# 136 – Frédéric Beigbeder – L’AMORE DURA TRE ANNI (Feltrinelli, 2012, ediz. orig. 1997, pagg. 139)
L’ironico, salace e disincantato pubblicitario parigino Marc Marronier, alter ego dell’Autore e già protagonista del precedente “Lire 26.900” di Beigbeder, ormai sulla quarantina, riflette sulla durata dell’amore e sul matrimonio, manda a rotoli il suo con la sofisticata Anne e si innamora della bella e sensuale Alice, ma attenzione: se l’amore dura veramente solo tre anni, non incombe una terribile spada di Damocle anche su questa storia?
Parte male, questo libriccino del caustico Autore di quell’attacco frontale al mondo fasullo della pubblicità che è “Lire 26.900”. Frédéric Beigbeder è uno scrittore da tutto o niente, uno di quelli che più che argomentare preferiscono sbattere in faccia al lettore opinioni personali elevate a verità universali, ed è proprio così che inizia questo “L’amore dura tre anni”, con una serie di considerazioni che definire discutibili è dire poco, presentate però col talento del pubblicitario più che con quello dello scrittore. Tanto che se non si sta un po’ attenti si finisce quasi per crederci, alle stupidate che scrive Beigbeder sull’amore e sul matrimonio, partendo dall’esempio ben poco probante del suo personaggio più riuscito, quel Marc Marronier che si aggira per Parigi alla ricerca di scopate facili e sbronze epiche, e ne ha una per tutti, perché l’intelligenza del singolo individuo oggidì non si vede se non sfodera un po’ di cattiveria, di “politically uncorrectness” e di cinismo un tanto al chilo.
Ecco, dopo trenta-quaranta pagine, questo libro viene quasi voglia di mollarlo, visto che induce a porsi la ferale domanda: ma perché devo perdere tempo a leggere le riflessioni di questo coglione di pubblicitario? Perché questo personaggino monodimensionale, modaiolo e smidollato, dovrebbe dire cose interessanti? Ma per fortuna, almeno a me, viene sempre in soccorso l’antica, radicata convinzione che sia sempre sbagliato mollare un libro che si è iniziato. Bisogna sempre leggere fino alla fine e solo dopo giudicare, perché un Autore – anche il più insipido o criticabile – merita che lo si legga per intero, prima di stroncarlo (se occorre). Ed ecco che, finalmente, dopo essersi fatto attendere un po’ più del giusto, “L’amore dura tre anni” sboccia e diventa qualcosa più della capricciosa e onestamente inutile esposizione della filosofia di vita di un moderno dandy da due soldi.
Il discorso, finalmente, si eleva un po’, Beigbeder getta la maschera, svela i suoi piani quasi meta-letterari (alla fine confessa apertamente che l’Autore del libro è lui, e non il fittizio Marronier) e perviene a una chiusa non banale, capace perlomeno di ironizzare con costrutto su un tema universale come il rapporto di coppia. Niente di nuovo sotto il Sole, ma lo stile graffiante, volutamente scandalistico di Beigbeder (che dimostra tutta la sua sudditanza all’amico Houellebecq, pur senza averne la statura di pensiero) si riveste di una strana, quasi magica appropriatezza in tutta la parte finale, quando, libero finalmente dalla necessità di enunciare presunte verità universali travestendole da aneddoti divertenti, l’Autore si dedica a un racconto venato di suspense: il countdown verso i tre anni di relazione con la bellissima, innamoratissima Alice.
Qui escono le cose migliori di questo piccolo strafottente libro che per metà abbaia in faccia al lettore, ma per l’altra metà lo accarezza con una serie di considerazioni sul tempo, sul mondo, sulla vita e sull’amore la cui inattesa profondità induce a chiudere il volume e indugiare in attimi di delicata e malinconica riflessione. Un lascito non da poco per un libercolo che si era aperto in maniera tanto scioccamente sguaiata e “leggera”. Non basta per elevare Beigbeder al rango di grande scrittore, certo, né per salvare in toto questa sua piccola grande fatica letteraria, che resta complessivamente meno interessante del pur criticabile “Lire 26.900”. Però, se vi va, sono solo 139 pagine: una lettura la meritano, qualcosa – misteriosamente – alla fine resta, e tanto basta. Houellebecq, ovviamente, con buona pace di Beigbeder, rimane un’altra cosa…
(Recensione scritta ascoltando Édith Piaf, “Non, Je ne regrette rien”)
PREGI:
conciso e facile da leggere, spiritoso quanto basta, arguto nell’osservare pregi e difetti del mondo contemporaneo quando si parla di amore e di rapporti sentimentali, è un libro meno virulento dei precedenti dello stesso Autore e concede attimi di gradevole riflessione
DIFETTI:
tutto sommato epidermico, come tutta la produzione di Beigbeder (contrariamente a quella ben più profonda di Houellebecq), il libro si fa notare per la sentenziosità di certe formulazioni e per l’esilità dell’arco narrativo
CITAZIONE:
“Bisogna riorganizzare questa società. Oggi chi ha i soldi non ha il tempo, e chi ha il tempo non ha i soldi. Scampare al lavoro è difficile quanto sfuggire alla disoccupazione. L’ozioso è il nemico pubblico numero uno. Si legano le persone con il denaro: la gente sacrifica la propria libertà per pagare le tasse. Poche storie: la posta in gioco del prossimo secolo sarà sopprimere la dittatura dell’impresa.” (pagg. 123-124)
GIUDIZIO SINTETICO: **
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana