LA PROMESSA – Friedrich Dürrenmatt

# 130 – Friedrich Dürrenmatt – LA PROMESSA (Feltrinelli, 2005, ediz. orig. 1958, pagg. 155)

L’incontro casuale, in una fredda serata di marzo, nella hall di un hotel di Coira, tra il narratore (di professione giallista) e il dottor H., ex comandante della polizia cantonale di Zurigo, è la scintilla che innesca una conversazione che minerà alla radice tutti i parametri del romanzo giallo. Il dottor H., infatti, racconta al giallista la storia di un suo collega, il commissario Matthäi che, ossessionato dalla volontà di risolvere un caso, si rovinò la carriera. Per quale motivo? Lo svela il sorprendente finale, salvezza per il lettore, forse, ma non certo per il povero Matthäi…

L’essenza di questo straordinario libro di Friedrich Dürrenmatt è tutta racchiusa nel sottotitolo: “Un requiem per il romanzo giallo”. Proprio di questo si tratta: una celebrazione e, allo stesso tempo, una liquidazione, una messa in scacco di tutte le regole del romanzo giallo, che si regge sul presupposto che la logica e la razionalità degli investigatori finiscano per imporsi sul caos e sul disordine provocato dai colpevoli e dai criminali. Il romanzo giallo è un meccanismo ad orologeria, e anche “La promessa”, in un certo senso, lo è; solo che al protagonista, il bravissimo investigatore Matthäi, è negata la prevalenza della ragione, come oggettivamente succede spesso quando si abbandona il mondo controllabile della pagina scritta e si entra in quello, ben più ingovernabile, della realtà.

La riflessione di Dürrenmatt è semplice e profonda, ed è assecondata da una scrittura altrettanto semplice, almeno all’apparenza, ma capace in realtà di veicolare considerazioni e tematiche immense, dal ruolo dello scrittore, in particolare dell’Autore di gialli, all’indecifrabilità del reale, all’importanza del caso nella vita di tutti i giorni. Insomma, “La promessa” abbandona subito la comoda strada del giallo classico, per addentrarsi in un territorio oscuro e nebuloso, come la Coira della mirabile scena d’apertura, “nuvole basse e un nevischio deprimente, e gelo dappertutto”. Il narratore deve tenere una conferenza “sull’arte di scrivere romanzi polizieschi”, ma finirà per ascoltare – piuttosto che tenere – un’altra conferenza, quella del dottor H., lucida, lampante dimostrazione di come a volte la vita vera sia irraccontabile, e certo non sia restringibile tra gli angusti limiti di un libro. Un po’ come in un film dei fratelli Coen, i personaggi de “La promessa” patiscono un inevitabile scacco: il piano, stavolta, non può funzionare, o meglio, funziona solo in quanto piano dello scrittore, solo in quanto costruzione astratta e mentale che può permettersi di spiegare e razionalizzare tutto, laddove invece ai personaggi – e in particolare al povero Matthäi – il conforto di questa conoscenza, di questo sguardo onnisciente sulle cose viene drammaticamente negato.

Non c’è soluzione al caso che tormenta l’investigatore, mentre per il lettore – che dell’investigatore è, fatalmente, l’alter ego, parteggiando per lui e seguendo col fiato sospeso le sue azioni e le sue deduzioni – una soluzione c’è, ma non è quella che ci si aspetterebbe, è, anzi, il definivo scacco matto al romanzo giallo, il caso della cui soluzione è il lettore, e non l’investigatore, l’unico, vero depositario, e solo per gentile concessione dell’Autore, perché Dürrenmatt – genialmente – lascia ben intendere che avrebbe anche potuto, volendo, negare toutcourt una soluzione. Splendido romanzo e geniale riflessione sulle regole del romanzo stesso, “La promessa” è un libro che non si dimentica, diventato film (discreto, nulla di più) nel 2001, con l’ambientazione portata dalla Svizzera agli U.S.A., Jack Nicholson protagonista e Sean Penn alla regia e, nonostante la sua prima edizione risalga al 1958 (il libro nasceva come soggetto per un film, ma in seguito Dürrenmatt lo riscrisse completamente), ancor oggi è una pietra miliare non solo nell’ambito della produzione dürrenmattiana ma, più in generale, come riflessione sul potere (e sui limiti) della scrittura stessa.

(Recensione scritta ascoltando Agnes Obel, “Familiar”)

PREGI:
uno stile nitidissimo, cartesiano nella sua limpidezza, che dovrebbe essere preso a modello da chiunque ambisca a scrivere, per quanto riesce a far pesare ogni parola senza mai ricorrere a formulazioni oscure o eccessivamente barocche

DIFETTI:
difficile individuare dei veri e propri difetti in un lavoro tanto perfetto e levigato. Se proprio si vuole, si potrebbe segnalare una certa freddezza di fondo, necessaria d’altronde per compiere, senza imbrogli emotivi, un’operazione tanto profonda di analisi e rivisitazione delle strutture stesse del romanzo giallo

CITAZIONE:
“Nel marzo scorso dovevo tenere a Coira, presso la società Andreas Dahinden, una conferenza sull’arte di scrivere romanzi polizieschi. Vi arrivai in treno che già annottava – nuvole basse e un nevischio deprimente, e gelo dappertutto. […] Dopo aver incassato previa ricevuta onorario e rimborso spese mi ritirai nell’albergo che mi avevano destinato, l’hotel Steinbock, vicino alla stazione. Ma anche qui desolazione. Un giornale finanziario e un vecchio settimanale erano tutto quanto si poteva scovare da leggere, il silenzio dell’albergo era inumano, al sonno neppure da pensarci perché montava l’angoscia di non risvegliarsi. La notte senza tempo, spettrale.” (pag. 9)

GIUDIZIO SINTETICO: ****

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO