LA MISURA DEL MONDO – Daniel Kehlmann

# 87 – Daniel Kehlmann – LA MISURA DEL MONDO (Feltrinelli, 2006, pag. 254)

Garbatamente romanzate, le vite di due celeberrimi studiosi settecenteschi, l’avventuroso ed empirico Alexander von Humboldt, padre della moderna geografia, e il sedentario ma geniale matematico Carl Friedrich Gauss che, pur senza mai muoversi dalla torpida Gottinga, dimostra la curvatura dello spazio. I due scienziati, che più diversi non potrebbero essere, si incontrano finalmente – ormai anziani – a Berlino nel 1828, nella temperie politica della Germania post-napoleonica, icone di un modo di intendere la scienza e la ricerca che – per diverse ragioni – sta tramontando.

Un po’ ricostruendo, un po’ inventando, Daniel Kehlmann (classe 1975) dà vita a due figure a loro modo titaniche: se von Humboldt è una sorta di Odisseo che tutto vuole sperimentare e che affronta i viaggi e le fatiche più estremi (arrivò, a quanto pare, a provare su sé stesso dei veleni e a scalare vulcani attivi, ossessionato dall’idea di misurare grandezze e distanze), Gauss è un geniale teorico, le cui intuizioni di matematica e astronomia stupivano già i professori a scuola, e la cui grandezza si è rivelata nella geniale dimostrazione della curvatura dello spazio – nonostante una vita sedentaria e non indifferente al fascino femminile.

Due uomini agli antipodi, accomunati però dall’epoca (il diciottesimo secolo, quello dei Lumi) e dall’inesausta voglia di scoprire, e di capire, il mondo. Cambiano gli strumenti: Humboldt usava il suo stesso corpo come laboratorio, mettendosi in gioco fino a rischiare l’inverosimile; Gauss viveva di straordinarie intuizioni, che potevano presentarsi in qualunque momento: persino durante la prima notte di nozze, quando lasciò il letto coniugale per annotarsi una formula! Alternando i capitoli sui due diversi approcci alla ricerca scientifica, e saltando da un protagonista all’altro, Kehlmann costruisce un romanzo un po’ ondivago, che finisce per confluire in un improbabile quanto divertente punto d’incontro: Berlino, 1828, quando i due grandi ricercatori – ormai vecchi e famosi – finalmente si incontrano, animati ciascuno da una sincera ammirazione nei confronti dell’altro, di cui pure non capiscono fino in fondo il carattere e i metodi.

Due uomini che, fondamentalmente, non hanno nulla da dirsi perché non parlano la stessa lingua, l’avventuriero e il topo di biblioteca attaccato alle sottane delle donne, si ritrovano a fare un bilancio delle loro stesse vite, ma a ben vedere i bilanci non interessano a nessuno dei due, perché ciò che li anima, ciò che dà loro la vita, è la ricerca, la voglia di conoscenza, la passione per l’ignoto inteso come sfida. L’Autore approfitta di queste due straordinarie figure per tracciare una veloce storia della ricerca scientifica, della matematica come della geometria, della geografia come dell’astronomia, calando il lettore in un’epoca pionieristica e affascinante, un’epoca non ancora dominata dallo sperimentalismo più sfrenato, bensì dalla forza dell’intuizione (Gauss) e dell’avventura propriamente detta (Humboldt).

Un’epoca nella quale, a ben vedere, la vita stessa poteva essere un lungo, appassionante esperimento, irto di pericoli e sempre sul punto di fallire, ma raramente – ed è proprio il caso dei due grandi scienziati – coronato da un successo tale da meritarsi fama imperitura. Bravo nel dimostrare come anche la scienza – lungi dall’essere una pratica noiosa e ripetitiva – possa essere un percorso avventuroso e imprevedibile, Kehlmann è meno efficace nel portare a compimento la sua idea, e il libro – alla fine – si rivela più un’interessante raccolta di aneddoti (veri o presunti) che una profonda riflessione sulla scienza e i suoi limiti.

Con un po’ di matematica, un po’ di geografia, una spruzzata di storia e un tocco di filosofia, “La misura del mondo” sembra dichiarare un’ambizione fin troppo elevata di fronte al risultato finale: un discreto libro senza particolari guizzi, un romanzo che vorrebbe forse essere epocale ma non riesce a prendere il volo e, pur non dispiacendo, offre alla fine meno di quanto avesse promesso, o lasciato intravvedere.                    

La lampada filosofica
René Magritte, “La lampada filosofica” (olio su tela, 1936)

(Recensione scritta ascoltando gli Improved Sound Limited, “Old Mexico”)

PREGI:
una scrittura onesta e piana, con buona propensione all’ironia e una certa agilità narrativa, tutte doti da non sottovalutare    

DIFETTI:
le ambizioni iniziali del libro parevano, oggettivamente, più elevate rispetto al pur non disprezzabile risultato. A farne le spese è soprattutto il dato scientifico propriamente detto, che troppo spesso soccombe alle bizzarrie e alle stranezze dei due protagonisti, certo più facili da raccontare… Peccato! Un Ballard, probabilmente, avrebbe dato a un libro come questo un “tiro” completamente diverso, abissale… 

CITAZIONE:
“Un uomo da solo seduto alla sua scrivania. Un foglio di carta, tutt’al più un cannocchiale davanti alla finestra con un cielo terso. E quest’uomo che non si arrende fino a quando non capisce. Forse quella era scienza.” (pag. 209)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO