LA CHIMICA DELLA MORTE – Simon Beckett

# 138 – Simon Beckett – LA CHIMICA DELLA MORTE (Bompiani, 2007, pagg. 442)

Il corpo femminile orrendamente mutilato che viene ritrovato in una palude, non lontano dal paese di Manham – nel Norfolk – innesca un’indagine nella quale viene coinvolto fin da subito l’anatomo-patologo David Hunter, ritiratosi a vita privata dopo un grave lutto. Massimo esperto dei processi chimici che riguardano la decomposizione dei cadaveri, il dottor Hunter presterà la propria cultura alla poco esperta polizia locale, ma il mistero ben presto finirà per infittirsi e si rivelerà connesso al passato dello stesso protagonista che, lungi dall’essere superato, gli presenterà invece il conto…     

Simon Beckett è un ex-musicista reinventatosi scrittore: dopo aver fatto per anni il percussionista in diversi gruppi rock, Beckett ha infatti deciso di studiare letteratura e di cimentarsi con la scrittura, scegliendo il thriller come genere di riferimento. Nulla di male in tutto questo, anzi: sono sempre curioso di scoprire per quali strane vie si giunge alla scrittura, che è veramente un’arte alla portata di tutti, al contrario della musica – ad esempio – che richiede lunghissimi studi e un’abnegazione addirittura maniacale, oppure della pittura o della scultura, che richiedono un talento fuori dell’ordinario. Non che per la scrittura non occorra il talento, per carità, però diciamo che comporre un libro perlomeno accettabile è indubbiamente più alla portata che scolpire una Pietà o dipingere una Gioconda. Ecco perché in tantissimi si cimentano con la scrittura, ottenendo peraltro un più che discreto successo.

Simon Beckett non fa eccezione: il suo thriller, primo di una serie, non è né il migliore né il peggiore che mi sia capitato di leggere da quando bazzico le librerie. Il problema di un libro come “La chimica della morte” non è nella qualità della scrittura, accettabile, o nella trama, che possiamo anche spingerci a definire interessante; il problema è che distinguere uno dall’altro i libri di questo tipo è quasi impossibile! Se l’avessi letto senza far caso al nome dell’Autore, mi sarebbe stato del tutto impossibile stabilire se si trattava di un’opera di Jeffrey Deaver, di Patricia Cornwell, di Thomas Harris o, ancora, di Michael Connelly. L’impersonalità dei thriller anglosassoni è a tratti sconvolgente: si tratta di libri più che discreti, ai quali non si possono attribuire particolari magagne (anche perché, ammettiamolo, le trame funzionano quasi sempre e catturano invariabilmente l’attenzione del lettore quanto basta per divertirlo) e che, purtuttavia, lasciano alla fine l’amaro in bocca, soprattutto nei lettori un po’ raffinati, perché in fondo si somigliano tutti, edificati come sono – fieramente – su alcuni intoccabili cliché: il protagonista dal passato torbido e doloroso, che immancabilmente torna a perseguitarlo, e i tanti colpi di scena da scuola di scrittura che accompagnano la lettura con una ritmica inesorabile, un po’ come i colpi del percussionista sul suo strumento, per restare a Simon Beckett.

Insomma, tutto è talmente risaputo, in libri come “La chimica della morte”, tutto è già stato scritto tante di quelle volte, che viene veramente da chiedersi perché Beckett abbia voluto lasciare la carriera di musicista per cimentarsi con una letteratura tanto stereotipata, ovvero perché abbia voluto tanto pervicacemente diventare uno dei tanti giallisti contemporanei i cui libri si somigliano tutti. La risposta è una e una sola: per le vendite. Innegabile che un libro come “La chimica della morte”, col suo scontatissimo protagonista e con tutto il suo altrettanto scontato corollario di omicidi e colpi di scena, convinca facilmente tanto gli editori quanto il pubblico, sempre in cerca di thriller che lo rassicurino, più che sconvolgerlo. L’infrazione alle regole di genere non è contemplata in questo tipo di libri, la cui trama gialla vive di effetti ben noti e sdoganati, e i cui ingredienti sono e devono essere sempre gli stessi, altrimenti dov’è il divertimento per i lettori seriali di storie thrilling? In questo, Simon Beckett ha fatto tutt’altro che un cattivo lavoro. Certo, chi cerca qualcosa di più, chi cerca – banalmente – un po’ di originalità, si rivolga ad altro.

(Recensione scritta ascoltando i Linkin Park, “New Divide”)

PREGI:
difficile trovare un thriller anglosassone scritto male! Il libro, in sé, funziona, e regala una lettura semplice e svagante, non priva di qualche brivido. In più, non è malvagia l’idea di ambientare la vicenda in uno sperduto villaggio inglese: atmosfera garantita!

DIFETTI:
il libro non sfugge al gioco dei cliché, a partire da un protagonista oggettivamente stereotipato. Se non faccio nessuna fatica ad ammettere che la lettura scivola via senza intoppi, allo stesso tempo non posso non sottolineare che dal libro non si ricava nulla di realmente interessante e innovativo

CITAZIONE:
“Ciò che accadeva al corpo umano dopo l’abbandono da parte della vita non aveva quasi segreti per me. Conoscevo la decomposizione in tutte le sue forme, potevo tratteggiarne l’avanzata a seconda del clima, del suolo, del periodo dell’anno – qualcosa di raccapricciante, senza dubbio, ma necessario. E traevo una soddisfazione quasi magica, stregonesca nel determinare quando e come era accaduto l’irreparabile, chi ne fosse l’artefice.” (pag. 62)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO