LA NINFA INCOSTANTE – Guillermo Cabrera Infante

# 228 – Guillermo Cabrera Infante – LA NINFA INCOSTANTE (SUR, 2012, ediz. orig. 2008, pagg. 267)

L’Avana, Cuba, 1957: giovane critico cinematografico che scrive per la rivista Carteles, il protagonista – palese alter ego dell’Autore – incontra un giorno, per caso, una splendida ragazzina bionda che sta cercando lavoro, per affrancarsi da una matrigna dispotica e autoritaria (che comunque nel libro non si vede mai). Estela Morris si rivela ben presto una forza irresistibile e pericolosa: neanche sedicenne, sa di esercitare un enorme fascino sugli uomini e non manca di servirsene, soggiogando in primis il protagonista, che per lei lascia la moglie e la famiglia, e poi una serie di altri personaggi, tutti più o meno a lui connessi (persino suo fratello!). Banderuola cinica e opportunista, ma anche terribilmente innocente e ingenua, Estela vive sulle spalle degli uomini che seduce, e attraversa la vita del protagonista/narratore come un uragano tropicale di quelli che ogni tanto sconvolgono Cuba, tanto che egli se ne ricorda ancora a quarant’anni di distanza, e decide di scrivere un libro per rievocare quel tempo felice e disperato, quella Avana danzante e scriteriata che non c’è più e che mai tornerà, quell’amore assoluto che (come tutti gli amori assoluti) ha contenuto in sé tanto un puro soffio vitale quanto un triste presagio di morte.

“Illusionista delle parole”: così Mario Vargas Llosa, in un articolo del 1997, definiva Guillermo Cabrera Infante, da lui considerato uno dei più grandi scrittori sudamericani. La definizione di Vargas Llosa è indubbiamente azzeccata: la scrittura di Cabrera Infante è un continuo calembour, un florilegio di figure retoriche anche molto elaborate, di giochi di parole e di avvoltolamenti di significato.

Insomma, quello dello scrittore cubano è uno stile scoppiettante e pazzescamente autoironico, e il suo racconto si “smonta” continuamente da solo, avvolgendosi su sé stesso e giocando sulla totale impenetrabilità del suo personaggio chiave, quella Estela Morris che appare tanto squadernata dal punto di vista fisico (spesso seminuda, non si fa problemi a girare per L’Avana senza mutandine né reggiseno e a mostrare le sue grazie) quanto avvolta nel mistero riguardo alle motivazioni profonde del suo agire. Perché Estela seduce e getta via tutti gli uomini (e a volte anche le donne!) che incontra? Perché il protagonista, cinque minuti dopo averla conosciuta, non può già più fare a meno di lei? Ennesimo volto (lolitesco) di un più generale e complesso “enigma femminile” che attraversa la letteratura di tutti i tempi, Estela è il perno mobile e incostante, appunto, attorno al quale ruota un libro solo all’apparenza giocoso, e pervaso invece da una tristezza senza nome, la tristezza del ricordo, a tanti anni di distanza, di un breve periodo non già felice, quanto piuttosto spensierato, come era spensierata, nei ricordi di Cabrera Infante, la Cuba pre-castrista, nonostante la dittatura di Fulgencio Batista.

Pensieri
Alfonso e Nicola Vaccari – “Pensieri” – Olio su tela

Una Cuba (e una Avana) che forse, come suggerisce sempre Vargas Llosa, non sono mai realmente esistite e si devono solo all’immaginazione e alla penna di questo strano scrittore che butta tutto in burla per non dover ammettere che ciò che scrive ha degli aspetti tremendamente seri (raramente in letteratura si incontra un adulterio consumato con tanta leggerezza e nonchalance come quello che coinvolge il protagonista ed Estela!). Esule da Cuba per più di quarant’anni a causa di insanabili dissidi con Castro e col regime, che pure sulle prime aveva sostenuto, Cabrera Infante ha l’allegria del clown, che coi colori dipinti in faccia, il gran sorriso, il naso rosso a pallina e la parrucca arancione finge una letizia che in realtà non ha.

Allo stesso modo, “La ninfa incostante” è un libro scriteriato e allegro, ridanciano e saltellante, sconnesso e casuale, affastellato e ricchissimo, con al centro, però, un cuore terribilmente nero e sconsolato: la rievocazione di un tempo che non c’è più e che non può in nessun caso tornare (ormai Estela è morta, ci dice il narratore, ma egli la ricorda ancora intatta e giovane, com’era in quell’unica estate in cui si frequentarono, in cui lei gli sconvolse la vita come un uragano sconvolge la costa). Brioso e sincopato, “La ninfa incostante” è un romanzo il cui principale pregio – la brillantezza linguistica al limite del gioco di parole – finisce per tramutarsi nel peggior difetto, perché si può dire che non ci sia pagina senza un calembour, e non ci sia frase senza un giochino fonetico o di significato, formale o sostanziale, e questa scelta estrema di stile finisce per sfaldare la materia narrativa stessa, togliendole consistenza e credibilità. Vero e proprio giocoliere della parola che rideva, forse, per non piangere, Cabrera Infante è senza dubbio un bravo scrittore, colto e raffinato (nel libro ci sono citazioni e rimandi a decine di Autori, e a film, canzoni, personaggi storici e chi più ne ha più ne metta), ma non ha, a mio avviso, la dura purezza di un Juan Pedro Gutiérrez (per restare a Cuba), né la squisita raffinatezza e il senso della misura di un Vargas Llosa, che pure lo apprezzava senza riserve. E così, “La ninfa incostante” finisce per stancare il lettore almeno nella stessa misura in cui lo diverte.                     

(Recensione scritta ascoltando Madonna, “La Isla Bonita”)

PREGI:
linguisticamente inventivo e caratterizzato da dialoghi molto veloci e brillanti, quasi da slapstick comedy, è un libro allo stesso tempo cupo e solare, da leggere d’estate sognando una Cuba che non c’è più. Oltre a Estela, ninfetta bionda scatenata e irriverente, pura Lolita caraibica, sono interessanti anche alcuni personaggi di contorno, su tutti Roberto Branly, salace collega del protagonista a “Carteles”

DIFETTI:
per una valutazione completa occorrerebbe probabilmente aver letto anche il più celebre romanzo di Cabrera Infante, “Tre tristi tigri”, in modo da comparare stili e riuscite. Diciamo che, preso in assoluto, “La ninfa incostante” è una sequela a tratti brillante e a tratti un po’ supponente di giochi di parole e di celie letterarie, e non regge per tutta la sua estensione

CITAZIONE:
“Allora seppi che l’amore non è altro che una coincidenza fatale: trovarsi in un luogo adeguato in un tempo inopportuno, inadeguato e del tutto inospitale. L’amore è un effetto senza causa.” (pag. 72)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO