Il fascino discreto (e il peso terribile) delle PAROLE

“Transiti” di Alessandro Rocca

Fatta la doverosa premessa che consiste nel rammentare al lettore la mia (quasi) totale incompetenza in ambito musicale (adoro ascoltarla, ma non posso dirmi un esperto di musica, e non conosco come vorrei la storia della musica leggera italiana), passo senza indugio a scrivere (o a cercare di scrivere) qualcosa di sensato sull’ultimo album di Alessandro Rocca, al quale mi lega un’amicizia quasi trentennale.
Ma non c’entra l’amicizia nella decisione di recensire “Transiti”. Non si scrive una recensione per amicizia. Non si scrive nulla per amicizia. Si scrive solo quando si è mossi a scrivere, quando si sente l’esigenza di comunicare qualcosa. Allo stesso modo, o ancor di più, si compone musica per comunicare qualcosa, per “buttar fuori” quello che preme e fa soffrire, quello che di oscuro (ma anche di bellissimo) si sente agitarsi nell’anima, e che non trova voce se non quando può appoggiarsi a qualche accordo di chitarra, se non quando può instradarsi su una scala di note, entrare in una ritmica, assumere un “battito” sensato, divenire espressione artistica.

Mi ha emozionato, “Transiti”, lo dico senza remore. Mi ha emozionato perché – e qui entriamo nei discorsi più propriamente critici, svolti da me che pur non sono un critico! – perché, dicevo, in quest’album un po’ monotono, un po’ cantilenante, cupo e lamentoso, nel quale aspetti con ansia un cambio di ritmo, una “svolta” che non arriva mai, ecco, in quest’album ho scorto i lampi oscuri dell’anima di Alessandro, e ho ringraziato il fatto che la nostra amicizia, pur antica, non sia stata caratterizzata, negli anni, da un’ampia frequentazione. Ci vediamo poco, io e Ale, qualche volta all’anno; ci vedevamo un po’ di più, in passato, ma diciamolo: abbiamo sempre avuto “giri” diversi, ritmi di vita diversi, persino interessi diversi. Il che, sia chiaro, non ha mai intaccato la stima (credo reciproca) e l’affetto. Ma restiamo sull’opera, lasciamo stare per un attimo l’Autore! In fondo, quello che conta è l’opera, l’Autore si eclissa – giustamente – quando partorisce un’opera, è lei che deve parlare, per cui mi sforzerò di scrivere come se non conoscessi Alessandro Rocca, mi sforzerò – dopo questa doverosa introduzione – di considerare solo l’album, i suoi brani, il suo sound così malinconico, così dolcemente disperato. 

Ebbene, “Transiti” è, a mio avviso, un album estremamente compatto e coerente, un lavoro che giunge dopo anni di riflessione e di scrittura, ma soprattutto dopo anni di esperienza, perché è questa la parola-chiave di un album in cui le PAROLE sono fondamentali, sono addirittura l’elemento principale (ma ci arriveremo tra poco). Esperire la vita, giorno dopo giorno, anno dopo anno, sembra essere il fattore scatenante delle riflessioni musicali di Alessandro Rocca, e non parlo a caso di “riflessioni”, perché io nei brani di “Transiti” ho percepito una tremenda, disperante voglia di capire, di spiegarsi il mondo e la vita stessa, l’esistenza nei suoi dati basilari, fatti di affetti e di perdite, di cose mai conosciute e di altre conosciute benissimo eppure, forse, mai realmente comprese. Ascoltando l’album per la prima volta, mi sono concentrato soprattutto sui ritmi: muovevo piano la testa, nel buio di casa mia, gli auricolari ficcati nelle orecchie, cercavo di “entrare in sintonia” con un universo “altro”, e ci provavo per la via più facile ed emotiva, la melodia, la musica. Sbagliavo, o meglio: lasciavo agire “Transiti” solo al suo primo livello, quello più immediato, quello più “facile”, se vogliamo. Ma ad un certo punto, mi si è aperto uno spiraglio diverso di consapevolezza, e ho riavvolto tutto, ho iniziato ad ascoltare di nuovo, ad ascoltare davvero, stavolta, a lasciar entrare dentro di me le frasi complesse, articolate, lambiccate e tremendamente intelligenti di queste canzoni tristi e speranzose, attaccate alla vita (che pur l’Autore “non ha scelto”) ma anche consapevoli della sua inanità, del suo fatale carico di dolori e di perdite, di sconfitte e di delusioni.

Sono le PAROLE l’architrave di “Transiti”, album intitolato con una sola PAROLA, canzoni intitolate (tutte, nessuna esclusa) con una sola PAROLA, perché – sembra dire Alessandro – cosa serve di più? Una PAROLA è pesante, vale più di cento altre parole e parolette di contorno, acquista peso e valore allo stesso modo in cui la materia, compressa all’estremo, dà origine a punti di gravità infinita, a distorsioni nello spazio-tempo. Ogni brano di “Transiti” è un “buco nero”, un precipitato di sentimenti e significati, ma non giustapposti, anzi, al contrario, impastati gli uni agli altri con un tale, paziente “labor limae” da rendere gli uni indistinguibili dagli altri, da rendere impossibile isolare il ragionamento dal sentimento, il razionale dall’istintuale. E nulla mi toglie dalla testa che fosse proprio questo l’intento di Alessandro, col suo lungo lavoro di elaborazione e di rifinitura: creare un oggetto che, un po’ come un film di Kubrick, non si lasci mai prendere da un solo lato, ma apra sempre a significati inattesi, a squarci di consapevolezza lucida e allo stesso tempo delirante, a libere associazioni che, cullate e stimolate dalla musica, ma mai da essa sopravanzate, mai “coperte” e rese innocue, seminino qualcosa nell’ascoltatore. Che cosa? Lascio a ciascuno la propria risposta, ovviamente, tutte egualmente valide (o quasi). Nel mio caso, posso dire che “Transiti” mi ha trasmesso un ineffabile senso di nostalgia, una nostalgia inspiegabile, quella nostalgia che i romantici tedeschi avrebbero chiamato “sehnsucht”, che propriamente è la nostalgia per ciò che non si è mai posseduto, per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, per qualcosa d’indefinibile che trova posto, però, nelle PAROLE di Alessandro Rocca, prima ancora che nella sua musica, che ne è l’ideale complemento.

Sospeso, a mio avviso, tra Rino Gaetano (di cui però non ha la guasconeria) e Franco Battiato (di cui manca la supponenza), “Transiti” è un album splendido e difficile, una musica leggera che leggera non è, soprattutto in un panorama musicale italiano come quello odierno, pieno di stupidaggini senza spessore tutte diverse musicalmente (forse) ma di certo accomunate da un aspetto deleterio: lo scarso peso dato alle PAROLE. Alessandro Rocca fa esattamente l’opposto: riporta le PAROLE al centro della creazione musicale, rinuncia ai refrain facili e orecchiabili e sceglie la via ben più ardua del SIGNIFICATO e dell’EMOZIONE, chiedendo al suo ascoltatore di non distrarsi, di non chiudere gli occhi, di non usare questa musica per addormentarsi alla sera, o per trastullarsi in attesa di altri più importanti impegni. Oppure, se proprio qualcuno volesse addormentarsi ascoltando “Transiti”, allora che le sue parole diventino una guida nei sogni (o negli incubi) di una notte che è la vita stessa, di una notte che è l’esistenza attraverso la quale brancoliamo tutti, tra risentimenti e rimpianti, dubbi e paure.

Non li nasconde, Alessandro, questi rimpianti, questi dubbi e queste paure, anzi, li porta fuori e li trasforma in PAROLE, e riesce ad essere volta a volta delicato (“Pesci”), brutale (“Mare”), ghignante (“Topi”), disilluso (“Sventrati”, con il verso a mio avviso più bello di tutta la raccolta: “Clessidre senza sabbia siamo noi”), malinconico (“Nessuno”), fatalista (“Stipiti”), lisergico (la bellissima “Licaone”, che contiene versi degni di un Burroughs o di un Brion Gysin, quasi un cut-up musicale!), beffardo (“Fossili”) e, alfine, lucido (“Transiti”) e amareggiato (“Mosche”). Non sono tanto tutte le tonalità della musica che brillano in “Transiti”, quanto piuttosto tutte le sfumature delle PAROLE, che ogni brano sembra voler declinare in una “chiave” diversa, svolgendo con l’ascoltatore un gioco, un gioco però tremendamente serio, il gioco della vita che si dipana in tutte le sue assurdità, o meglio, in tutte le sue lancinanti contraddizioni.

Parlo di “gioco” a ragion veduta, perché un aspetto essenziale, a mio avviso, di “Transiti” è la sua capacità di non prendersi mai troppo sul serio, quel suo tono perennemente scanzonato (ecco, guascone no, ma scanzonato sì!), il tono di chi pensa: “Ehi, è la vita, è andata così, non ci posso fare niente, nessuno ci può fare niente, beviamo un bicchiere e andiamo avanti!” E allo stesso tempo, il tono di chi non si accontenta di una spiegazione semplice, il tono di chi vorrebbe tanto sapere PERCHE’, di chi vorrebbe arrivare a capire i legami nascosti tra le cose e gli eventi, di chi vorrebbe tirare giù (magari a colpi di PAROLE) il velo che sembra coprire la realtà, e renderla inintelligibile a chi la vive, a chi la esperisce. Perché in fondo viviamo inconsapevoli, moriamo inconsapevoli, passiamo, in un attimo, e senza accorgercene non siamo più, siamo transitati, ci siamo stati e non abbiamo lasciato segni, e se anche li abbiamo lasciati, a chi importa? Su una tomba d’epoca romana si legge: “Non c’ero, ci sono stato, non ci sono più”. Questo semplice, geniale epitaffio rende bene l’idea di quel tono da ballata che Alessandro Rocca sembra mettere tra sé e il mondo, tra sé e la sua stessa, dolorosa indagine sulla vita e sulla realtà, come a ricordarsi (e a ricordarci) che in fondo è tutto qui, che forse non vale la pena soffrire tanto, gioire tanto, sperare troppo. Forse dovremmo adagiarci sul ritmo di una ballata e alzare le spalle, consapevoli di quanto poco ci abbiamo capito, di quanto lontani siamo – parole staccate senza congiunzioni – dall’armonia del Tutto.

Ed ecco allora che le singole, staccatissime PAROLE che, da sole, isolate e solitarie, compongono i titoli delle canzoni, divengono una sorta di mise en abyme della filosofia che sta dietro quest’opera semplice e densa allo stesso tempo, quest’opera che non cambia passo perché non può e non vuole farlo, perché vuole raccontarci cose semplici in modi non semplici, perché trova la complessità nel semplice, perché una PAROLA non è mai “semplice” nel senso deteriore del termine, è sempre la porta verso qualcos’altro, verso un modo di sentire, forse, o verso significati nascosti che – stavolta sì – solo la MUSICA può incaricarsi di svelare. Album intitolato con una sola PAROLA, al plurale, “Transiti” è il crocicchio notturno nel quale si incontrano altre PAROLE, tutte a loro modo in transito (perché cos’è una PAROLA, se non una breve vibrazione delle corde vocali, e dell’aria?), tutte semplici e pesanti allo stesso tempo, ridotte ai minimi termini ma proprio per questo (come la materia in un buco nero) compresse all’estremo, portatrici di significati inimmaginabili, fino a quando non si sono ascoltati tutti i brani, fino a quando l’ascoltatore non ha permesso all’opera di agire su di sé anche, e anzi soprattutto, a livello subcorticale.

Ho amato tanto questo album perché, da pratico e teorico della scrittura quale sono, l’ho trovato più fatto di parole e poesia che di note e musica; sbaglierò, ma è la PAROLA la vera “arma” di Alessandro Rocca, lo strumento con il quale egli cerca disperatamente di capire il mondo e di comunicare il senso ultimo della sua ricerca.
Più letterario che musicale, Alessandro ci mette di fronte a parole che inchiodano e, se ascoltate veramente, sconvolgono, come nell’esperienza del modello più elevato che posso riconoscere a “Transiti”, ovvero il compianto Franco Battiato. Non che voglia per forza di cose incasellare “Transiti” in una scuola o in una corrente, e neanche in un intento imitativo – che non mi pare per niente plausibile. Anzi, trovo molto originali lo stile e la musica di Alessandro Rocca, che rifiutano la faciloneria di tanta musica leggera contemporanea e si rifanno (come già suggerivo) a un altro grandissimo del pop italiano, Rino Gaetano, indubbiamente più portato al “colpo ad effetto”, all’eclettismo e alla bizzarria rispetto a Rocca, ma animato – a mio avviso – dalla stessa lacerante voglia di scandagliare la realtà da un angolo inatteso, da un punto di vi(s)ta cangiante e sardonico, disilluso – è vero – ma anche affascinato, che non nasconde il proprio stupore nei confronti di quella che Chuck Palahniuk avrebbe definito “la canticchiante danzante merda del mondo”. Tutto ciò che siamo stati, che siamo e che saremo sembra interessare l’Autore di “Transiti”, che però – lungi dal cedere a una tentazione “assolutista”, non dimentica mai la sua dimensione di uno, di singolo, di sempliceuomo, di monade che – come le solitarie parole che danno il titolo ai brani – contiene punti di abissale complessità e atroci contraddizioni che mai verranno al pettine, che mai si risolveranno, perché la musica e le parole non bastano, è vero, ma forse dopotutto sono meglio di niente, sono meglio di quel vuoto che troppo spesso (eliminate le parole inutili) sembra essere l’esistenza.

Ho resistito alla tentazione di ricorrere, per scrivere quanto ho scritto, a note biografiche, a momenti comuni: certo, potrei raccontarvi di tante chiacchierate che ho fatto con “Alerocca”, di alcune epocali sbronze comuni, di quella volta che…. o di quell’altra volta in cui… Ma no, non sarebbe giusto, in questa sede. Un giorno, forse… Ma non qui, non ora, non con nelle orecchie e nel cuore questa musica e queste parole che è giusto tenere al centro dell’attenzione, cui è giusto lasciare la scena, e di cui ho provato (forse fallendo, dopotutto) a dare un’idea dell’impressione che mi hanno suscitato. Sì, perché come diceva sempre Stanley Kubrick, di un film non bisognerebbe mai parlare, perché si finirebbe per banalizzarlo, per razionalizzarlo e, una volta “spiegata”, un’opera d’arte (soprattutto se audiovisiva) perde valore, si svilisce, sembra poca cosa. Un po’ come i ragionamenti deduttivi di Sherlock Holmes, dapprima meravigliosi e quasi “magici”, non appena spiegati facevano sempre dire a Watson: “Oh, è tutto così tremendamente semplice!”, allo stesso modo la musica e le parole di Alessandro Rocca, spiegate, possono sembrare “tremendamente semplici”; ma lasciate agire, lasciate aleggiare su di noi che le ascoltiamo, si impongono non già – o non solo – per il loro significato (ammesso che ve ne sia uno solo), quanto piuttosto per il loro fascino discreto, e per il loro (a tratti terribile) peso di consapevolezza e, perché no?, di sofferenza.  

Transiti