IL CONTE DI MONTECRISTO – Alexandre Dumas

# 177 – Alexandre Dumas – IL CONTE DI MONTECRISTO (Feltrinelli, 2012, ediz. orig. 1844, pagg. 1.066)

28 febbraio 1815: il mercantile “Pharaon” attracca a Marsiglia dopo un difficile viaggio durante il quale il suo comandante è addirittura morto. A farne le veci, con una maestria non comune a soli diciannove anni, è il marinaio Edmond Dantès che, stimato dall’equipaggio e dal suo armatore, monsieur Morrel, si vede offrire il posto di capitano, in sostituzione dello sfortunato Leclère. Promesso sposo alla bella catalana Mercédès, che ne è pazzamente innamorata, e con un lavoro sicuro in tasca, il giovane Edmond non potrebbe essere più felice. Deve solo sbrigare una commissione affidatagli proprio dal capitano, prima di morire: portare a Parigi una lettera ritirata sull’isola d’Elba, durante una sosta del “Pharaon”, una lettera firmata nientemeno che da Napoleone Bonaparte, pronto a sbarcare sul continente per riprendersi il trono. Ma Dantès non saprà mai nulla dei successivi Cento Giorni di Napoleone: incarcerato per le accuse di alcuni falsi amici che mirano soltanto a sottrargli il lavoro e la moglie, trascorrerà quattordici anni nel terribile castello d’If, situato su un isolotto al largo di Marsiglia; durante la prigionia, la conoscenza di un altro condannato, il colto abate Faria, consentirà a Edmond non solo di ideare un piano di evasione, ma anche di farsi una cultura, sotto la sapiente guida dell’abate, che gli indicherà altresì come entrare in possesso, una volta uscito, di un’enorme, favolosa ricchezza, un tesoro nascosto nella rocciosa isola di Montecristo. Evaso, Edmond fa perdere le sue tracce e, mentre i suoi nemici lo credono morto o sepolto per sempre in una segreta, egli risorgerà dalle tenebre in cui l’invidia e la cupidigia umane l’avevano cacciato sotto le vesti del misterioso e terribile Conte di Montecristo, e andrà in cerca della più spietata delle vendette.

Recensire un classico è sempre una sfida! E io amo le sfide, per cui mi tuffo a capofitto nell’impresa di dire qualcosa che non suoni troppo banale di un libro sul quale si sono scritti, negli anni, i proverbiali “fiumi d’inchiostro”. D’altronde, un classico non è sempre stato un classico, lo è diventato col tempo, con le generazioni di lettori, lo è diventato quando si è iniziato a leggerlo e commentarlo nelle scuole, in quanto portatore di qualcosa d’universale, opera tra le cui pagine il Tempo della sua creazione è stato racchiuso e opera in grado, altresì, di andare oltre il Tempo stesso, di parlare a distanza di secoli. In questo senso, un classico è qualunque libro che “non ha tempo”, che – fatte le dovute conversioni di linguaggio e di stile – parla al lettore d’oggi esattamente come parlava al lettore suo contemporaneo. Ottima definizione, ma vi confesso che non mi trova del tutto d’accordo. Pochi libri diventano “classici” in un battibaleno, per la maggior parte occorre un tempo più o meno lungo perché vengano riconosciuti come tali. Al punto che potremmo a buon titolo chiederci quali tra i libri che leggiamo in questi anni, quali tra i romanzi a noi contemporanei saranno considerati, fra venti, trenta, quaranta o cinquant’anni, dei “classici” della letteratura d’inizio XXI secolo. Di qualcuno possiamo immaginarlo (ma forse ci sbagliamo, e tra pochi anni nessuno se li ricorderà più!); di altri, magari, non abbiamo la minima idea, anzi, ci paiono forse dei testi banali, poco interessanti, “di consumo”. Ma chissà che tra un mezzo secolo nelle scuole non vengano letti come esempi di illustre letteratura! “Il conte di Montecristo” non nasce, nel 1844, con l’intento di essere un classico (ammesso che si possa scrivere un libro “con l’intento di essere un classico”); nasce, al contrario, come letteratura per tutti, “di consumo” (orrenda locuzione che però rende bene l’idea), un feuilleton da pubblicare a puntate sui giornali, pensato per piacere tanto alle donne impegnate nei lavori di casa quanto agli uomini indaffarati che, una volta rincasati, vogliano rilassarsi con una lettura avventurosa e piena di colpi di scena.

Insomma, “Il conte di Montecristo” è a tutti gli effetti un serial, a mio parere il più bel serial ottocentesco che sia stato prodotto. Fosse già esistita la televisione, Alexandre Dumas sarebbe stato il re degli sceneggiatori e dei produttori del suo tempo, grazie a un talento smisurato per l’intreccio e il colpo di scena, per la caratterizzazione a tinte forti dei personaggi e l’uso sapiente dei cliché (che non possono mancare in un’opera che ambisca ad avere un ampio pubblico). “Montecristo”, insomma, è il trionfo del romanzesco e della suspense, dell’immaginazione e dell’intreccio. C’è tutto: ingiustizia, conflitto sociale, soffio della Storia (nel confronto tra realisti e bonapartisti), violenza, vendetta, camuffamenti, colpi di scena (quelli che un moderno sceneggiatore chiamerebbe “twist”), ma anche amore romantico, amicizia virile, perdono e consolazione. Il tutto, distribuito su un intreccio di trame e di personaggi che vanno a comporre non già un “affresco” (termine un po’ abusato, che oltretutto Dumas non avrebbe approvato per la sua opera) quanto piuttosto un mosaico di quei tempi brutali ed eroici, fascinosi e miserandi in cui un’offesa all’onore veniva ancora lavata col sangue in duello, e tremende guerre si susseguivano l’una all’altra (ricordiamo che il libro fu scritto a neanche trent’anni dalla battaglia di Waterloo e a poco più di venti dalla morte di Napoleone a Sant’Elena).

Studiatissima nei suoi ingranaggi narrativi, “Montecristo” è dunque un’opera colossale di inventiva, tanto perfetta da aver allietato le vacanze estive e le convalescenze a letto, dopo il morbillo o la varicella, di milioni di adolescenti. Un’opera nella quale, sotto il manto a suo modo confortevole dell’avventura e del pericolo, del crimine e della vendetta, si celano interrogativi universali, ai quali non c’è risposta univoca. Uno su tutti: è lecito, laddove si sia subito un tremendo torto, un torto che ci ha privati degli affetti familiari, dell’amore e di quattordici anni di vita, è lecito – dicevo – sostituirsi a Dio come strumento della Provvidenza e attuare una atroce vendetta che finirà per travolgere anche degli innocenti? E qual è la definizione di “innocenza”, in un libro (e in un mondo) in cui tutti, o quasi tutti, in un modo o nell’altro prevaricano e tradiscono, e arrivano a uccidere pur di conservare una posizione sociale o un patrimonio? Costruito su tre grandi blocchi – che coincidono sostanzialmente con le tre città che fanno da sfondo all’azione, Marsiglia, Roma e Parigi – “Il conte di Montecristo” è una lettura imprescindibile che, anche nei passaggi più lenti e arzigogolati, non molla il lettore, tenendolo avvinto a una materia incandescente e magmatica, nella quale si ha sempre l’impressione che possa succedere qualcosa, che tutto possa cambiare repentinamente, e con effetti devastanti.

E Edmond Dantès, in tutte le sue “forme” e i suoi camuffamenti, è un personaggio titanico, che lungi dall’essere una pura funzione narrativa (come tanti stereotipati protagonisti di thriller contemporanei), subisce al contrario nel corso della vicenda un’evoluzione impressionante: da giovanotto di buon cuore, marinaio provetto e figlio amorevole, egli diviene un oscuro signore della vita e della morte, che sembra sapere tutto e anticipare le azioni altrui, come se avesse viaggiato nel tempo, visto i destini dei personaggi, e capito come muoversi per influire su di essi. Per approdare alfine a un profondo ripensamento sul suo stesso agire, a quella che la psicologia d’oggi chiamerebbe “crisi d’identità” per superare la quale egli ha bisogno nientemeno che di tornare a visitare, in una delle scene più sconvolgenti e commoventi del romanzo, la segreta del Castello d’If nella quale trascorse i tremendi quattordici anni di prigionia, mentre fuori i suoi falsi amici vivevano vite felici e immeritate. Qualcuno, nel borghese Dantès che scala la gerarchia sociale per poi ribaltarla, ha voluto vedere persino un messaggio politico; ma io credo non sia necessario caricare questo romanzo assoluto e geniale di significati che non gli occorrono.

La complessità di “Montecristo” è nei suoi perfetti meccanismi narrativi, nell’efficacia della sua suspense, nella dimensione titanica dei suoi personaggi – anche quelli negativi, tratteggiati ciascuno con una sfumatura diversa, ciascuno col proprio fardello di colpe e di indecenze. E su tutti, eroe oscuro quant’altri mai, a suo modo enigmatico e indecifrabile, campeggia sovrano Edmond Dantès, il Conte di Montecristo, re degli innocenti e imperatore dei colpevoli allo stesso tempo, strumento di Dio e braccio destro del Diavolo, personaggio incredibilmente ambiguo, modernissimo e contrastato, che è impossibile non amare ma che sa anche essere terribilmente inquietante!   

(Recensione scritta ascoltando alternativamente Georg Friedrich Händel, “Sarabanda” e Ludovico Einaudi, “In un’altra vita”)

PREGI:
che dire di un libro così? Leggetelo e rileggetelo: ogni volta gli riconoscerete pregi diversi! Dalla sapienza della scrittura, che non butta via una scena, alla capacità di tratteggiare i personaggi; dall’uso calcolatissimo delle agnizioni e dei colpi di scena alla maestria nel camuffare il proprio protagonista sotto quattro o cinque volti diversi, tutti perfettamente riconoscibili per il lettore ma anche incredibilmente plausibili nello sviluppo della trama; e poi, la straordinaria parte carceraria sull’isola d’If, dominata dalla figura meravigliosa dell’abate Faria, e il coraggio di spingere la vicenda sino a estremi di violenza e di orrore che non lasciano indifferente neppure il lettore odierno, a quasi due secoli dalla prima edizione. Insomma, un capolavoro 

DIFETTI:
forse due soli punti del libro possono essere definiti meno efficaci: le prime 40-50 pagine, che introducono la vicenda con un po’ di lentezza e chiedono al lettore la pazienza di familiarizzare con nomi e personaggi, e l’avvio della parte ambientata a Roma, con la lunga digressione sui banditi romani, affascinante ma tutto sommato un po’ esornativa

CITAZIONE:
«Intendiamoci: mi batterei in duello per una quisquilia, per un insulto, per una smentita, per un oltraggio, e tanto più a cuor leggero in quanto, grazie all’abilità che ho acquisito in tutti gli esercizi del corpo e alla lenta consuetudine al rischio che ho preso, sarei pressoché certo di uccidere il mio uomo. […] Ma per un dolore lento, profondo, infinito, eterno, restituirei se fosse possibile un dolore pari a quello che mi fosse stato inflitto: occhio per occhio, dente per dente, come dicono gli orientali…» […] «Ma con questa teoria che vi fa giudice e boia della vostra propria causa – dichiarò Franz al conte – è arduo tenervi entro i limiti dove voi stesso sfuggireste perennemente alla potenza della legge. L’odio è cieco, la collera sventata, e colui che si mesce la vendetta rischia di bere una bevanda amara.» (pagg. 325-326)

GIUDIZIO SINTETICO: ****

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO