# 28 – Mario Vargas Llosa – LA CITTÀ E I CANI (Einaudi, 2016, ed.orig. 1962 – pagg. 395)
La vita di un gruppo di cadetti nel Collegio militare Leoncio Prado di Lima, tra prevaricazioni e violenze, punizioni corporali e inutili esercitazioni militari, in un ambiente surriscaldato dalla compresenza di rampolli di buona famiglia mandati in Collegio dai genitori per raddrizzarli e figli del proletariato peruviano anni ‘60, duri e disperati, privi di qualunque orizzonte di vita.
Ai suoi esordi (e a meno di trent’anni!) Vargas Llosa spacca il panorama letterario sudamericano (ma anche mondiale) con un romanzo assoluto, un autentico capolavoro, nel vero senso del termine. Corale e stratificato, profondo e complesso tanto narrativamente quanto stilisticamente, con l’incrocio di diversi Io narranti e un continuo salto dalla prima alla terza persona, e dal passato al presente, il romanzo si articola in un gioco di flashback che confonde i piani ma, lungi dal confondere il lettore, lo guida dritto nella complessità di un mondo ipocrita e violento, e di una società senza pace, brutalmente replicata dalle meccaniche del collegio militare, vera e propria “mise en abyme” delle meccaniche esterne, civili. Non c’è un vero protagonista nel libro di Vargas Llosa, quanto piuttosto una affascinante pluralità di voci e pensieri, dai cadetti del quinto (già grandicelli e prossimi all’uscita) ai “cani”, ovvero gli ultimi arrivati, accolti dai veterani con scherzi crudeli e continue violenze psicologiche e fisiche, fino agli ufficiali dell’esercito, che dovrebbero essere maestri di vita per questa torma di ragazzi tutti a loro modo disperati, ma che si rivelano troppo spesso meschini e incapaci di trasmettere una qualsiasi convincente filosofia di vita.
Anzi, più si alza il grado, più l’ipocrisia regna sovrana, ed è comprensibile che alle alte sfere dell’esercito il libro di Vargas Llosa sia piaciuto, all’epoca, così poco da bruciarlo pubblicamente nelle piazze delle città peruviane. Mossa a doppio taglio, perché in fondo tutta la popolarità del futuro premio Nobel nasce da questo incredibile episodio, a suo modo “romantico”, perché ci racconta di un mondo, e di un tempo, in cui la letteratura poteva ancora fare la differenza, in cui un libro poteva ancora suscitare questo tipo di reazioni estreme (negative, certo, ma pur sempre vitali!), e non cadere – come oggi capita al 99,9% dei libri – nell’immenso calderone delle chiacchiere da social e dell’indifferenza generale. Insomma, “La città e i cani” è una lettura imprescindibile, non facile, ma capace di riempire occhi e cuore, capace di animare un intero mondo di valori e disvalori, sospeso tra il vitalismo della gioventù, raccontato con sorprendenti tocchi di lirismo, e la prevaricazione della vita adulta, dell’educazione alla violenza, rappresentata dal Leoncio Prado, sperimentato in adolescenza dall’Autore stesso. Ma attenzione: “La città e i cani” non è un romanzo autobiografico, o meglio, lo è solo in parte.
Non c’è dubbio che il personaggio di Alberto Fernández, “il poeta”, abbia dei tratti dello stesso Vargas Llosa, ma tutto è sottoposto ad una completa quanto evidente rielaborazione (la stesura, non per niente, richiese non meno di tre anni), volta ad alzare il tiro e a fare del libro non il racconto fedele e cronachistico di un’esperienza vissuta quanto piuttosto una colossale riflessione sulla vita stessa, sulla città (Lima, che rappresenta il mondo, le opportunità, il cambiamento) e sui suoi reietti, sui suoi scarti, figli di ricchi o di poveri, miraflorini o del Callao, inghiottiti tutti dal microcosmo terribile del Leoncio Prado, “anus mundi” retto da omertà e ottusità. Un libro allo stesso tempo “civile”, impegnato, e lirico, appassionato, malinconico e feroce, tenero e brutale, che odora di Tempo e di Storia nella stessa misura in cui brilla per inventiva e stile.
(Recensione scritta ascoltando i Dire Straits, “Brothers in Arms”)
PREGI:
stile e struttura, soprattutto per gli anni Sessanta, sono eccezionali e in anticipo sui tempi, con una libertà espressiva nell’uso della prima persona che a tratti sconcerta, e porta ad un finale straordinario
DIFETTI:
volutamente, l’Autore non dà appigli al lettore e lo getta nel calderone ribollente del Collegio con le sue mille voci e i punti di vista che si intrecciano: qualche confusione tra personaggi è quasi inevitabile!
CITAZIONE:
“Il rinculo del calcio faceva oscillare quei corpi giovani che, con la spalla ancora indolenzita, dovevano rialzarsi, correre piegati in due, tornare a buttarsi a terra e sparare, in un’atmosfera di violenza che era soltanto un simulacro. Perché il capitano Garrido sapeva che la guerra non era così.” (pag. 187)
GIUDIZIO SINTETICO: ****
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana