BAOL – Stefano Benni

# 129 – Stefano Benni – BAOL. UNA TRANQUILLA NOTTE DI REGIME (Feltrinelli, 2010, ediz. orig. 1990, pagg. 152)

In un’immaginaria e dittatoriale Italia anni ’90, solo leggermente futura rispetto alla stesura del libro, un curioso personaggio che detiene i segreti della magia baol, un complesso di pratiche e metodi che non è ben chiaro cosa consenta di fare ma che gode di alta stima ed è temuto persino dai gerarchi di regime, si aggira nottetempo per le strade della città di T., infestate da “clarkopodi” e “clarette”, giovinastri ricchi e spacciatori di droghe varie. Il vecchio comico Grapatax, prossimo alla morte, chiede aiuto al mago baol per recuperare un vecchio filmato che lo scagionerebbe dall’accusa di essere colluso col potere, incarnato dall’imbarazzante figura del Gran Gerarca. Alla ricerca del nastro, il protagonista attraverserà ambienti equivoci, locali notturni e oscuri anfratti di una realtà urbana silenziosamente slittata nella dittatura dell’idiozia televisiva, per approdare all’Inferno, la madre di tutti gli archivi…

C’è una cosa nei libri di Stefano Benni che non ho mai sopportato: quell’aria un po’ saccente da “Ehi, io ho capito tutto, ma se te lo spiegassi chiaramente dove starebbe il bello?”

E allora sotto con queste storielline che vorrebbero essere metaforiche, che vorrebbero rappresentare “una certa Italia”, che vorrebbero fare i conti con un intero decennio (nel caso di “Baol”, fin troppo chiaramente, nel mirino del satirista finiscono gli anni ’80, con il trionfo della TV commerciale e degli spot pubblicitari e dei simboli di ricchezza e benessere), ma che alla fine non riescono a soddisfare, non lasciano mai nel lettore un senso di compiutezza. Di respiro troppo corto per essere dei ritratti d’epoca, di umorismo troppo insipido per essere vere “black comedies”, di spirito troppo poco graffiante per essere vera satira, i libri di Benni – a mio avviso – restano sospesi in un limbo letterario un po’ stucchevole, una “bolla” che li salva dalla stroncatura – perché in fondo non si può dire che Benni scriva male – ma che non li eleva mai al rango di grandi libri e neppure, per come la vedo io, di libri accettabili.

Benni non è il Pennac italiano, anche se si sforza di sembrarlo; il suo umorismo è tutto a base di calembour verbali (“set di spot di brut”) che, onestamente, fanno rimpiangere un Palazzeschi; le sue trame oscillano tra l’iperrealismo di certi racconti e il surrealismo di altri, fino a punte come questo “Baol”, che non  manca di elementi interessanti ma che, suvvia, non si lascia ricordare per niente di più che qualche simpatica trovata linguistica: il computer ribattezzato, nell’Italia fascistoide immaginata dall’Autore, “compútero”, e le citazioni, in apertura di capitolo, dell’immaginario Baolian – idea questa, però, da ricondurre al ben più interessante “Ghiaccio-nove” di Kurt Vonnegut (1963!) che, anziché il fantasmagorico mago Baolian, propone l’altrettanto immaginario santone Bokonon, fondatore a sua volta di una setta radicata in tutto il mondo. Insomma, l’originalità di Benni è tutta da dimostrare, mentre la profondità di pensiero e di satira, in “Baol”, si intravede appena, ed è tutta affidata al personaggio protagonista, il cui Io narrante – seppur alla fine un po’ slabbrato – riesce a tenere assieme un piccolo libro che sembra non avere una direzione, e che si fa ricordare più per la bella copertina che per gli sviluppi di trama o lo stile di scrittura.

Non ho letto, purtroppo, l’intera opera del prolificissimo Benni, per cui tengo molto a mitigare un po’ il giudizio: chissà che, insistendo, prima o poi non mi imbatta nel capolavoro di un Autore che, fino a prova contraria, non posso che definire, ahimè, sopravvalutato. E nessuna magia baol mi farà cambiare idea.                 

(Recensione scritta ascoltando Franco Battiato, “Centro di gravità permanente”)

PREGI:
alcuni frizzi e lazzi linguistici che si possono definire simpatici, e un tono di fondo piuttosto leggero che si sforza perlomeno di stemperare il tetro e poco riuscito afflato distopico rivelato dal sottotitolo, “Una tranquilla notte di regime”     

DIFETTI:
il solito di tanta letteratura di Benni: quando si chiude il libro si pensa: “Embé?” Indolore e superficiale, questa satiretta degli anni ’80 lascia il tempo che trova e, per giunta, dimostra tutti gli anni che ha: puro prodotto dei primi anni ’90, vezzoso e supponente, invecchiato maluccio 

CITAZIONE:
“È una tranquilla notte di regime. Le squadre antidroga sparano agli spacciatori, dalle Ferrari in corsa gli spacciatori rispondono al fuoco. Centinaia di gorilla scortano i gerarchetti verso le zone del vizio, ghinze, testacci e perversailles, verso i night e i peep e i party e i bingo. Il centro è intasato. Due strade sono chiuse per sfilate di moda, la polizia vigila, ieri c’è stato uno scontro tra gli stilisti governativi e quelli del governo ombra. Sono scoppiate zuffe in passerella, sette indossatrici ferite e uno stilista morto con un tacco a spillo in fronte.” (pag. 28)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO