LECTIO BREVIS / 145

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 145
COSA DIVIDE FRATELLI E SORELLE
Tra affari e liti, scandali e lamentele, solo il dolore unisce?     

Federigo Tozzi – TRE CROCI (1920)

Di cosa parla: Siena. I fratelli Gambi, Giulio, Enrico, Niccolò, sono proprietari di una libreria antiquaria. Gli affari vanno male e sono ormai sull’orlo del fallimento: da tempo ormai vanno avanti incassando cambiali sulle quali Giulio provvede ad apporre la falsa firma del cavaliere Nicchioli che, in passato, aveva prestato loro una somma di denaro. Incapaci di trovare una via di uscita dalla loro situazione, sempre in lite fra loro, i tre, pur nella diversità dei loro caratteri, dovranno fare presto i conti con la realtà. E a pagarne le conseguenze saranno anche Modesta, la moglie di Niccolò, l’unico sposato tra i fratelli, e Chiarina e Lola, ragazze orfane che, allevate da Modesta, sono diventate loro nipoti…

Commento: Autore a lungo dimenticato, oggetto di valutazioni critiche discordanti e degradato a “minore” nella storia letteratura italiana, almeno quella che si studia a scuola, Federigo Tozzi è in realtà uno degli scrittori più ruvidi, scostanti e difficili da inquadrare. Il che, naturalmente, può spiegarne la marginalità di cui si diceva, ma non basta a liquidarlo facilmente, al di là della sua alterna fortuna (anche se, e giustamente, da tempo la sua reputazione è ben solida). A differenza dei suoi più illustri contemporanei, Svevo e Pirandello, Tozzi sceglie la via di un realismo più crudo, non temperato dall’ironia del primo e non toccato dalla deformazione umoristica del secondo. In questo romanzo, ispirato a un fatto reale e pubblicato poco prima della sua morte, l’autore riesce a fare di un dramma sociale una vicenda che, attraverso gli espliciti echi cristologici presenti nella trama ed evidenti fin nel titolo, finisce per assumere chiare risonanze simboliche. Il tutto in una lingua asciutta, ma piena di toscanismi che restituiscono, espressionisticamente, l’atmosfera della città di Siena, borgo selvaggio sia per l’antica e scabra bellezza dei suoi paesaggi (che Tozzi descrive con una secchezza assoluta) sia per la mancanza di umanità dei suoi abitanti. Eppure, non c’è misura, distanziamento, oggettivizzazione vera in questo romanzo: secondo il critico Sandro Maxia, è anzi “un romanzo non raccontato, ma gestito e urlato dall’inizio alla fine”. E il finale, che piacque tanto a Carlo Cassola, commuove come pochi finali di romanzi italiani.

GIUDIZIO: ***½

Rex Stout – ULTIME VOLONTÀ (1940)

Di cosa parla: Quando le tre sorelle Hawthorne si presentano nello studio di Nero Wolfe per incaricarlo di un problema di eredità, il grande investigatore non può non accettare l’incarico: troppo famose le tre donne per rifiutare. E troppo famose anche per essere coinvolte in uno scandalo: le disposizioni testamentarie del fratello Noel, morto da poco in un incidente di caccia, se rese pubbliche, non farebbero che suscitare liti, considerato che il grosso del patrimonio è destinato a una giovane donna, Naomi Karn. Circostanza, questa, che ha già allarmato la moglie del defunto, la bellissima Daisy, la quale, a seguito di un grave incidente al volto, indossa sempre un velo. Le cose si complicano, però, quando le indagini della polizia rivelano che l’incidente in cui ha trovato la morte Noel in realtà è stato architettato da un abile quanto misterioso assassino…

Commento: L’ottavo romanzo di Nero Wolfe parte da una situazione tipica del giallo classico: una questione di eredità. Movente, a sua volta, tra i più tradizionali in caso di omicidio (e poco cambia che la scoperta del delitto venga appena ritardata: aleggia fin dalle prime pagine nell’aria). Se la scrittura di Stout è al solito impeccabile e vale di per sé la lettura, quel che però, in questo caso, manca al romanzo è una certa fluidità. Colpa forse dei troppi personaggi, non tutti interessanti o ben tratteggiati (le tre sorelle, ad esempio, si assomigliano un po’ troppo), o colpa di una trama poliziesca meno fluida e accattivante di altre volte. Lo stesso Archie Goodwin pare piuttosto sottotono. Qualche fuoco di artificio in più si ha nel finale, con il consueto battibecco tra Wolfe e l’ispettore Cramer. È uno dei non molti romanzi in cui il sedentario investigatore lascia, per qualche tempo, la sua casa in arenaria sulla 35a strada ovest di New York; uno dei pochissimi (l’unico?) in cui lo faccia di sua iniziativa e per condurre le indagini.    

GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

De li fratelli bboni è vvero, Teta,
Che ssi ne trovi dua sò ccasi rari;
Ma li mii! li mii poi sò ppropio cari
Com’e ddu’ catenacci de segreta.

Storti, scontenti, menacciuti, avari:
Tutto li fa strillà, ttutto l’inquieta…
E ttu mme dichi: «Sei ’n’accia de seta!»
Vatte a ingrassà cco sti bbocconi amari.

Cualunque sciafrería porteno addosso
Tutto ha da usscí dda ste povere mane:
E Iddio ne guardi si jje chiedo un grosso.

Io ’r cammino, io la scopa, io le funtane…
Cuann’è la sera nun ciò ssano un osso!
Inzomma, via, sce schiatterebbe un cane.

La sorella che, in questi versi di Giuseppe Gioachino Belli, si lamenta dei suoi fratelli stravaganti, aspri, maneschi e avari che, in barba a ogni parità di genere, la sfruttano per qualunque lavoro potrebbe ben figurare in un’antologia femminista sul patriarcato e i danni che ha fatto nel corso dei secoli. Ma il poeta romano è più cinico, come si capisce dall’incipit, che, con icastica sentenziosità popolare, decreta che il problema non è solo quello della differenza di genere, ma riguarda proprio il rapporto di fratellanza. È insomma una questione universale: i “fratelli boni” sono una rarità.

È invece di comunanza il sentimento che si affaccia nei bellissimi versi che Camillo Sbarbaro rivolge alla sorella: una comunanza fatta, però, soprattutto, se non solo, di dolore e amarezza, capace di proiettare nel sogno di una vita insieme costruita su una piena comunione con la natura l’unico ideale di una possibile pacificazione:

Forse un giorno, sorella, noi potremo
ritirarci sui monti, in una casa
dove passare il resto della vita.
Sarà il padre con noi se anche morto.
Noi lo vedremo muoversi per casa.
E allora capirà tutto il dolore
che traversammo uniti per la mano,
tu, la vita, sorella, senza amore,
io la vita, sorella, senza inganni.

Ed io lavorerò allora all’altro
scopo pel quale vivo, di lasciare
un segno al mondo che son stato anch’io.
E quando l’illusione non mi basti
di vivere nell’arte molte vite,
il tuo dolore farà muto il mio.
Per sentirci ogni giorno più vicini
ricorderemo a volte ciò che fu;
e andremo a ripassar pei luoghi dove
passammo a man di nostro padre piccoli,
perché il nostro alimento è l’amarezza.
E se vuota ci paia l’esistenza
e se il rimpianto di tutt’altra vita
alla gola ci afferri qualche volta,
alla consolatrice unica andremo.
Delle giornate intere noi staremo
con le due mani aperte sopra l’erba,
quasi lieti d’esistere per quello.
E vivremo così in compagnia
dei maggiori fratelli, i fiumi e i boschi,
pacificati con la nostra sorte.

Perché ciò sia, sorella, io faccio patto
che il mio dolore duri quanto me,
anzi di giorno in giorno mi s’accresca.

Questo il sogno che faccio ad occhi aperti.

Sbarbaro
Camillo Sbarbaro (1888-1967)

Testi citati
Giuseppe Gioachino Belli – LI FRATELLI DE LA SORELLA – (1833)
Camillo Sbarbaro – FORSE UN GIORNO, SORELLA, in “Pianissimo” (1914)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO