LA FATA CARABINA – Daniel Pennac

# 93 – Daniel Pennac – LA FATA CARABINA (Feltrinelli, 2018, ediz. orig. 1987, pag. 236)

A Belleville, quartiere periferico di Parigi, il fatto del momento è l’assassinio di alcuni vecchietti ad opera di un misterioso killer che li sgozza con un rasoio. Per dare una mano ai nonni del quartiere, la numerosa famiglia Malaussène, capitanata da Benjamin, di professione capro espiatorio, si dà da fare per ospitare anziani, che da soli sarebbero indifesi. Come se non bastasse, sempre tra gli anziani del quartiere, si sta diffondendo una pericolosa propensione alla tossicodipendenza: la giornalista Julie Corrençon, fidanzata di Benjamin, indaga sul caso, fino a quando qualcuno non la fa volare nella Senna da un ponte…   

Non è facile riassumere la trama del secondo romanzo della “serie Malaussène”, quella che ha reso famoso Pennac in tutto il mondo. Dopo “Il paradiso degli orchi”, datato 1985, uscì – nel 1987 – questo “La fata carabina” che, dal titolo, potrebbe far pensare a una fiaba: niente di più sbagliato! Si tratta, casomai, di un noir urbano o, nella migliore delle ipotesi, di una “fiaba nera” d’ambientazione contemporanea, caratterizzata dal consueto tono surreale che ha reso famoso il personaggio di Benjamin Malaussène, capro espiatorio di professione, prima ai Grandi Magazzini – dove riceveva le lamentele dei clienti inducendoli, con la sua naturale capacità di autocolpevolizzazione, a non intentare cause – e ora presso le Edizioni del Taglione, casa editrice diretta dalla gelida Regina Zabo.

Ora, su queste basi, chi di voi non avesse mai letto Pennac potrebbe pensare: che pastrocchio indigeribile! Ancora una volta, niente di più sbagliato: “La fata carabina” è indubbiamente un libro “sui generis”, di non facilissima lettura, peraltro, capace di passare dal tono più frivolo a quello più cupo, da un calembour verbale a un assassinio a sangue freddo, da un tocco surreale a una pagina di denuncia sociale. Però, nonostante questi caratteri vari e variegati che ne fanno quasi un “pastiche”, l’ispirazione di fondo del romanzo è solida e sincera, e la galleria di personaggi che Pennac mette in scena – dal protagonista Malaussène all’ex militare croato Stojilkovicz, dal timido e capace ispettore Pastor allo scafato e luciferino commissario Cercaire, passando per Van Thian, vecchio poliziotto di origini orientali che si traveste da vecchietta per scovare l’assassino – è indubbiamente riuscita e vivace, anche più che in altri romanzi della “serie Malaussène”.

Sì, certo, la trama è quella che è: un po’ gialla e un po’ commediale, un po’ fiabesca e un po’ surreale, come un piatto misto della cucina orientale, in cui convivono sapori a volte un po’ azzardati. Pennac è fatto così, prendere o lasciare: è uno scrittore che non teme l’eccesso (di personaggi, di situazioni, di battute…) e che, purtuttavia, riesce sempre a trovare l’escamotage giusto per far passare le sue scelte di stile e di narrazione. Il libro, come una biglia spinta al massimo, sembra sempre sul punto di uscire dalla pista, di abbandonare il lettore per involarsi verso lidi lontani e irraggiungibili, i lidi della narrazione fine a sé stessa e scriteriata, in cui la sospensione dell’incredulità deve essere fatalmente troppo elevata per poter essere accordata; però, l’Autore è bravo a fermarsi sempre un passo prima, una frase prima, una parola prima! E così, miracolosamente, tutto sta in piedi, seppur in equilibrio precario. Ma è proprio questa precarietà che fa di Malaussène un personaggio eccezionale, un buono assoluto in un mondo di lupi, e il libro, nonostante sia spinto all’estremo sul versante del surrealismo, riesce alla fine a qualificarsi come una riuscita metafora sociale, la rappresentazione a tinte accese, persino comiche, di un mondo che ha perso o sta perdendo ogni bussola morale, un mondo in cui non solo diventa difficile distinguere tra buoni e cattivi, ma anche tra vittime e carnefici, e in cui quello che sembra non è mai quello che è in realtà.

Temi complessi per un libro solo all’apparenza semplice, animato invece da una “neritudine” di fondo che non risparmia nulla al lettore, tra poliziotti corrotti e orrori della droga, sfruttamento lavorativo e pregiudizi razziali. Non tutto riesce, in questa complessa ricetta da piatto misto: se è vero che lo stile denso, ammiccante, un po’ “arrotolato” e a volte autocompiaciuto di Pennac non convince del tutto, è però indubbio che la lettura lasci qualcosa nel lettore, come la sensazione di un mondo che varrebbe la pena di esplorare più in profondità; e alcuni personaggi – tipo Pastor e Van Thian – sono onestamente da antologia per originalità e forza narrativa.

(Recensione scritta ascoltando Yann Tiersen, “Comptine d’un autre eté”)

PREGI:
originale e brillante nei dialoghi, a tratti spiazzante nella trama, che non fa in tempo a virare al fiabesco che subito viene riportata sui binari del giallo puro o del noir. Insomma, Pennac in tutte le sue sfumature!

DIFETTI:
stralunato e a tratti sopra le righe, un po’ compiaciuto della sua stessa arguzia, è un libro che – come tanti di Pennac – non si sa se prendere sul serio o se considerare uno scherzo ben congegnato. Il che può non essere necessariamente un difetto, ma per alcune categorie di lettori certamente non è un pregio…  

CITAZIONE:
“Le fragili spalle della vecchia signora gli ricordano d’un tratto quelle della nonna, la sua, di Vanini, cui ha voluto così bene. Voluto bene dopo la morte, ahimè! Sì, spesso i vecchi muoiono troppo presto, senza aspettare l’arrivo del nostro affetto. Vanini era stato molto offeso con sua nonna, che non gli aveva lasciato il tempo di volerle bene in vita.” (pag. 15)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO