IN TEMPI DI LUCE DECLINANTE – Eugen Ruge

# 22 – Eugen Ruge – IN TEMPI DI LUCE DECLINANTE (Mondadori, 2013 – Pag. 346)

Tre generazioni della famiglia Umnitzer a confronto, tre generazioni figlie della DDR ma così diverse tra di loro, dal nonno fanatico del Socialismo reale e funzionario di successo, pluridecorato, della SED, al padre critico e reduce dal gulag fino al figlio, Alexander, malato e irrequieto, disperatamente in cerca di qualcos’altro in cui credere. L’Ovest? E se fosse solo un punto cardinale, senza certezze, senza prospettive?

Costruito, con un certo azzardo, su un continuo slittamento di tempi e ambientazioni, e coprendo così un arco che va dal 1952 al 2001, “In tempi di luce declinante” riesce miracolosamente a non far smarrire il lettore e, allo stesso tempo, a disinnescare la “mina” della “saga familiare”. Il racconto non è fluviale e disteso, come ci si potrebbe aspettare leggendo il riassunto, bensì spezzato e nervoso, procede per ellissi e salti temporali e, in questo modo, L’Autore riesce a caricare ogni scena di significato, scarnificando – per così dire – una materia che avrebbe potuto divorarsi il romanzo stesso, se si fosse perduto dietro a ricordi e aneddoti, divagazioni e infiorettature. Al centro della narrazione, il crollo della DDR, mai realmente raccontato eppure così percepito, così presente, persino così… presentito!

Un mondo intero che lentamente tramonta, rievocato principalmente da chi lo ha vissuto meno, Alexander, fuggito ad Ovest da giovane ma egualmente perso in un mondo che sembra non avere più alcuna forma, che offre tutte le possibilità immaginabili ma nessuna direzione certa, nessun appiglio, né nel ricordo, né altrove. E allora non resta ad Alexander altra scelta se non quella di ripercorrere le orme dei nonni, in un mitologico (e mitopoietico) viaggio in Messico, che non è più il Messico rivoluzionario e infuocato di metà Novecento, ma piuttosto una Nazione turistica e fasulla, indifferente e dispersiva. Che tracce potrà mai trovare Alexander di quella temperie culturale, ma più ancora politica, che informò le scelte (ottuse) di suo nonno, funzionario mediocre ma proprio per questo ultra-decorato da uno stato, la DDR, che tendeva a premiare il bieco conformismo assai più dell’eccellenza? Quali rivelazioni potrà mai avere Alexander su suo padre, “comunista critico” reduce dal gulag, che per tutta la vita non ha fatto che illudersi di poter conciliare la propria storia personale con un’ideologia divenuta via via indifendibile? E quale bilancio potrà mai stilare Alexander della sua stessa vita, realizzata ad Occidente a scapito di affetti e passato, costruita su una colossale rinuncia, pesantemente poggiata sul rimosso di un tempo che non tornerà più?

Cupo e malinconico, il romanzo di Ruge non è però privo di clamorosi tocchi ironici, di un’ironia – naturalmente – dolente e rassegnata. L’Autore raffredda al massimo la materia e, anche quando si tratta di descrivere meccaniche familiari e privati rancori, non spinge mai eccessivamente sul pedale del melodramma. Il risultato è un libro freddo e affascinante, che non salva veramente nessuno ma nemmeno giudica, si limita ad osservare e far germogliare nel lettore quella stessa profonda malinconia, quella “sehnsucht”, per dirla alla tedesca, che sembra animare in primis Alexander ma, in fondo, tutti i personaggi di questa saga sincopata e sfuggente, che sono, dopotutto, a diverso titolo, tutti degli “sconfitti”: dalla Vita, dalla Storia, dal Tempo.

(Recensione scritta ascoltando Nena, “Irgendwie, irgendwo, irgendwann” che – per la cronaca – significa: “In qualche modo, da qualche parte, un giorno”)

PREGI:
una scrittura nitida e precisa ma capace altresì di squarci ironici e graffianti, come di momenti lirici e intensi. Cui si aggiunge una notevole capacità di scolpire personaggi che pure non hanno, spesso, nulla di simpatico o di trascinante  

DIFETTI:
l’accurato lavoro sui tempi permette all’Autore di non cedere alla tentazione della saga fluviale (e noiosa) ma, inevitabilmente, affatica un po’ la lettura che, tra date e nomi, ogni tanto deve riavvolgere il nastro e fissare qualche punto fermo

CITAZIONE:
“Gli anni Venti erano un’unica menzogna – e gli anni Trenta pure. Anche la ‘resistenza antifascista’ in fondo non era nient’altro che una menzogna, perché la ragione per cui Wilhelm non parlava di quel periodo non era o non era solo dovuta al fatto che fosse un tremendo sbruffone a cui piaceva fare il misterioso, bensì al fatto che la storia della resistenza antifascista era soltanto […] una storia di fallimenti, di lotte fratricide, di valutazioni sbagliate e di tradimenti.” (pag. 280)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO