LECTIO BREVIS / 147

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 147
MEMORIA DEL FUTURO
Quando scrittori e poeti sanno ricordarsi di guardare avanti

Richard Matheson – IO SONO LEGGENDA (1954)

Di cosa parla: 1976. Robert Neville, a quanto pare, è rimasto l’ultimo uomo vivo sulla Terra, a seguito di un’epidemia che ha trasformato tutti gli altri in vampiri. Di giorno, Robert può uscire per le strade deserte della città in cui vive, ma di notte deve barricarsi in casa per sottrarsi all’assedio delle creature assetate di sangue. Studiando, Neville cerca di capire quanto delle leggende sui vampiri possa essere spiegato scientificamente, per arrivare a capire se egli è davvero l’unico uomo ancora vivo e, magari, dare un senso a quanto accaduto alla sua famiglia. Ma i pericoli che, al calar del sole, si ripresentano puntualmente alla porta, sono una sfida durissima per la sua solitudine…

Commento: È un romanzo post-apocalittico tra i primi a essere scritti, quando la Guerra fredda proiettava ombre cupe sul futuro dell’umanità ma alimentava anche la fantasia di fior di scrittori convinti che per fare letteratura non bastasse appiattirsi sul presente ma sforzarsi di immaginare anche il futuro. È anche un romanzo horror, trattandosi, a rigor di trama, di un aggiornamento di Dracula, di cui rovescia l’assunto di fondo (non un vampiro in un mondo di umani, ma un uomo in un mondo di vampiri). È soprattutto un romanzo che ha lasciato una traccia profonda nell’immaginario, grazie alle innumerevoli citazioni, alle riprese e ai tentativi di imitazione, più o meno riusciti, che ha generato. A partire, naturalmente, dalle trasposizioni cinematografiche: noi restiamo affezionati alla prima, uscita nel 1964 con il titolo L’ultimo uomo della terra, coproduzione italoamericana con Vincent Price che si aggira solitario per le vie dell’Eur. Al di là dell’eredità – che però non è poco per un romanzo di genere – il libro riesce a non sprecare l’idea geniale di partenza grazie a uno sviluppo coerente, teso e allucinato. Matheson non mette a frutto soltanto le sue doti di scrittore dell’orrore, ma sa scavare dentro la personalità del suo protagonista mettendone a nudo i dilemmi morali (“quei pensieri erano l’odiosa testimonianza del mondo che aveva accettato, un mondo in cui l’omicidio era più facile della speranza”). Il dialogo che si instaura, attraverso gli studi di Robert Neville, tra la scienza – con la quale egli prova a spiegare l’epidemia e le sue conseguenze – e il complesso delle leggende sui vampiri è amaro, nella conclusione, e ripropone la mai sopita diatriba tra realtà e fantasia, tra razionalità e superstizione: l’orrore non è la proiezione esteriore dei nostri incubi ma l’incapacità di opporsi all’assurdo che ci assedia nel quotidiano.       

GIUDIZIO: ***

Philip K. Dick – UN OSCURO SCRUTARE (1977)

Di cosa parla: California, 1994. Bob Arctor conduce una vita da tossicodipendente, ma in realtà è un agente infiltrato della narcotici. La circolazione di droghe particolarmente pericolose, come la Sostanza M (ossia la Sostanza Morte), capace di provocare una profonda dissociazione dei due emisferi cerebrali, è una vera e propria piaga sociale. Per evitare che qualcuno possa rivelare la sua identità ai narcotrafficanti, Bob relaziona ai suoi superiori, con il nome di Fred, indossando una speciale “tuta disindividuante” che ne nasconde l’aspetto agli altri. La doppia vita di Bob/Fred diventa, però, più complicata dopo che nella casa in cui egli vive insieme ad altri tossicodipendenti vengono installate delle videocamere che dovrebbero essere utili alle indagini…

Commento: “Spruzza del veleno su un pidocchio, e quello muore; spruzzalo su un uomo, sul suo cervello, e costui diventerà un insetto che ronzerà e vibrerà tutt’intorno in un’orbita conchiusa e ripetuta, per sempre”. Scritto, secondo la nota dell’autore pubblicata in calce, sulla scia di esperienze personali e in memoria di amici morti o gravemente condizionati dall’uso di droghe pesanti, il romanzo è la dimostrazione di come la letteratura, nelle mani giuste, possa prendere le mosse anche da vicende tragiche o quanto meno non edificanti. Dopo Pasto nudo, il capolavoro di Burroughs del 1959, è forse il libro che descrive in modo più esplicito e, al tempo stesso, allucinato la dipendenza da sostanze stupefacenti. Dick inserisce alcune distorsioni distopiche ambientando la vicenda in un futuro prossimo e all’interno di una società interessata – come svela il finale – a mettere in atto forme disumane di controllo dei tossicodipendenti, ma non è propriamente un romanzo di fantascienza (lo affermava nettamente lo stesso autore, che anzi chiamava in causa precisi riferimenti alla realtà americana degli anni Sessanta). Se, specie inizialmente, si va incontro a un senso di disorientamento, con il passare dei capitoli la vicenda si fa più chiara e più cupa, anche se Dick evita qualunque linearità intrecciando diversi registri linguistici (a quello iperrealistico di base, che riproduce il gergo spesso rozzo dei tossicodipendenti, si affiancano gli inserti scientifici sul funzionamento del cervello e persino quelli lirici, in tedesco, tratti da Goethe e non solo; per tacere dei riferimenti cristologici e scritturali, a partire dal titolo, citazione di San Paolo). Non c’è spazio per nessuna analisi sociologica, ma non c’è neppure assoluzione o comprensione nei confronti del fenomeno in sé: a Dick interessano le conseguenze sugli individui, i protagonisti del romanzo, nei quali si rispecchiano gli amici reali citati, come detto, in calce. E il finale, tra i più neri non solo nell’opera dello scrittore americano ma – ci permettiamo di dire – di molta letteratura, non consola ma rilancia semmai, lasciando intendere (è distopia?) come il triste destino per molti – sono ancora parole di Dick – sia di essere puniti eccessivamente per quello che hanno fatto.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Se il tempo che non c’è ancora, come e ancor più del tempo che non c’è più, è la materia di cui si nutre l’immaginazione, la poesia parrebbe il luogo privilegiato per parlare del futuro. Eppure, nessuno più di un poeta è chiamato a uno sforzo improbo: usare la lingua, che è in sé retaggio del passato, per inventare un linguaggio. Così, se un romanziere, tanto più nell’ambito della fantascienza, può e forse deve descrivere il futuro con una ricchezza di dettagli sufficiente a conferirgli concretezza e verosimiglianza, un poeta in genere è costretto a evocarlo con l’economia di mezzi che gli è propria, senza, però, che per questo la sua lingua manchi di consistenza o di precisione, spesso anzi esprimendo in tal modo tutta la pienezza della sua stessa immaginazione. Così, ad esempio, in versi bellissimi, Attilio Bertolucci riesce a vedere nell’ultima rosa bianca colta nel giardino il ritratto della donna amata, non di com’è ora però ma di come sarà:           

Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Su un altro piano, si muove Fernando Bandini, poeta in italiano, in dialetto veneto e in latino, che proprio nella lingua, nelle sue costituzionali ambiguità, sembra cogliere le contraddizioni insanabili del tempo, intreccio inestricabile di passato e futuro, come dimostrano, a un primo livello, proprio i cortocircuiti nell’uso dei tempi verbali nella poesia Memoria del futuro, che dà il titolo all’omonima raccolta:

In questo posto ci sono già stato
nel duemilasettanta.
Riconosco il vasetto di nipiol
rotolato dal mucchio
e il nero girasole del deposito
dalle ciglia strappate.

Per ricordare il lontano futuro
dovrei tenere leggera la penna:
boves separeba alba pratalia araba,
le carte assorbenti non si usavano più,
l’inchiostro Waterman si era seccato
da più di cent’anni.
Vita senza crepe né colpe!
I poeti scrivevano di te
tagliati i nodi gordiani bruciate
le vecchie carte.

Testi citati
Attilio Bertolucci – LA ROSA BIANCA, in “Fuochi in novembre” (1934)
Fernando Bandini – MEMORIA DEL FUTURO, in “Memoria del futuro” (1969)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO