LECTIO BREVIS / 144

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 144
MILLE E UNA STORIA
L’Oriente e noi: favolosi e misteriosi echi di un mondo lontano nella sua vicinanza

Voltaire – ZADIG (1747)

Di cosa parla: A Babilonia nessuno sembra poter essere più felice di Zadig. Giovane, ricco, di buona educazione, capace di moderazione e generoso, pieno di amici e rispettoso delle donne, egli è sul punto di sposarsi con la bella Semira, che ricambia il suo amore. Sul più bello, però, Orcan, nipote di un ministro, fa rapire la giovane. Zadig, nella lotta che ingaggia per salvarla, viene ferito a un occhio: guarisce, ma Semira nel frattempo si è sposata con Orcan. E Zadig a sua volta decide di sposare Azora, ragazza della miglior casata della città. Ma i guai per il nostro non sono finiti, perché proprio la nuova moglie sarà motivo di altre preoccupazioni…

Commento: Tra i tanti modi che gli scrittori e gli intellettuali di ogni epoca hanno escogitato per sfuggire alla censura, gli illuministi si sono inventati il racconto filosofico. Così, se, nel 1721, Montesquieu era ricorso al punto di vista di due viaggiatori persiani per criticare i costumi della Francia assolutista, un quarto di secolo più tardi Voltaire sceglie l’ambientazione orientale per raccontare una storia che è una satira della società contemporanea. È una forma di straniamento funzionale a mettere in luce, attraverso una prospettiva laterale sulle cose, la realtà ben nota di cui non si vuole (o non si può) parlare direttamente. E così nei diciannove capitoli di questo romanzo breve (o appunto “racconto filosofico”) Zadig passa di disavventura in disavventura, secondo il modello della fiaba orientale (al riferimento alle Mille e una notte ci pensa, esplicitamente, Voltaire nella lettera dedicatoria introduttiva al testo), finendo per rinviare di continuo la realizzazione della propria felicità. Perché – e anche qui lo dice il sottotitolo “Il destino” – il protagonista, modello di virtù, scoprirà di volta in volta che non basta fare il bene per essere felici. E non solo perché c’è sempre qualcuno, mosso dall’invidia (c’è un personaggio apposito, chiamato proprio “l’invidioso”), che proverà a ostacolarci, ma perché i fraintendimenti, gli effetti non voluti, le conseguenze imprevedibili delle nostre azioni, appunto il destino, dirigono gli avvenimenti ben oltre le nostre intenzioni, anche e soprattutto quando queste sono buone, rette e ispirate alle più alte virtù come nel caso di Zadig. Rispetto al più noto racconto filosofico di Voltaire, il successivo Candide (1759), sono qui più esplicite le risonanze politiche, visto che in fondo l’intera storia è innanzitutto una riflessione sul buon governo, com’è chiaro anche dal finale, in cui, ancora una volta in piena consonanza con i canoni della fiaba, il bene (ossia il modello ideale) trionfa. La vicenda, però, in termini narrativi e soprattutto nelle sue implicazioni allegoriche, pecca forse un po’ di ripetitività. Come Candide, anche Zadig è un nome parlante: in ebraico (ma la parola si trova anche in arabo e in altre lingue semitiche) è un epiteto che significa “il giusto”.

GIUDIZIO: **½

John Dickson Carr – DELITTI DA MILLE E UNA NOTTE (1936)

Di cosa parla: L’ispettore Carruthers, il vice alto commissario di polizia Sir Armstrong e il sovrintendente Hadley si riuniscono a casa del dottor Fell per sottoporre all’attenzione del grande criminologo un caso a cui tutti e tre si sono ritrovati a lavorare negli ultimi mesi senza trovarne la soluzione. Tutto ruota intorno al museo Wade di Londra, specializzato in arte orientale. La storia ha inizio con l’aggressione di un poliziotto da parte di un uomo con una barba finta, che poi scompare nel nulla, e ha il suo culmine con la scoperta, all’interno di una carrozza ospitata nel museo, del cadavere di uno sconosciuto: anche costui porta una barba finta, ma è stato trafitto con un pugnale assiro e tra le mani ha un ricettario…

Commento: Il giallo classico di scuola anglosassone è debitore nei confronti della passione per l’arte orientale, frutto delle campagne di scavo (e delle conseguenti razzie di opere) condotte soprattutto nel corso dell’Ottocento in Egitto e nel Medio Oriente. Se Agatha Christie, che sposò un archeologo incontrato in occasione di un viaggio turistico in Iraq, fece tesoro della sua esperienza per scrivere racconti e romanzi ambientati tra la valle del Nilo, le rovine dell’antica Petra e la Mesopotamia, il gusto per l’esotico contagia anche altri scrittori. Tra questi John Dickson Carr spicca, al solito, per quella che può essere considerata la sua cifra distintiva: la complicazione. E non c’è dubbio che anche questo romanzo presenti una quantità di stranezze e astruserie notevole. L’elemento più interessante è però, forse, la struttura del libro, diviso in tre parti, nelle quali i tre rappresentanti di Scotland Yard raccontano le proprie indagini e deduzioni, più un prologo e un epilogo, in cui il dottor Fell scioglie l’enigma. Il tutto acquista così la fisionomia di un grande gioco di società, una sorta di rompicapo in forma narrativa che suona come un’imponente sfida al lettore (il copyright in questo senso spetta a Ellery Queen, che usarono l’espediente proprio fino al 1936). La soluzione, comunque, è meno cervellotica degli enigmi e funziona. L’idea del delitto in un museo di arte antica è già presente in La dea della vendetta di S.S. Van Dine del 1930. 

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

L’Oriente è un concetto vasto e dai contorni indefiniti, oltre che il risultato di una percezione del mondo ormai superata. I luoghi comuni nascono presto e sono duri a morire, ma c’è poco da fare: se esiste un immaginario (occidentale) dell’Oriente, questo si è nutrito a lungo soprattutto di libri, di letture, di notizie più o meno favolose. Quale sintesi migliore, in questo senso, di quella offerta da Jorge Luis Borges, lo scrittore che ci ha insegnato che “biblioteca” è solo un altro nome dell’universo? Nell’Oriente di Borges ci sono Virgilio e i Vangeli, il Prete Gianni delle leggende medievali, l’I Ching cinese e gli haiku giapponesi, i romanzi di Kipling e, naturalmente, anche le Mille e una notte:

La mano di Virgilio si sofferma
su una tela con freschezza di acqua
e intrecciate forme e colori
che hanno portato nella sua Roma le remote
carovane del tempo e della sabbia.
Perdurerà in un verso delle Georgiche.
Non l’aveva mai vista. Oggi è la seta.
In una sera muore un ebreo
crocifisso dai neri chiodi
che ordinò il pretore, ma le genti
delle generazioni della terra
non dimenticheranno il sangue e la preghiera
e sulla collina i tre uomini ultimi.
So di un magico libro di esagrammi
che segna le sessantaquattro direzioni
della nostra sorte di veglia e sonno.
Quante invenzioni per popolare l’ozio!
So di fiumi di sabbia e pesci d’oro
che regge il Prete Gianni nelle regioni
oltre il Gange e l’Aurora
e del hai ku che fissa in poche
sillabe un istante, un’eco, un’estasi;
so di quel genio di fumo imprigionato
nel vaso di giallo rame
e di quel che fu promesso nelle tenebre.
Oh mente che custodisci l’incredibile!
Caldea, che per prima vide gli astri.
Le alte navi lusitane; Goa.
Le vittorie di Clive, ieri suicida;
Kim e il suo lama rosso che proseguono
per sempre il cammino che li salva.
Il fine odore del tè, l’odore del sandalo.
Le moschee di Cordova e di Aksum
e la tigre, delicata come il nardo.

Questo è il mio Oriente. È il giardino che ho
perché il tuo ricordo non mi soffochi.

Le Mille e una notte hanno goduto, nei secoli, di una fortuna lunghissima capace di colonizzare anche immaginari diversi da quello letterario: dalle arti figurative alla musica, dai fumetti al cinema, dalla pubblicità ai videogiochi. In ambito poetico una delle riprese più originali è senz’altro il geniale sonetto monovocalico (si usa una sola vocale, in questo caso la a) che dà il titolo a una raccolta di testi analoghi dedicati a capolavori della letteratura; l’autore è il medico ed enigmista Giuseppe Varaldo:

All’alba Shahrazad andrà ammazzata.
Ma narra, narra, narra al gran bassà
da Qamar az-Zaman ch’amar saprà,
dalla bramata lampada fatata,

da Lab la maga, dall’alfana alata,
da Shahzamàn ch’a Samarcanda sta
la vasta saga araba s’avrà,
alla parlata franca traslata

(tanta sarà la fama!) da Galland.
Tra casa, strada, casba, bab, bazar,
tra ramadan, baccan, banal tran tran,

rara cara ad Allàh, Bagdàd v’appar;
là s’affanna, s’ammalan, fan cancan
al-Kawz, Bàba-Abdallà, Shams an-Nahàr.

Testi citati:  
Jorge Luis Borges – L’ORIENTE, in “La rosa profonda” – traduzione di Livio Bacchi Wilcock (1975)
Giuseppe Varaldo – ALL’ALBA SHAHRAZAD ANDRÀ AMMAZZATA, in “All’alba Shahrazad andrà ammazzata. Capolavori in sonetti monovocalici” (1993) 

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO