# 27 – Ferruccio Parazzoli – MM ROSSA (Mondadori, 2003, pag. 92)
Mattina dopo mattina, fermata dopo fermata, il tragitto dell’Autore da casa sua, a piazzale Loreto, fino al Pio Albergo Trivulzio, dove è ricoverato suo padre, si trasforma in una congerie di ricordi e riflessioni, di aneddoti e considerazioni tutti accomunati dalla “Milano sotterranea” della metropolitana, un altro mondo che si cela sotto quello – lucente o miserrimo, a seconda dei casi – della superficie.
Una volta, qualche anno fa, tornavo a Milano in treno, con Sarah, dopo un weekend in famiglia. Arrivati a Cadorna, mentre – in piedi nel corridoio – aspettavamo che il convoglio si fermasse e le porte si aprissero, ci apostrofò un tizio apparentemente normale, un po’ azzimato e dall’aspetto curato. “Prendete la metro per andare a casa?” ci chiese. “Io sì!” aggiunse, senza attendere risposta. E prese a snocciolarci tutta una serie di etimologie e paretimologie le più astruse a proposito dei nomi delle fermate della metropolitana di Milano, in particolare della linea Rossa. Precotto? “Prete cotto! Ci bruciarono un prete accusato di eresia!” QT8? “C’è dietro un codice segreto!” Molino Dorino? “La rima nasconde sempre qualcosa! Un significato nascosto!” E Sesto…? E Turro…? Gorla? Cordusio? “Cuore dolce! Infatti è al centro di Milano!”
Ne avesse azzeccata una! E più noi annuivamo e lo ringraziavamo per le sue perle di saggezza, più lui ne tirava fuori, in una proliferazione assurda e un po’ ridicola. Ci svincolammo augurandogli buon viaggio in metropolitana e, non appena il treno aprì le porte, ci affrettammo verso i tornelli, sorridendo tra noi di quello sfoggio di artigianale erudizione. D’altronde, è innegabile: per chiunque viva, o abbia vissuto, a Milano, la metropolitana – e in particolare la Linea Rossa, la più antica – è una realtà parallela e familiare, un po’ come un “mondo murakamiano”, posto accanto a un altro più tradizionale, luminoso e rassicurante, e talmente connaturato con il ritmo della vita da non essere più nemmeno percepito a livello conscio. A cosa pensiamo quando scendiamo in metropolitana? Ne siamo inquietati, per via di quel tunnel buio, di quel rumore a tratti assordante, di quell’aria tiepida e metallica? O ne siamo rassicurati, perché in fondo là sotto non penetrano né pioggia né nebbia, e corriamo attraverso tutta la città veloci e riparati, per sbucare dopo pochi minuti a chilometri di distanza? Io, personalmente, ho sempre trovato affascinante infilarmi sottoterra a Cadorna e spuntare, una manciata di minuti dopo, a Porta Venezia, o a San Babila o, dopo un semplice cambio di treno, in Porta Romana, o in viale Zara… Ogni volta che torno alla superficie mi dico: “Eccomi qui! Ho percorso mezza città senza vederla, senza neppure accorgermene”, perché ovviamente – mentre viaggio in metropolitana – perlopiù leggo…
E c’è qualcosa di magico in questo continuo passare da sopra a sotto e poi ancora sopra, e via, di nuovo sotto, un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra, un anno dopo l’altro… Quasi senza accorgercene, finiamo per amare quelle scritte su pannelli rossi, verdi, gialli… i nomi delle fermate, le scale mobili, i corridoi interni alle stazioni, e dopo un po’ impariamo che se da piazzale Loreto vogliamo uscire verso corso Buenos Aires dobbiamo prendere il raccordo per la Metro Verde, e non saltar fuori direttamente dal mezzanino della Rossa, e ancora, che a Duomo – se uno vuol fare un salto, putacaso, in Feltrinelli – conviene prendere l’uscita di via Foscolo… La metropolitana diventa parte di noi, e noi di lei, forse. Perlomeno, è quello che racconta Ferruccio Parazzoli in questo esile libretto, un racconto tanto volutamente “senza capo né coda” quanto romanticamente, ostinatamente milanese, venato d’ironia e di malinconia. I tragitti dell’Autore, sempre uguali eppure sempre rinnovantisi, lungo la dozzina di fermate della MM Rossa che dividono Loreto da Gambara, sono la scusa per raccontare – in brevi, fulminei colpi d’occhio – una città che non esiste solo in superficie ma anche sottoterra, che non ha solo una pelle ma anche degli organi interni, una città le cui meccaniche e la cui storia sono forse troppo complesse per essere unicamente “di superficie”. Tra mendicanti, suonatori di vari strumenti, tipi strambi e anonimi volti di viaggiatori e lavoratori, Parazzoli osserva e ci dice qualcosa di sé e della sua città di adozione, e ci parla del Tempo e del ricordo, della luce e del buio, del dritto e del rovescio. Il tutto, in 92 pagine: praticamente, un tragitto della MM Rossa da un capolinea all’altro!
(Recensione scritta ascoltando i Velvet Underground, “Sunday Morning”. E libro letto viaggiando, ovviamente, sulla MM Rossa)
PREGI:
l’ammirevole brevità e la concisione di certi aneddoti rendono la lettura piacevole e poco impegnativa
DIFETTI:
Parazzoli è più un esperto di letteratura che uno scrittore, e in certi punti si vede benissimo: prosa fin troppo ricercata e autocompiaciuta, con qualche strana confusione – a mio avviso – sui tempi del racconto, che sembra saltellare un po’ troppo fra epoche diverse
CITAZIONE:
“Nulla più ci sta a cuore, i morti veri, gli stupri, i latrocini, i sei gemelli, le mucche pazze, il naufragio dei gommoni carichi di disperati, le parole del Papa, tutto è virtuale. Il Giubileo diventa come Sanremo, il Papa come il Dalai Lama, ognuno, ogni cosa esiste o non esiste secondo un nevrotico zapping.” (pag. 66)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana