientare”, nel quale sembrano coesistere tre, quattro, otto, dodici diversi romanzi, che si incrociano per seicento pagine per poi annientarsi tutti nella devastante, abbacinante desolazione di una chiusa assoluta che, seguendo il protagonista, è costretta a rinunciare – assieme a lui – a quegli svelamenti e a quelle soluzioni che il lettore tanto avrebbe agognato.
Ma non ci si fa più caso: il racconto, nella sua disperata impossibilità di approdare a un happy end, si fa talmente fitto e serrato, talmente crudele nell’oggettiva osservazione di un decadimento inesorabile, che tutto il resto passa in secondo piano – per il lettore come per i personaggi. È così pieno di “errori” questo romanzo di Houellebecq che verrebbe voglia di dargli un votaccio e di tirare le orecchie all’Autore, accusandolo di essersi seduto sui successi precedenti, e di aver partorito un libro assurdo, sbagliato in ogni sua parte, troppo triste, troppo desolato, e allo stesso tempo troppo sereno e troppo ottimista, troppo conciliante e troppo zuccheroso. Ma bisogna ammettere, a malincuore, che Houellebecq, crudelmente, ci ha beffati un’altra volta, e ha partorito un romanzo terrificante sulla vita e sulla morte, sull’esistenza umana, così incerta e così esposta al capriccio del destino, eppure anche così attaccata ai simboli del potere e del benessere, così illusa di poter durare, e di avere un qualsivoglia significato.
Non fa sconti, Houellebecq, a nessuno, neppure a sé stesso, e certo non ne fa al lettore, costretto a percorrere una viacrucis impressionante, uno scivolamento verso il nulla che ci attende tutti, volenti o nolenti. Per questo “Annientare” va letto al momento giusto (ma esisterà davvero un momento giusto?), perché il rischio che corre un libro simile è quello di creare un’istintiva reazione di ripulsa, perché le paure che va a toccare sono paure ancestrali, paure che l’opimo Occidente – coi suoi simboli di benessere, le sue fisime e le sue psico-eco-cazzate – ha solo potuto nascondere sotto il tappeto, ma non cancellare, in quanto insite in ogni essere umano, di più, in ogni essere vivente: una su tutte, la paura di morire. E il sapere che ciò accadrà, inevitabilmente. Non è una possibilità: è una certezza. Houellebecq non sbertuccia nessuno e non offende gratuitamente, non lo faceva neppure ai tempi di “Piattaforma” e delle “Particelle elementari”; al contrario, in “Annientare” l’unica isola di salvezza sembrano essere proprio quei convincimenti bizzarri, quelle idee più fideistiche che scientifiche (il veganesimo, la wicca, la religione in senso lato) che, altrove, il caustico Autore aveva, sottilmente, messo alla berlina. Certo, nulla salva dall’annientamento, dalla riduzione al nulla di una vita intera (che noi, in Occidente, tendiamo a considerare “importante”), di una storia, di un corpus di sentimenti e di azioni, di sofferenze e di decisioni.
Robert Musil ha scritto: “Se tu potessi leggere tutti questi scritti in cui uomini e donne dei secoli passati descrivono il loro stato di posseduto da Dio, troveresti in ogni parola verità e realtà, eppure le affermazioni formate da tali parole ripugnerebbero sommamente alla tua volontà attuale. […] Essi parlano di un chiarore che inonda. Di una vastità infinita, di un’infinita ricchezza di luce. Di una «unità» fluttuante di tutte le cose e di tutte le forze dell’anima. Di un meraviglioso e indescrivibile slancio del cuore. Di rivelazioni così fulminee, che tutto è allo stesso tempo, e simili a gocce di fuoco che cadono sul mondo. E d’altra parte parlano di un dimenticare e un non più capire e perfino di un tramontare delle cose. Parlano di una pace immensa, inaccessibile alle passioni. Di un ammutolire, di uno scomparire dei pensieri e delle intenzioni. Di una cecità in cui vedono chiaro, di uno splendore in cui essi sono morti e sovrumanamente vivi. Lo chiamano «annientarsi» eppure sostengono di vivere più pienamente di prima.” E concludeva chiedendosi: “Non sono queste […] le stesse sensazioni che si hanno ancor oggi quando per caso il cuore, «avido e sazio», come dicono loro, capita in quelle regioni utopistiche situate fra un’infinita tenerezza e un’infinita solitudine?” (“L’uomo senza qualità”, parte III, capitolo 12).
Michel Houellebecq sembra interrogarsi sulle stesse, liminari sensazioni, ma con un afflato meno mistico: che cos’è la vita? Cosa significa morire? Qual è il vero valore delle cose, ammesso che ne abbiano uno? In “Annientare”, a dispetto di questo titolo palesemente nichilista, trovano spazio reali afflati d’amore (si pensi alla storia tra Aurélien e Maryse) e reali slanci sentimentali, come probabilmente in nessun libro precedente di Houellebecq; ma l’annientamento è in agguato, e con esso – forse – la fine della narrativa stessa, la fine del romanzo come idea e come forma, la fine della possibilità di interessarsi alle vicissitudini di questo misero pianeta e di raccontarle come se fossero veramente importanti, quando invece non sono nulla, sono già annientate e neanche se ne accorgono. Gli scioperi selvaggi, l’economia europea, Greta Thunberg, il cambiamento climatico, il terrorismo internazionale e la pirateria elettronica: nulla si salva nella chiusa di questo libro innocuamente devastante, uno schiaffo che Michel Houellebecq ci appioppa scientemente, chissà, forse “per il nostro bene”, o forse per puro sadismo, per il semplice fatto che è il più grande scrittore vivente, l’unico che possa davvero permetterselo. Per la prima volta, ho fatto fatica a finire un suo libro, e a più riprese ho pensato di mollarlo! Non l’ho fatto, anche se so che non lo rileggerò mai più, e come me credo tanti altri lettori e lettrici. “Annientare” si legge una volta sola: poi si rimane soli, con la sensazione, ineludibile, della propria finitezza.
(Recensione scritta ascoltando i Queen, “Who want to live Forever” e “The show must go on”)
PREGI:
parte come un thriller americano venato di onirismo e si conclude come una tragedia assoluta, individuale ma estensibile all’intero genere umano, passando attraverso altre cento sfumature, dal dramma ospedaliero alla critica sociale, dal racconto intimista alla satira politica. Un libro letteralmente inafferrabile, che però pagina dopo pagina afferra il lettore e lo trascina nelle sue spire, per stritolarlo con calma
DIFETTI:
chi cerca una lettura tranquilla e rilassante scelga qualcos’altro! “Annientare” è il più feroce dei libri di Houellebecq, per come gioca – disattendendole – con le aspettative dei lettori. L’intensità dell’ultima parte è forse addirittura eccessiva, e in generale lo stile, pieno di subordinate, con lunghi periodi costruiti solo con virgole, è certo più fluido ma anche, nel complesso, meno innovativo e personale di quello dei capolavori “Piattaforma” e “Le particelle elementari”
CITAZIONE:
“Quello che non poteva sopportare, si era reso conto con inquietudine, era l’impermanenza di per sé; era l’idea che una cosa, qualunque cosa, finisse; quello che non poteva sopportare, non era altro che una delle condizioni essenziali della vita” (pag. 529)
GIUDIZIO SINTETICO: ***½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana