# 109 – Arnon Grunberg – IL MAESTRO DI CERIMONIE (Feltrinelli, 2009, pagg. 378)
Jörgen Hofmeester ha lavorato per una vita come editor in una grande casa editrice, ma è stato lasciato a casa (seppur con stipendio pieno) per “manifesta inutilità”; la moglie, che l’aveva lasciato tre anni prima di punto in bianco per andare a vivere con un suo amore di gioventù su un barcone, torna come niente fosse e, anche se indesiderata, riprende il suo posto in casa; la figlia maggiore Isabelle detta Ibi, in seguito a uno scandalo (fu sorpresa mentre faceva sesso, a quindici anni, con un affittuario), se n’è andata da casa e ha aperto un bed & breakfast in Francia; la figlia minore, Tirza, ha appena compiuto diciotto anni, e vuol partire col fidanzato marocchino (che somiglia terribilmente a Mohammed Atta, uno degli attentatori dell’11 settembre) per un lungo e avventuroso tour dell’Africa. Hofmeester arranca in mezzo ai dati di una vita devastata dalla normalità, fino a esplodere in un gesto estremo tanto orribile quanto, forse, inevitabile.
È molto difficile recensire questo libro di Arnon Grunberg, perché nel corso della lettura ho attraversato diversi stati d’animo. All’iniziale irritazione è seguita la curiosità; alla curiosità è subentrato il sincero interesse che – seppur con qualche piccolo momento di noia – ha condotto al drammatico, terrificante finale, uno dei più riusciti che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
Ora: non basta un grande finale a riscattare un’opera che, per ampia parte, appare piuttosto pretenziosa quando non irritante. “Il maestro di cerimonie” (che peraltro è il significato del nome olandese “Hofmeester”) è un libro che parte oggettivamente male, come una critica datata e fastidiosa al mondo borghese, una critica della quale, peraltro, non si sentiva affatto la necessità. Suddiviso rigorosamente in tre parti (“L’affitto” – “Il sacrificio” – “Il deserto”), il libro impiega molto a “entrare in temperatura” e utilizza i primi due, lunghi capitoli della prima parte per descrivere l’alienazione “classica” di una famiglia alto-borghese di Amsterdam: lui deluso dal lavoro e dalla vita, lei zoccola senza rimedio che ha lasciato il tetto coniugale, e le figlie polemiche e incasinate, divise tra odio verso i genitori e odio per le convenzioni borghesi. Insomma, non solo niente di nuovo sotto il sole, ma anche una confezione laccata e pretenziosa che, per sessanta o settanta pagine, sembra pregare il lettore di passare ad altro. Ma dov’è finito, mi chiedevo leggendo, il Grunberg scatenato del bellissimo “Lunedì blu”? Perché ha lasciato il posto a questo scrittore severo e compassato, che sembra tirare avanti solo con la spasmodica ricerca di frasi a effetto (ad esempio, quando Tirza, la figlia piccola, chiede al padre Jörgen: “Papà, quando mi sverginano?”)?
Leggendo, pensavo: non te la cavi così! Questo – se va avanti in questo modo – è un libro ipocrita e fasullo, inutilmente pruriginoso e linguisticamente fastidioso, per come “aggredisce” il lettore con formulazioni falso-scandalistiche, in realtà molto poco probabili. Personaggi gelidi e scostanti (su tutti la moglie di Jörgen, di cui non si conosce nemmeno il nome, viene sempre chiamata “la consorte”), dialoghi prolissi e spesso imbarazzanti nei contenuti (“Chi di voi prende la pillola, care figlie? […] Chi di voi ha una malattia venerea, care figlie? […] Chi di voi oggi nel cortile della scuola l’ha preso nel culo, care figlie? Alzate la mano”) e un sapore complessivo stantio e risaputo caratterizzano, per più di metà, questo romanzo. Fino a quando le inquietudini della prima parte (tutta incentrata sulla festa per la Maturità di Tirza, che suo padre Jörgen prepara con una meticolosità da cerimoniale massonico) non trovano sfogo in una continuazione tra le più sorprendenti e allucinanti della letteratura contemporanea, tanto da trasformare il libro in una specie di “American Psycho” in salsa olandese – o namibiana, se preferite, visto che la terza parte si svolge tutta nella desertica ex-colonia tedesca d’Africa.
Finalmente, nell’ultimo terzo, la scrittura controllatissima di Grunberg e il suo altrettanto controllato e ossessivo protagonista assumono un preciso – e angosciante – significato, ed approdano – entrambi, scrittura e personaggio – a un finale splendido, che non si può più smettere di leggere, un finale che costringe – fatalmente – a ripensare un po’ l’intera storia e, parzialmente, a rivalutarla. Ottimo esempio del perché i libri andrebbero sempre terminati, e mai lasciati a metà – anche quando ci appaiono deludenti – “Il maestro di cerimonie” può essere, alternativamente, il ridondante libro di un Autore che, dopo il grande esordio, si è oggettivamente montato la testa, oppure il capolavoro di uno scrittore terribilmente consapevole della propria abilità e compiaciuto della propria capacità di spiazzare e sconcertare il lettore. Sospeso tra questi due estremi, opto per un voto “medio”, e consiglio la lettura soltanto a chi ha un saldo autocontrollo!
(Recensione scritta ascoltando Ludwig Van Beethoven, “Per Elisa”)
PREGI:
una scrittura controllata ed esatta, con improvvise, fulminee esplosioni di volgarità e di violenza, come se l’Autore avesse voluto riprodurre – anche stilisticamente – l’immagine di un mondo smaltato sotto la cui superficie si agitano tensioni orribili
DIFETTI:
l’eccessiva lentezza della prima parte, non del tutto riscattata dalla brillante e atroce conclusione, e un sapore di “déjà lu” che attraversa quasi tutto il libro
CITAZIONE:
“Per una frazione di secondo ebbe la tentazione di spogliare la commessa del negozio di scarpe e di penetrarla in loco, non foss’altro che per il fatto che il controllo non aveva più niente da offrirgli. Il desiderio è la forma più alta di indifferenza.” (pag. 157)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana