# 379 – Pascal Quignard – IL SALOTTO DEL WÜRTTEMBERG (Garzanti, 1988, ediz. orig. 1986, pagg. 286)
Conosciutisi sotto le armi, nel 1964, il violista Charles Chenogne, francese ma cresciuto nel tedesco Württemberg, e lo studioso d’arte (nonché grande appassionato di… caramelle!) Florent Seinecé stringono un’amicizia forte come possono esserlo soltanto le amicizie giovanili che maturano in ambienti sgraditi (in questo caso, l’esercito). Già sposato, da giovanissimo, con la sensuale Isabelle (detta “Ibelle”), che gli ha dato una figlia, la graziosissima Delphine, Seinecé, durante il servizio militare, alloggia presso una anziana signorina, mademoiselle Aubier, ed è proprio la vecchia casa con giardino di Mademoiselle a ospitare pranzi, cene, esibizioni musicali e a fungere, insomma, da teatro dello sbocciare di un’amicizia tra due uomini altrettanto nevrotici – anche se ciascuno a modo suo – che promette di durare tutta la vita.
Ma la sensualità di Isabelle si metterà di mezzo, e finirà per dividere i due amici, che rimpiangeranno sempre gli anni spensierati della loro gioventù, nonché della loro originale amicizia. Reincontratisi dopo molti anni, e dopo diverse vicissitudini non solo sentimentali, Charles e Florent scopriranno di poter voltare pagina e recuperare l’antico rapporto, ma questa volta sarà il destino a mettersi di mezzo…
Fidatevi di me: è molto difficile, per non dire impossibile, riassumere un romanzo come “Il salotto del Württemberg”, e non perché la trama sia particolarmente complicata (in fondo, come credo di aver fatto capire, si tratta della storia di un’amicizia) quanto piuttosto per la capacità dell’Autore di arricchire la materia del racconto con (apparenti) divagazioni che, alla fine, rappresentano la parte più importante del libro. Sì, perché è lo stile a caratterizzare un libro come questo, molto più del suo contenuto.
Ambiziosissimamente accostato a Marcel Proust (!) dalla quarta di copertina di Garzanti, Pascal Quignard (scrittore classe 1948 che, lo ammetto, non conoscevo sino a quando non ho trovato il suo libro su una bancarella dell’usato) è in effetti un geniale rievocatore, uno di quegli Autori che – simulando una perfetta adesione allo sguardo dei loro protagonisti – creano interi mondi che si reggono non tanto sugli accadimenti, ma sul modo in cui questi accadimenti vengono raccontati, insomma, sul punto di vista da cui vengono rievocati.
Narrata in prima persona dal violista Chenogne, protagonista scostante e nevrotico quant’altri mai, cresciuto in Germania ma fieramente anti-tedesco, assieme a varie sorelle maggiori con le quali intrattiene rapporti incostanti, questa storia familiar-sentimentale fatta di case e di donne, di ricordi e di rimpianti, sembra non fare niente per accattivarsi il lettore, un po’ come il protagonista sembra non fare niente per conquistare le donne o mantenere le amicizie. Pieno di ossessioni e vittima di un’intelligenza e di una sensibilità esasperate, Charles Chenogne è un narratore effettivamente proustiano, anche se meno dolce e meno accattivante, meno ospitale e meno generoso, e Florent Seinecé è il suo Barone di Charlus, anzi, meglio ancora, il suo Saint-Loup!

Paul Cézanne, “Casa in Provenza” (Olio su tela) 
Alfonso & Nicola Vaccari, “Lo sguardo sul cortile” (Olio su tela)
Costruito su pochi, lunghi capitoli incentrati su diverse location (la casa di mademoiselle Aubier a Saint-Germain-En-Laye; il casolare in Provenza; la villa in Normandia e, per concludere, la casa avita del protagonista a Bergheim, nel Württemberg, che permea, in una certa misura, l’intero tessuto della narrazione, vero e proprio luogo primigenio dal quale è impossibile, per quanti sforzi si facciano, staccarsi), “Il salotto del Württemberg” è un romanzo unico, che non somiglia a niente se non, appunto, in qualche tratto alla “Recherche” proustiana, della quale però non si sforza neppure di imitare le dimensioni e il “passo”.
Rievocativo e ondivago, il racconto in Io narrante del protagonista alterna episodi sentimentali a considerazioni artistiche e musicali, lontani ricordi d’infanzia a vicende del presente (siamo negli anni ’80 del secolo scorso), e nel rutilante giro di parole in cui Charles Chenogne sembra quasi volersi nascondere, più che svelarsi, domina la vicenda umana di Florent Seinecé e della sua amicizia col Narratore, attraverso due decenni e molteplici vicissitudini. Il risultato è un libro bello e difficile, supponente e altero, conscio della propria raffinatezza, un oggetto letterario misterioso e affascinante, che si legge sgranando gli occhi per la sorpresa di incontrare locuzioni ardue, una terminologia che a volte costringe a ricorrere al dizionario e uno sviluppo della trama lentissimo e oscillante, l’esatto contrario di quello che gli editor consigliano oggidì di fare.
Proprio per questo “Il salotto del Württemberg” è un grande libro: perché è inattuale, diverso da tutto, fieramente elitario e diabolicamente intelligente, è capzioso e lambiccato eppure è attraversato da temi forti, da vene narrative poderose e da personaggi che si scolpiscono nella memoria – su tutti Florent Seinecé, ma anche sua moglie Isabelle, l’anziana mademoiselle Aubier, e le varie compagne del protagonista, tutte a loro modo ben tratteggiate e credibili, figure femminili possenti e contraddittorie, fragili e sfaccettate, tutto il contrario di tante “eroine” d’oggi che sembrano fatte di plastica e di ideologia.
Inattuale per lo stile e spiazzante per i contenuti, quest’opera datata 1986 (l’Autore aveva meno di quarant’anni) svela uno scrittore di grande carattere e di indubbio spessore culturale, certo non per tutti, ma sicuramente per chi nella lettura ama perdersi e ritrovarsi, per chi non ha paura di lanciarsi nell’elucubrazione più sfrenata, per chi detesta i papponi ideologici e precotti confezionati da editor imbelli, per chi, in definitiva, ama la Letteratura e non ha paura di misurarsi con essa – anche, e soprattutto, quando si tratta di fare la giusta fatica per leggere e, se serve, rileggere e capire, a fondo, un’altra coscienza.

(Recensione scritta ascoltando Johan Sebastian Bach, “Sonata per viola da gamba e clavicembalo n. 3 in Sol minore – BWV 1029)
PREGI:
viaggio spericolato, mesto, disilluso e coraggioso nei territori dell’autobiografismo camuffato, questo romanzo è una sorpresa incredibile, e rappresenta una vera e propria boccata d’ossigeno nel panorama narrativo di oggi, spesso piatto all’inverosimile. Difficile e prezioso, richiede concentrazione e abitudine alla lettura, ma è un’opera che regala chicche straordinarie e alcuni personaggi che non si dimenticano – in particolare Florent Seinecé. Splendida (e incredibilmente proustiana!) la prima parte, che rievoca la giovinezza dei due protagonisti
DIFETTI:
lettura non facile sia per lo stile, ricchissimo di incisi e di periodi molto lunghi, che per la terminologia, assai ricercata, è un libro che non va bene per tutti i lettori, richiedendo, per essere apprezzato, una certa dimestichezza con la letteratura e, in particolare, con la “Recherche” proustiana
CITAZIONE:
“Meine raccontava che le sule avevano la caratteristica di afferrare il pesce solo quando riemergevano – non quando si tuffavano nell’oceano. Non so se è il modo giusto di pescare – prima tuffarsi e poi risalire per afferrare solo allora la piccola aringa – ma, se questo particolare è vero, allora ogni ricordo è un’aringa. Allora il tempo allo stato puro è un biscotto croccante che non si trova. Allora, mentre ricordo quelle estati, quei giorni, sono e sono sempre stato una sula.” (pag. 230)
GIUDIZIO SINTETICO: ***½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana